TRA DISCERNIMENTO, DELEGHE E ACROBATICI EQUILIBRISMI

I lavori del Sinodo si sono conclusi la sera di sabato 24 ottobre, quando è stata votata dai 265 padri sinodali (in 5 non hanno partecipato al voto) una relazione finale di 94 punti. Tutti i punti della relazione finale sono stati appoggiati da una maggioranza di due terzi dei presenti aventi diritto di voto (necessaria per considerarli “approvati”).

Dai padri sinodali però non è arrivata nessuna proposta “netta” sui temi spinosi dei divorziati risposati e delle coppie conviventi o sposate solo civilmente: più chiare invece, in senso negativo, quelle su coppie omosessuali e contraccezione.

L’apertura, per 1 solo voto di scarto (178 sì rispetto ai 177 richiesti per la maggioranza qualificata), arriva sul fronte di quelle coppie che si trovano a vivere una seconda unione e che per questo non possono avere vita piena nella Chiesa. L’indicazione è quella di valutare “caso per caso”, rimandando il discernimento per la valutazione e la riammissione ai pastori. Tradotto in termini concreti, la riammissione dei divorziati alla vita piena della Chiesa (la comunione ma anche il poter fare da padrini, per fare degli esempi) passerà per un percorso con il confessore. Nel documento si parla di “integrazione nei diversi modi possibili”, non citando esplicitamente i sacramenti. Ma l’apertura è stata interpretata proprio in questo senso (senza smentite). In proposito qualcuno ha bisbigliato che il rimando ai preti e ai vescovi locali sia un’acrobatica mediazione forse resa necessaria per evitare che qualche paragrafo della relazione non ottenesse il quorum dei 2/3.

Sul tema delle coppie conviventi e sposate solo civilmente, la relazione finale è aperta: non le approva ovviamente e tende ad indirizzarle verso il matrimonio cattolico, ma nemmeno le condanna severamente (non a caso sono i due paragrafi che, dopo i divorziati risposati, ottengono meno consensi, comunque superiori a 200): anche qui la parola d’ordine è discernimento.

Il continuo rimando al discernimento dei pastori locali fa sorgere delle perplessità: certamente non ci sarà una linea univoca di valutazione e questa non dipenderà soltanto dalle situazioni diverse di tipo personale, ambientale, sociale … o di simpatia, come maliziosamente sospetta qualche prevenuto, ma anche di tipo teologico. Il Sinodo ha messo in mostra una complicata geo-teologia del cattolicesimo come anche una preoccupante chiusura in merito alla cultura teologica di alcuni pastori; così si ipotizza, maldestramente, che qualche fedele si metta alla ricerca di qualche pastore amico che difenda o prenda a cuore la propria causa.

Il criterio del discernimento non vale invece per le coppie omosessuali di cui, stando alle dichiarazioni di Jean-Marie Lovey, vescovo di Sion e unico rappresentante elvetico al Sinodo, molti sinodali non ne avrebbero neppure voluto parlare. Emerge allora chiaramente come il Sinodo abbia evitato di prendere posizione sulle coppie gay, alle quali non va nemmeno un cenno: segno che si trattava di un capitolo prematuro che forse avrebbe messo a rischio il resto. In proposito il cardinale austriaco Schoenborn ha detto: «Sull’omosessualità troverete solo le indicazioni per aiutare le famiglie cristiane che al loro interno abbiano una persona omosessuale».

Il criterio del discernimento non vale neanche per la contraccezione. Su quest’ultimo punto viene ribadito quanto prescritto dalla Humanae Vitae di Paolo VI: la contraccezione artificiale non è ammessa, l’unica lecita resta quella basata sui ritmi naturali di fecondità.

Al Sinodo però è emerso in modo chiaro che ci sono molte questioni aperte, affrontate dalla Chiesa per la prima volta e che, certamente, verranno riprese (gli omosessuali, i divorziati, le donne nella Chiesa) anche se nella “chiesa reale” ci sono ovviamente e da tempo vescovi, preti e laici che hanno già trovato proprie soluzioni anche se “canonicamente” provvisorie su cui nessun Sinodo potrà mai deliberare.

Una nota merita il dialogo franco e libero con cui le diverse opinioni sono state espresse nel Sinodo … a volte … – ha sottolineato Bergoglio – con metodi non del tutto benevoli; e noi, stando a indiscrezioni, aggiungiamo: si sono sentiti in aula discorsi che avrebbero avuto anche rilievo penale in alcune democrazie occidentali.

L’ultima parola però spetterà al papa, sia perché il Sinodo è un organismo consultivo, sia perché sembra che i vescovi, con l’indeterminatezza e la genericità di molti paragrafi, gli abbiano voluto lasciare la fatidica “patata bollente”.

Tuttavia Francesco qualcosa l’ha già detta. Nel suo discorso conclusivo ha offerto una specie di indicazione per il “discernimento”, o il preludio ad una eventuale “esortazione post sinodale” che interpreti le conclusioni del Sinodo: «Il Vangelo rimane per la Chiesa la fonte viva di eterna novità, contro chi vuole “indottrinarlo” in pietre morte da scagliare contro gli altri … Il primo dovere della Chiesa non è quello di distribuire condanne o anatemi, ma è quello di proclamare la misericordia di Dio … i veri difensori della dottrina non sono quelli che difendono la lettera ma lo spirito, non le idee ma l’uomo».

E ancora: «Bisogna spogliare i cuori chiusi che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa, o dietro le buone intenzioni, per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite».

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