Parigi

Scrivere sulla strage jihadista di Parigi, dei fatti di Bruxelles e del terrorismo che insanguina oggi il mondo, e l’Europa in particolare. Ci si può provare, magari senza competenze specifiche, né spiegazioni esaurienti, ma qualche idea si può, e in qualche misura si deve, provare ad abbozzarla.

Partiamo dalla considerazione che ogni tanto, nella storia dell’uomo, il mondo ci sfugge di mano. E accade che, l’uomo, accecato dalla voglia di dominio o di vendetta, rientri nei panni del lupo che, in verità, non ha mai smesso. È parte della sua natura. Poi, quando la sua natura belluina si giustifica con una religione, l’orrore è assicurato.

Oggi, questo tema, si ripropone in maniera feroce, come altre volte è successo. Oggi è peggio, perché la tecnologia rende tutto più efficiente: il progresso, la modernità e anche la distruzione di uomini e cose. Da dove nasce la nuova voglia di sangue? Dal disagio sociale, in piccola parte. Dalle disuguaglianze, in piccola parte. Dalla voglia di vendetta per i torti subiti in passato da popoli sottomessi, in piccola parte.

Nasce, in massima parte, da uno scontro di civiltà. Il Cristianesimo, che ha forgiato l’Europa alla pace e alla convivenza, sempre pacifico e tollerante non è stato, né con gli ebrei né con i musulmani. Parliamo della notte dei tempi. L’Islam oggi, in nome del Corano, cerca la vendetta per il passato e la supremazia per il presente. Per i cristiani, vivere nei Paesi sotto il dominio del Califfato, è una condanna a morte certa, come ai tempi delle persecuzioni di Diocleziano.

Perché tutto questo accade? L’Occidente, ormai sempre meno cristiano, ha pensato agli affari e al dominio politico. I rapporti con i Paesi arabi e musulmani si sono improntati soltanto ai principi del vantaggio economico. Ma l’Islam duro e puro non ha mai accettato la sottomissione, in nome degli affari. Poi è arrivato l’11 Settembre. Lo smottamento dei rapporti ha trovato il suo momento peggiore nell’Iraq e nell’Afghanistan. La pretesa di esportare la democrazia, la pace, la tolleranza e il nostro ordine, non ha funzionato.

Credo che il punto di rottura sia qui. L’Islam, che ha conosciuto secoli di pace, di cultura e di convivenza anche in Europa, ha riscoperto la sua radicalità, ed è appunto tornato alle “radici” del Corano di Medina, quello aggressivo e guerresco, che contraddiceva il Corano della Mecca, dove Maometto predicava pace e tolleranza. Il Califfato segue il Corano di Medina. Ed è questo spirito di vendetta contro l’Occidente più o meno cristiano che arma la mano a tanti disperati pronti a guadagnarsi il paradiso con una cintura da kamikaze o con un mitra Kalashnikov. Ed è questo spirito che alimenta le nuove persecuzioni contro i cristiani in Oriente e in Medio Oriente.

A noi che tocca fare, ora? A parere di chi scrive, ci dobbiamo difendere anche con atti di guerra. Che è l’unico modo per costringere i musulmani estremisti a venire a più miti consigli. Poi verrà il momento dei tavoli di accordi e di pace, ma dopo. Che altro possiamo fare? Aiutare i musulmani moderati, quelli del corano della Mecca, a venire fuori dalla neutralità e schierarsi senza doppiezze. Insomma, dobbiamo ricominciare da Vienna per sperare in un nuovo secolo (o due) di pace possibile. La pace è sempre a tempo, ma va sempre invocata e perseguita (gloria a papa Francesco).

Infine, dobbiamo metterci in testa che ogni popolo ha la sua storia, e che nessuno ha il diritto di cambiargliela, con l’idea che, se vivessero come noi, starebbero meglio. E chi lo dice? Possiamo aiutarli a sviluppare tecnologie perché possa crescere il loro benessere. Possiamo accogliere quelli di loro che aspirano a una vita più simile alla nostra. Ma non possiamo cambiare quello che solo loro potrebbero cambiare.

E, il primo punto da cambiare, sarebbe lo Stato teocratico, il regime religioso.

La nostra storia di occidentali, e di europei specialmente, ha avuto la sua svolta fondamentale dopo il Concilio di Trento (1545-1563). Il Concilio si rese necessario per affrontare la Riforma protestante di Martin Lutero (Tesi di Wittemberg, 1517). Trento è l’inizio della Controriforma che, a partire dalla metà del 1600, porta alla novità che è alla base della nascita dell’Europa moderna. Finisce l’identificazione fra Chiesa e Stato, fra peccato e reato. La Chiesa avrà il suo codice canonico, gli Stati avranno i loro codici, le loro leggi. La coscienza religiosa non coinciderà più con il dovere civile. Il confessionale sarà cosa diversa dal tribunale. È il cammino lento e sicuro che ci ha portato all’oggi, alla laicità che poi ha assunto varie forme in politica e nella vita civile*.

Ecco, noi abbiamo fatto quattro secoli addietro quello che i musulmani del Califfato non mettono proprio in conto di fare neanche domani. Tutti discendiamo da Abramo, loro e noi. Ma il Cristianesimo guarda a un Dio “misericordioso”, l’Islam a un Dio “vindicatore”. Come dire che anche i misteri della religione camminano sulle gambe degli uomini. Non suoni blasfemo. E Dio ha dotato l’uomo di libero arbitrio, tocca all’uomo scegliere.

