Se permettete vi racconto una storia che lascio immaginare a voi se vera o meno…

Chiedo scusa se minaccio l’ordine filosofico, sovrano e costituito del secolare processo causa-effetto con queste mie parole: ho l’impressione che nulla in codesto mondo risponda più a questa legge e che quindi dipenda dal caso fortuito.

Il metodo sperimentale, quello che fa esperimenti, si è legato in un rapporto morboso con la violenza, la follia, l’insensatezza: il normale, l’equilibrato, è in conflitto con il libero arbitrio. Se un uomo vuol essere veramente se stesso deve sperimentare il proprio eccesso e trovare in seguito la forza di rientrare in sé. I casini sono simili a disastri nucleari.

I corpi, i morti se ci scappano, non sono coperti dalle lenzuola della decenza ma restano al sole perché servano cibo alla scelleratezza dei social e dei media. Le persone comuni, noi tutti, ci annoiamo e abbiamo fame di storielle che ci facciano vivere come in una di quelle serie che contano milioni di ascolto sulla Tv a pagamento.

Ora però, se permettete vi racconto una storia che lascio immaginare a voi se vera o meno.

Mi trovavo al mare con i miei figli, loro giocavano con un amichetto felici ed io sbirciavo la solitudine ombreggiata del tardo pomeriggio, annusavo il vento tiepido, cercavo qualcosa su cui poggiare gli occhi, sino a che l’ho trovata.

Un ragazzo giovane, vestito come un messia new age, pantaloncini corti incartapecoriti, barba lunga e cappello in testa di paglia, calzini bianchi e scarpe di pelle consumata da matrimonio, arriva in spiaggia e si trova un loculo sugli scogli deserti, eravamo quattro gattini e due gattine.

Si spoglia lentamente, piega e poggia le sue cose a terra, e si dispone in posizione yogale con le mani appoggiate sulle ginocchia. Chiude gli occhi e indossa degli occhiali scuri e grandi da sole. Una decina di minuti dopo si desta e si alza. Si dirige verso il mare, sale sullo scoglio utile al tuffo: il mare è mosso e sporco. Si fa un segno della croce. Si inginocchia e si bagna la testa, i capelli, con dell’acqua. Resta in quella posizione per un po’. Poi si rialza e va a sedersi. Prende un foglio di carta dallo zaino e scrive qualcosa sopra. Io sono a 20 metri circa da lui. Poggia il foglio a terra e lo ferma con un sasso. Si rialza e si dirige di nuovo verso il mare.

Mi sono sentito come chi, pur essendo in imbarazzo, sta per essere costretto a improvvisare un salvataggio: alzatomi mi sono avvicinato al foglio, il tipo non mi guardava, e ho letto ciò che aveva scritto: “il mondo è un posto enorme ed io sono esausto, chiedo perdono a tutti. Mamma e papà”.

Ho avuto un brivido e giratomi ho cercato di intercettare la fisicità del piccolo santone ed eventualmente pianificare un intervento fulmineo.

Sono sgattaiolato di fianco al giovane uomo e ho abbozzato più o meno queste parole: “l’acqua del mare deve essere fredda!”

Lui, senza voltarsi, catartico: “il freddo non è un problema”.

Io: “… vero se ti butti in acqua senza pensare”.

Non mi andava di inventare scuse e fare la figura di essere più strano di lui: “ho letto il biglietto… vuoi scambiare due parole prima di fare quello che vuoi fare?”.

Lui con voce dura e bassa: “mai che voi altri vi facciate i cazzi vostri!”.

Io se sono nervoso tento di fare umorismo: “se volevi che nessuno ti vedesse e si insospettisse avresti dovuto impiccarti nel garage!”.

