Una buca nella regione montuosa di Ghor in Afghanistan. Nella buca, in piedi, con la sola testa che emerge, una ragazza. Alcuni uomini le scagliano delle pietre mentre lei recita la professione di fede islamica.

È il video shock che da una settimana circola in rete ed è stato mandato in onda su alcune emittenti televisive. Un filmato agghiacciante, ma autentico secondo la portavoce del governo afghano, Abdul Hai Katebi.

Rokhsahana è il nome della donna, tra i 19 e i 21 anni, lapidata perché colpevole di adulterio: sposa bambina ha tentato la fuga con il giovane amante. E non è stata perdonata, nonostante la lapidazione per il reato di adulterio sia stata abolita in Afghanistan alla caduta del regime talebano quattordici anni fa. Ma la legge ancora non esiste nelle regioni più povere di quel Paese, soprattutto in quelle ancora sotto il controllo dei talebani, dove, anzi, il governo è guardato con diffidenza dagli abitanti per la corruzione dilagante: molti preferiscono rivolgersi al Dipartimento di Istruzione Islamica, quello che in pieno regime era il Ministero per la Promozione della Virtù e per la Prevenzione del Vizio, un ufficio ministeriale per l’applicazione dei principi religiosi. Peccato che quel dipartimento applichi una giustizia sommaria in nome del Corano, attenendosi ad un’interpretazione ristretta della Sharia (il complesso di norme fondate sulla dottrina coranica).

“È stata lapidata a morte dai talebani, da dignitari religiosi e da signori della guerra irresponsabili”, ha confermato Seema Joyenda, governatrice di Ghor. Alquanto sterile perdersi in discorsi sui presunti colpevoli. L’amara verità è che il governo afghano fa ancora poco per proteggere e tutelare le sue donne, ancorato a logiche tribali e semifeudali difficili da estirpare.

Non basta tacciare l’assassinio come inumano e contrario all’Islam, giustificarlo come un fatto culturale. Non basta leggere le statistiche e sapere che il 90% delle donne afghane vivono situazioni di violenza domestica quotidiana (al punto che fanno di tutto per farsi rinchiudere nel carcere femminile di Herat pur di sfuggire ai loro aguzzini) e come loro altre migliaia di donne nel mondo. Né basta aspettare il 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne, per organizzare manifestazioni ed eventi che sensibilizzino l’opinione pubblica. Perché anche questa è una forma di violenza: stare a guardare come spettatori inermi mentre in alcune zone del mondo le donne subiscono questo tipo di trattamento, che passa come fatto culturale. Cosa c’è di culturale nella lapidazione di un essere umano? Cosa c’è di culturale nella violazione dei diritti umani? Cosa c’è di culturale nel calpestare le vite di donne indifese?

Siamo ancora nell’età della pietra.

Ed è ancora più scandaloso che le maggiori testate giornalistiche italiane abbiano passato sotto silenzio questa tragica morte.

Tutto questo deve far riflettere, deve far interrogare. Occorrono azioni concrete per difendere le donne: sicuramente devono essere potenziati i programmi volti a promuovere i diritti umani, a contrastare i matrimoni precoci e a favorire la partecipazione delle donne alla vita economica e culturale del proprio paese. Soprattutto occorre una presenza effettiva e fattiva della comunità internazionale in Afghanistan e in tutti quei Paesi dove i diritti umani sono calpestati, una presenza che era venuta meno all’indomani dell’emergenza militare, ma che oggi deve tradursi in investimenti economici, in promozione sociale, nella formazione delle giovani generazioni, che hanno voglia di pace e con loro costruire la pace.

E allora il video di Rokhsahana non rimanga una semplice testimonianza dell’ennesimo episodio di violenza sulle donne, ma diventi un punto di partenza per sostenere le donne e i diritti umani.

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