* Consiglio di leggere “Homo Europaeus”, Paolo Prodi, il Mulino.

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Antonio Del Giudice
Pugliese errante, un po’ come Ulisse, Antonio del Giudice è nato ad Andria nel 1949. Ha oltre quattro decenni di giornalismo alle spalle e ha trascorso la sua vita tra Bari, Roma, Milano, Palermo, Mantova e Pescara, dove abita. Cominciando come collaboratore del Corriere dello Sport, ha lavorato a La Gazzetta del Mezzogiorno, Paese sera, La Repubblica, L’Ora, L’Unità, La Gazzetta di Mantova, Il Centro d’Abruzzo, La Domenica d’Abruzzo, ricoprendo tutti i ruoli, da cronista a direttore. Collabora con Blizquotidiano.  Dopo un libro-intervista ad Alex Zanotelli (1987), nel 2009 aveva pubblicato La Pasqua bassa (Edizioni San Paolo), un romanzo che racconta la nostra terra e la vita grama dei contadini nel secondo dopoguerra. L'ultimo suo romanzo, Buonasera, dottor Nisticò (ed. Noubs, pag.136, euro 12,00) è in libreria dal novembre 2014. A settembre scorso è stato pubblicato "La bambina russa ed altri racconti" (Solfanelli Tabula fati). Un libro di racconti in due parti. Sguardi di donna: sedici donne per sedici storie di vita. Povericristi: storie di strada raccolte negli angoli bui de nostri giorni.

2 COMMENTI

  1. Ogni opinione merita rispetto e considerazione, in particolare quando viene espressa in modo pacato e garbato come in questo caso.
    Però, mi permetto di non essere d’accordo con l’analisi e, quindi, con le conclusioni pubblicate nel post.
    Ci sono diversi elementi riportati su cui varrebbe la pena fare un approfondimento, ma vorrei focalizzare il mio commento su un unico punto, che considero fondamentale.
    Si continua a scrivere ed a discutere di questo tema quasi esclusivamente sul piano della diversità culturale. Non c’è nulla più di questo atteggiamento che porti fuori strada nell’affrontare la questione.
    E non c’è conoscenza dei dati.
    Per motivi professionali, ho avuto modo di discuterne con diversi addetti ai lavori (non arabi, non musulmani) e questo fattore, il modo in cui viene trasmessa e comunicata la “realtà”, si rivela sempre determinante nell’impedire di avere un quadro esatto, scientificamente inquadrabile, della situazione attuale. Mentre invece i dati ci sono, eccome.
    Vivo a Parigi e, con tutto il rispetto, credo di avere un contatto con la realtà locale un po’ più “fisica” del cortese dott. Del Giudice.
    Mi perdoni l’imbarazzante gioco di parole, ma non trasformiamoci (inutilmente) in giudici di un processo storico, che peraltro non sta proprio nei termini in cui è stato riportato.
    Per trovare una via d’uscita ad un conflitto, che sta diventando sempre più pericoloso e che allarga la propria area di coinvolgimento ogni giorno di più, serve la conoscenza di dati oggettivi. Non mere disquisizioni storico-religiose.
    Occorre capire fino in fondo i meccanismi che stanno alla radice di questa fase storica (e sono tutti interni al mondo musulmano che, tra l’altro, conta di gran lunga il maggior numero di vittime civili…) e quali dinamiche di politica geo-strategica stanno portando avanti le potenze occidentali e la Russia, con tutte le motivazioni economiche ad esse collegate.
    Parigi ed i Parigini sanno che ci saranno altri attentati in città.
    E, Dio non voglia, saranno anche peggiori di quelli che abbiamo vissuto a metà novembre. E la cittadinanza, come in altre occasioni analoghe, ha dimostrato grande compostezza, dignità e capacità di non fare di tutte le erbe un fascio. L’ultima mossa da fare, in questo momento, è quella di infiammare ancora di più lo scontro militare. Dopo le esperienze vissute ed i “risultati” conseguiti dal 1991 ad oggi (per non parlare degli errori strategici fatti dall’occidente a metà degli anni ’70), dovremmo avere imparato qualcosa. O no?

    • Mi deve perdonare Marco Bena, ma non posso essere d’accordo con lei. Le mie disquisizioni storico-religiose, che occupano una parte del mio ragionamento, saranno anche fuori luogo, ma quelle sociologiche lo sono ancora di più. Le motivazioni politico-economiche non bastano a spiegare, né ancor meno a farci accettare, le stragi di Parigi e delle Torri gemelle e di Madrid e così via. Abbiamo certo le nostre colpe di europei, di americani, di russi e così via, ma vuol dire che alla guerra dobbiamo rispondere con silenti sensi di colpa, mentre i nostri cittadini muoiono a migliaia? No, proprio no. Alla guerra si risponde con la guerra, poi si fanno i tavoli di discussione e di riparazione, non prima.
      Due parole sulle mie disquisizioni. I cristiani passarono da perseguitati a persecutori, a Crociati, quando la croce e la spada diventarono un tutt’uno, quando non c’erano gli Stati, non l’Illuminismo, non la separazione fra codici canonici e codici civili. Solo dopo quella separazione cambiò la storia d’Europa. L’Islam, su questo piano, è indietro di cinquecento anni. E questo, più che una mia disquisizione, è un problema anche per gli stessi musulmani non califfisti. Anche per quell’ottanta per cento di musulmani che abitano a Parigi, e che hanno intenzione di vivere in pace nella modernità, non in guerra nell’oscurantismo. E, questo, si vede anche stando a Montegrosso.

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