Alla fine del 1800, Silvio Pellico si ritrova in prigione poiché ritenuto un ribelle.

La sua appartenenza al movimento dei carbonari e quindi ad una ideologia politica è una questione che lo scrittore decide di non affrontare ne Le mie prigioni. Una scelta criticata e dai più interpretata come una scorciatoia che il Pellico avrebbe imboccato al fine di rimanere saldo nelle proprie convinzioni politiche evitando, così, di chinarsi dinanzi ai suoi accusatori.

Una tentazione, questa, facile e abbordabile da tutti, pur di non vedere le grandi verità che Pellico, fortunatamente, ci lascia in queste pagine a dir poco preziose.

Lo scrittore vive lo stato di prigionia prima in Italia, poi in Austria e infine in Moravia.

Luoghi di tormenti, privazioni fisiche e morali, ma al contempo luoghi di gioie e consolazioni.

Prigione e consolazione, due vocaboli il cui accostamento potrebbe essere definito inaccettabile quasi provocatorio, ma il cuore de Le mie prigioni si sviscera proprio attorno a questo e altri ossimori.

Lontano da qualunque retorica, Pellico è incredibilmente vicino all’umanità di ogni cuore.

Soffre mancanze, prova rabbia, rancore, fastidio e irritazione.

Sono proprio queste morti e queste debolezze che lo portano a farsi umano e quindi bisognoso, consapevole della durezza del suo cuore.

In questa condizione di bisogno, Pellico si avvicina alla fede, sente il bisogno di essere il figlio consolato. Racconta di un ritorno a Dio mosso dal bisogno, dalla sete e dalla fame dell’anima e racconta di come questo bisogno si trasformi dolcemente in amore. La bellezza di questo viaggio è autentica poiché riesce a spiegare la fede che nasce inevitabilmente da un bisogno dell’uomo, ma si evolve in relazione vera e propria capace di portare all’anima benessere e a tratti gioia.

Pellico racconta, dunque, di un viaggio avventuroso e difficile, quello volto ad “odiar solo irreconciliabilimente le basse funzioni, la pusillanimità, la perfidia, ogni morale degradamento”.

Una verità che appare scontata, una meta a cui tutti credono di tendere, eppure il più delle volte archiviata nello scomparto “rassegnazione” di ognuno di noi.

Pellico inizia a camminare proprio nelle mura ammuffite di una prigione e ad ogni passo si spoglia di qualcosa, si pone di fronte alla difficoltà di riconoscere e di lasciare qualcosa di sé, di dover abbattere le proprie resistenze.

La prigione abitata da Pellico è autenticamente difficile da vivere, tuttavia potremmo interpretarla come metafora del nostro essere: anche noi, a volte, potremmo ritrovarci ammuffiti e imbruttiti da schiavitù, vizi, relazioni sbagliate, lutti, dolori.

Eppure Pellico dalla sua bruttura, proprio a partire da quella, riesce a risorgere.

Non è la condizione di tutti noi?

Quanti si son ritrovati ormai rassegnati nelle loro sconfitte, superbi nel commettere errori e nell’incapacità di perdonarli a sé stessi.

Pellico continua nei suoi ossimori geniali. Muffa come concime di vita.

Un invito più che palese a non morire di rassegnazione a non considerare la sconfitta, il fallimento, come i punti fermi e indiscutibili di questa vita.

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Caterina Viscanti
Mi chiamo Caterina e ho 25 anni. Nata in Puglia, Altamura per la precisione, laureata a Milano in Comunicazione per l’impresa. Milano è una città di cui mi sono lentamente innamorata, tuttavia ho preso la scelta coraggiosa, se pur consapevole, di tornare in Puglia la terra a cui sento di dover restituire e offrire qualcosa. Nel mare agitato di persone scoraggiate e pessimiste non mi lascio annegare facilmente. Una delle mie ancore di salvezza è proprio la scrittura.

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