«Oggi ho visto un ragazzo conosciuto nella chat di Hikikomori, dopo tanto tempo ho provato a saltare fuori dalla mia stanza, una testa di cazzo, voleva solo scopare…»

In treno verso la mia città di ritorno da Bari, si è seduta di fronte a me una ragazza. Aveva gli occhi lucidi e guardava fuori dal finestrino, ogni tanto soffocava una lacrima con la manica del giubbotto. Scambiavo dei messaggi con mia mia moglie che era a casa e assieme ai miei figli attendeva ritornassi. Il treno era quasi vuoto visto l’ora tardi della sera.  E ciò che mi ha stupito è che poteva sedersi ovunque ma aveva scelto di farlo vicino a me. Ho preso dalla tasca del giubbotto un fazzoletto di carta e gliel’ho offerto, lei mi ha guardato senza fare nulla per qualche secondo poi ha allungato una mano sottile e piccola e l’ha raccolto: ha tamponato le lacrime ritornando a fissare il riflesso del finestrino. È stata ancora in silenzio senza ringraziare poi d’un tratto: «Professore non si ricorda di me?»

Ho risposto che non mi ricordavo, dando del “lei” come d’abitudine.

«L’ho vista a Trani nel corso di informatica. Il primo giorno ha offerto il caffè a tutti senza che, come di abitudine, ci fosse una ricorrenza particolare».

Ho risposto che non ricordavo. La ragazza mi ha spiegato le circostanze in breve e ho chiesto scusa per la mancanza di memoria.

Per scelta e discrezione non ho chiesto cosa avesse, ascoltando e basta.

«Ho qualcosa che pesa come un macigno dentro e devo parlare ora… Non riesco più ad uscire di casa, sono terrorizzata dalle persone, dai luoghi, riesco solo a starmene nella mia stanza. Gli unici con cui parlo, genitori a parte raramente, sono gli amici della chat Hikikomori».

Ho potuto solo aggiungere: «Ho letto qualcosa su quella chat ma non so molto».

Sapevo cosa fosse la sindrome di Hikikomori ma dovevo ancora solo ascoltare.

«Ho deciso di mollare completamente la mia vita sociale a 17 anni e ora ne ho 23. Da allora passo tutto il mio tempo, non lavoro e non studio, chiusa nella mia camera al computer chattando e navigando l’internet. Lì trovo gente che mi capisce e sa cosa si prova a sentirsi soli e inseguiti da chi non ti comprende e violenta con continue richieste di contatto e dialogo. Oggi ho visto un ragazzo conosciuto nella chat di Hikikomori, dopo tanto tempo ho provato a saltare fuori dalla mia stanza, una testa di cazzo, voleva solo scopare: eppure in chat fingeva così bene di essere un essere umano decente… il mondo è un posto molto brutto».

Mi ha fissato per un po’ e per essere sincero non volevo risponderle perché ne avevo piene le scatole di gente che si piangeva addosso e si arrendeva al primo ostacolo della vita, sono diventato un po’ cinico e giudico purtroppo la maggior parte delle persone “dei morti viventi che camminano con un cellulare in mano”. Mi rendo conto di esagerare ma ho diritto alla mia dose di sconforto.

La sindrome di Hikikomori, apro una parentesi per spiegare, è una malattia simile alla depressione: provoca isolamento, ritiro dalla società e dalle relazioni interpersonali e autolesionismo in certi casi. Colpisce per lo più gli adolescenti. Se siete ancora curiosi cercate su Google.

Provo a intervenire in mezzo a tutta quella disperazione: «Forse è il caso di cercare aiuto?»

«E già… andrò da uno psichiatra che mi rincoglionirà con medicine!»

«Non sono in grado di darti consigli, so solo che se decidi di non poterne più uscire, te ne convincerai sempre più e diventerà impossibile farlo».

Piange e quasi mi imbarazza, sembro io l’autore del suo malessere, mi guardo attorno.

«Sa che sensazione ho? Quella di essere inseguita, di cadere e di dovermi alzare in fretta perché tutti mi chiedono di essere una persona migliore e più forte, tutti esigono da me cose che ora non sono in grado di dare. Mi raggiungono e non mi permettono di dormire, mi dicono che sinché non smetterò di sentirmi sola e starmene da sola, non potrò mai più dormire…».

Riesco a dirle dispiaciuto: «Sai quante cose belle ti perdi? E non parlo di incontrare un ragazzo conosciuto in chat ma di fare le cose più semplici: bere, mangiare, viaggiare, fare all’amore, litigare e poi fare pace, piangere disperatamente e ridere disperatamente».

Non termino di parlare che prende il suo zaino, mi saluta e si avvia verso l’uscita del vagone in gran fretta.

Il vuoto ha inghiottito altro vuoto. Le parole hanno parlato su altre parole. Mi auguro che a casa abbia dei genitori coraggiosi e intelligenti che possano aiutarla.

Fontecommons wikipedia
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Damiano Landriccia
Damiano Landriccia nasce ad Andria, nel 1973. Sposato, con tre figli, vive a Trani. Ama leggere e scrivere. Ha scritto e scrive recensioni cinematografiche per il Mensile Culturale milanese “Quarto Potere” (www.quartopotere.com). Ha scritto per la rivista di moda pugliese “City View”. Ha vinto il Festival Teatrale U.A.I. – Atti Unici Italiani – di Reggio Emilia nel 2004. Gli hanno di seguito rappresentato il Testo vincitore “Il Grande Padre” a Reggio Emilia presso “Il Teatro Piccolo Orologio” sempre nel 2004. Edizioni Babila gli ha pubblicato delle poesie nel libro “Ad un passo dell’anima - dal verso all’immagine”. I testi teatrali sono pubblicati su www.dramma.it. Altri testi e poesie sono pubblicate sul sito www.ewriters.it