Lui catartico fissando le onde: “tu non puoi capire… sei ricco… viziato dal tuo lavoro e dalla tua famiglia… hai un Rolex al polso (io non ho e non indosso mai orologi), conosci a memoria sicuramente un codice… vivi di regole… ti addormenti esausto ogni sera rivedendo lo stesso film…  ti accontenti come tutti degli avanzi della felicità… magari chatti deluso e infelice a 50 anni con la donna che amavi senza rendertene conto e avresti dovuto sposare al posto di tua moglie…”.

Io l’ho fissato disgustato ma divertito: “ma perché fratello non ti fai una vacanza da solo lontano da tutti e lasci che siano le cose e il mondo a parlarti di qualcosa di bello anziché la tua testolina dolorante? Ti sei mia chiesto che forse sei tu ad essere quello strano? Hai mai avuto una ragazza? Hai mai speso una sola ora della tua vita a ciucciarti l’unica vera medicina della vita senza farti certe seghe mentali… il corpo nudo di una donna che vuole essere esplorato e amato e posseduto?”.

Lui si gira (finalmente) e mi guarda: “sai che sembri intelligente?”.

Io ridendo: “sai che sei uno dei tanti frustrati ed esasperati e disperati che non hanno il coraggio di viverla tutta sino in fondo la vita? Hai paura vero? Non ti senti all’altezza? È più comodo tentare di togliersi la vita sapendo benissimo che ti guardano e tenteranno di impedirtelo”.

Lui si avvicina e mi abbraccia. Sta in silenzio per qualche minuto. Piange.

E tolta la sua spalla dalla mia in silenzio torna al suo loculo e dallo zaino tira fuori uno spinello. Lo mette in bocca e si avvicina barcollando a me come se lo avesse già fumato senza manco accenderlo. Mi chiede se divido con lui il fumo sacro della fratellanza!

Io capisco che quel ragazzo è venuto fuori da uno dei primi film di Woody Allen, è il risultato della paraculaggine della vita che si prende gioco di una delle poche cose serie rimaste al mondo: l’intelligenza, magari la mia.

Per motivi di facile moralità salto il passaggio di quanto avvenuto in seguito.

Mentre controllavo i miei figli, ne avevo adottato un altro che mi parlava di filosofia rubata velocemente da Google, di sogni, di speranze e soprattutto di tanta delusione.

Mi ha ringraziato più volte di aver diretto un po’ della mia luce su di lui e sviscerato i suoi unici primi 30 anni disgraziati.

Ero esausto. Forse era la mia buona azione? Il mio momento di espiazione di qualche peccato? Per concludere sul senso della vita… su quanto si prenda gioco di noi tutti… mi ha domandato candido se poteva chiedermi l’amicizia su Facebook. Ed io teneramente, da fratello maggiore, gli ho risposto che usavo Facebook solo per leggere le news, ed è vero, che non avrei mai potuto relegare una amicizia profonda e improvvisa come la nostra ad un “like”.

Lui mi ha fissato candido e stupito: “sei un grande fratello! Non te la chiedo più… grazie!”.

Chiedo venia per il disturbo arrecatovi.

Fontehttps://pxhere.com/en/photo/275094
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Damiano Landriccia
Damiano Landriccia nasce ad Andria, nel 1973. Sposato, con tre figli, vive a Trani. Ama leggere e scrivere. Ha scritto e scrive recensioni cinematografiche per il Mensile Culturale milanese “Quarto Potere” (www.quartopotere.com). Ha scritto per la rivista di moda pugliese “City View”. Ha vinto il Festival Teatrale U.A.I. – Atti Unici Italiani – di Reggio Emilia nel 2004. Gli hanno di seguito rappresentato il Testo vincitore “Il Grande Padre” a Reggio Emilia presso “Il Teatro Piccolo Orologio” sempre nel 2004. Edizioni Babila gli ha pubblicato delle poesie nel libro “Ad un passo dell’anima - dal verso all’immagine”. I testi teatrali sono pubblicati su www.dramma.it. Altri testi e poesie sono pubblicate sul sito www.ewriters.it

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