Don Vincenzo Giannelli, parroco della parrocchia S.S. Sacramento di Andria, ha gentilmente offerto la sua disponibilità per raccontare, ai lettori di Odysseo, l’esperienza che vive con i detenuti del carcere maschile di Trani all’interno del quale svolge un compito nobile: curare l’anima dei detenuti e donare loro la forza di continuare a credere nella possibilità del riscatto.

 Don Vincenzo come è iniziata la Sua esperienza nella casa circondariale maschile di Trani?

Inizia molti anni fa, quando una persona della mia vecchia parrocchia, all’epoca detenuta, mi chiese di avere un colloquio.

Casualmente, una volta in carcere, incontrai la direttrice del penitenziario dell’epoca, Dott.ssa Pirè, la quale mi chiese cosa ci facessi in quel luogo; le risposi che ero lì per ascoltare una persona che aveva chiesto di parlare con me.

La Direttrice, in modo molto spontaneo, mi disse che questo incontro avrebbe privato il detenuto dell’ora di colloquio con i propri cari e mi consigliò pertanto, onde evitare questo ulteriore disagio, di inoltrare una domanda all’autorità competente al fine di ottenere l’autorizzazione per recarmi in carcere nella qualità di sacerdote-volontario.

Il Ministero degli Interni, dopo parecchi mesi, diede risposta positiva alla mia richiesta e da quel momento iniziò il mio cammino spirituale nel carcere di Trani. Per il primo anno mi recavo in carcere solo due volte alla settimana, poi con il passare del tempo mi consentirono di recarmi tre volte e da oramai 4 anni posso entrare tutti i giorni della settimana.

Qual è l’impressione che ha ogni qualvolta entra in carcere e il portone di ingresso si chiude alle sue spalle?

È sempre uno shock vedere i tanti portoni che si chiudono alle mie spalle. In particolare, il rumore di chiusura di quei cancelli è difficile da dimenticare, in quanto suscita, almeno in me, un sentimento di forte angoscia mista ad un senso di oppressione.

Tutte le volte in cui entro in carcere, anche oggi, nonostante siano passati molti anni dal mio primo ingresso, ho l’impressione di essere in un luogo dove non ci si sente liberi perché costantemente controllati in ogni movimento e dove vigono regole molto restrittive applicabili non solo per i detenuti ma anche per chi, come me, cerca di portare la parola di Dio in quell’agglomerato di cemento: infatti anche io devo, prima di entrare nei diversi bracci del carcere, obbligatoriamente lasciare tutti i miei effetti personali, questo al fine di impedire che ci sia ogni forma di comunicazione con il mondo esterno.

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(don Vincenzo Giannelli)

Il carcere, per come è strutturato oggi, preserva la dignità e l’umanità di un detenuto?

Assolutamente no, perché quando una persona entra in cella viene di fatto privato della sua dignità.

Pensa che in una cella di dodici metri quadri, composta da un unico bagno e da un piccolo spazio utilizzato per i pasti, ci sono circa 7-8 persone. Il problema del sovraffollamento carcerario è uno dei grandi problemi peculiari del sistema carcerario italiano che, di fatto ed in contrapposizione con il dettato costituzionale, priva la pena di una delle sue funzioni più importanti: la funzione rieducativa.

Un altro grande problema che vivono i detenuti è rappresentato dall’inattività, infatti al di fuori dell’ora d’aria questi uomini non sono impegnati in alcuna attività lavorativa o ricreativa: sono totalmente privi di stimoli. È possibile che i nostri amici detenuti trascorrano 22 ore della propria giornata a giocare a carte o a dama?

Don Vincenzo le risulta, anche alla luce dei suoi colloqui, che in carcere anche il criminale più incallito subisca una radicale trasformazione diventando un agnello mansueto?

Deve essere un agnello mansueto altrimenti può subire anche pesanti conseguenze dal punto di vista penale. Tanti detenuti vengono descritti, dalle carte processuali, come uomini crudeli, ma quando poi mi capita di incontrare qualcuno di loro, fatte ovviamente le dovute eccezioni, resto piacevolmente stupito, in quanto tocco con mano la loro umanità e la loro sensibilità. Le carte, a quel punto, vengono smentite da occhi che si incontrano e da mani che si stringono.

Ho vissuto incontri molti forti, ad esempio circa un mese fa sono stato avvicinato, sempre in carcere, da un giovane andriese, il quale dopo avermi raccontato la sua storia mi ha chiesto di confessarsi. Prima di salutarmi, con molta umiltà, mi ha letteralmente implorato di aiutarlo ad incontrare i suoi genitori perché voleva chiedere loro perdono per tutto il male che aveva fatto. In quel giovane ho visto autentico pentimento e quindi ho deciso di assecondare il suo desiderio.

Giuseppe Leonetti


[Foto copertina: www.giornalettismo.com ]

 

 

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Giuseppe Leonetti
Una famiglia dalle sane radici, una laurea in Giurisprudenza all’Università di Bologna, con una tesi su “Il fenomeno mafioso in Puglia”, l’esperienza di tutti i giorni che ti porta a misurarti con piccole e grandi criticità ... e allora ti vien quasi spontaneo prendere una penna (anzi: una tastiera) e buttare giù i tuoi pensieri. In realtà, non è solo questo: è bisogno di cultura. Perché la cultura abbatte gli stereotipi, stimola la curiosità, permettere di interagire con persone diverse: dal clochard al professionista, dallo studente all’anziano saggio. Vivendo nel capoluogo emiliano ho inevitabilmente mutato il mio modo di osservare il contesto sociale nel quale vivo; si potrebbe dire che ho “aperto gli occhi”. L’occhio è fondamentale: osserva, dà la stura alla riflessione e questa laddove all’azione. “Occhio!!!” è semplicemente il titolo della rubrica che mi appresto a curare, affidandomi al benevolo, spero, giudizio dei lettori. Cercherò di raccontare le sensazioni che provo ogni qualvolta incontro, nella mia città, occhi felici o delusi, occhi pieni di speranza o meno, occhi che donano o ricevono aiuto; occhi di chi applica quotidianamente le regole e di chi si limita semplicemente a parlare delle stesse; occhi di chi si sporca le mani e di chi invece osserva da una comoda poltrona. Un Occhio libero che osserva senza filtri e pregiudizi…

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