Se togliessimo da una scacchiera un solo pezzo perderemmo tutto il senso del gioco. Quelle 64 caselle bianche e nere sono state pensate per essere occupate, attraversate e contemplate dagli occhi sognanti di chi ammira la pura logica del tutto. Ogni pezzo al suo posto, insomma, come quelle affinità che, scrutandosi, danno vita ad un’alchimia secondo cui è inconcepibile pensare all’una senza l’altra cosa.

Già, inconcepibile. Come privare una scacchiera del suo re o della sua regina, come abbandonare un alfiere, un cavallo o una pedina per strada, negandogli la possibilità di un rifugio sicuro, una torre da cui controllare le strategiche evoluzioni storiche di una Città.

A Pianella, comune dell’interland pescarese, hanno sottratto molto più di una Torre. Quello che si ergeva, infatti, tra le abitazioni del posto, era un simbolo di grandezza, di valorizzazione della propria identità, una sorta di scala ideologica che ricongiungeva l’uomo alle mistiche bellezze naturali che trovavano il loro compimento in forme architettoniche forse ancora rudimentali, ma sicuramente dall’indiscussa stabilità.

L’epoca è quella degli anni ’60, un periodo indimenticabile, fucina di innumerevoli rivoluzioni studentesche. Così, probabilmente, fu proprio l’esaltazione generale ad indurre l’allora amministrazione a demolire la Torre di Pianella per costruire edifici scolastici.

Leon Battista Alberti ha scritto: «Il benessere di un Paese si misura dal suo grado d’istruzione e dalle sue opere d’arte». E, oggi, su quei banchi di scuola i ragazzi hanno imparato una lezione che va al di là di semplici nozioni algebriche, una lezione che l’Università D’Annunzio di Chieti-Pescara, con la collaborazione dell’Università di Bucarest e dell’architetto andriese Raffaella Vasallucci, sta cercando di impartire alle nuove generazioni, affinché possano riaffiorare, attraverso la ricostruzione della Torre, quei princìpi etici e civili di una società che guarda al passato per migliorare il proprio futuro, un’idea armonica che la ventottenne Raffaella mette alla base di tutti i suoi progetti.

La seconda edizione del workshop internazionale di studio e restauro dell’architettura storica, tenutasi a Pianella lo scorso luglio, va proprio in questa direzione: restituire al giardino della Villa de Marchesi de Felici Del Giudice il suo fiore più bello, quella Torre che, più imponente di cento querce, offre frescura dalle torride passeggiate burocratiche del nostro Paese, adombrando gli interessi speculativi che l’avevano abbattuta. Vita dura per l’architetto Vasallucci che, appassionatamente, ha però raggiunto un punto cardine di riflessione, il ponte principale che collega il progetto onirico pugliese alla realtà adriatica. Basandosi sui cinque argomenti proposti, quali metodologia e obiettivi del progetto di restauro, il tema dei valori, il linguaggio contemporaneo e contesto antico, questioni strutturali e di costruzione, integrazioni di lacune nella trama urbana, Raffaella è arrivata alla conclusione che bisognava necessariamente restituire la memoria ad un luogo caduto misteriosamente nel dimenticatoio.

La pura logica del tutto, si è detto. L’insieme che può essere frammentato, la suddivisione delle parti che, incontrandosi, originano affinità ed alchimie di cui parlavamo prima. Eureka! La lampadina che accende un’idea, la più semplice, ma allo stesso la più efficace.

Mettersi in gioco comporta una dose di coraggio che possiamo trovare solo indagando nella parte più nascosta della nostra coscienza, quella che è sopravvissuta al terribile terremoto dell’Aquila, quella che ha saputo rialzarsi spronata dalla genuinità architettonica di un’era che, purtroppo, non c’è più.

Caselle bianche e nere, ricordi sbiaditi di un simbolo da ricostruire e un’atmosfera da ricreare. È molto più di un lavoro, è un dovere civico che abbiamo nei confronti dell’alfiere, del cavallo, delle pedine, ma soprattutto dei nostri contemporanei, perché potranno anche fare scacco al Re o ai nostri sogni, ma le regioni di Puglia e Abruzzo, per eleganza e tradizione, meritano di essere incoronate Regine d’Italia!

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Miky Di Corato
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.

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