Qualche secondo di zapping prima del fatidico evento e poi l’ultimo click. Alle 21.00, milioni di polpastrelli digiteranno il tasto di gomma 1, le TV del mondo faranno a gara per sintonizzarsi in tempo, le scatole nere di ogni famiglia italiana parleranno un’unica lingua, una lingua che ha fatto sognare generazioni intere, parleranno di note e musica, canteranno a voce alta e cuore gonfio l’orgoglio di una nazione, di una tradizione squisitamente italiana, che ha rapito gli animi di un mondo intero e ha esaltato centinaia di uomini e donne sparsi su tutto il globo: da nord a sud, da est a ovest, dall’America alla Russia. C’era e c’è una sola parola: Sanremo.

Se cliccare un tasto di gomma per dare inizio alla magia è stato il semplice gesto che ha accompagnato per tutti questi anni il milanese, il romano, il napoletano, l’italiano di Brooklyn, in un Paese dimenticato dal mondo intero, assediato e divorato da tempo da un comunismo feroce e aggressivo, il semplice “play” che suona alla vita, alla musica, all’amore, all’ebbrezza dell’arte, a quella fresca ondata di libertà, all’Occidente e alla moda, era un tasto rotto per tre milioni di persone segregate e rinchiuse in un bunker di cemento, catapultato tra le montagne dei Balcani, nella patria degli Illiri che di “liria”(libertà) avevano solo quell’aquila nera a due teste incollata sulla bandiera rosso fiammante. Il click del pulsante era un programma segreto e premeditato settimane prima, anche mesi, l’avventura estrema di ragazzi e ragazze che volevano respirare a pieni polmoni Occidente, gridarlo in silenzio, sbatterlo in faccia all’ingiustizia di una dittatura che non poteva più continuare a controllare ogni singolo aspetto della vita di ognuno di loro, dei loro sogni, delle loro paure, della loro voglia di essere con un mondo che correva avanti.

Camere buie e sgabuzzini umidicci, abbandonati in qualche angolo di strada deserto, una carcassa tecnologica portata nel Paese dai Russi di Stalin, una sedia di legno sola nella camera oscura, qualche bicchierino di raki (grappa albanese) sparso sul tavolino, coperte di lana pesante arroccate sui vetri delle finestre, rettangoli irregolari di oscurità da appendere sui muri di pietra e mattoni. Luci spente, voci fossilizzate in qualche meandro di corda vocale, rigide come pali dalla paura; una paura impastata all’adrenalina e all’attesa, una pasta che nutriva i corpi e i cuori di intellettuali, musicisti, letterati, studenti e studentesse per tutta la durata del festival.

E in quelle camere disperse per la città maturavano i sogni della gente; sulle notte di Albano e Romina si iniziava ad amare l’Italia con le sue donne splendide, con il fascino tagliente del loro sguardo, della loro candida pelle incipriata, dei loro occhi truccati, dei loro sorrisi smaglianti e radiosi, con i loro gioielli e gli orecchini pesanti. Le ragazze albanesi, semplicissime nei loro abiti di panno grezzo importati dalla Cina comunista di Mao, si ritrovavano a cucire con la mente i colori e le forme di quelle vesti. Giovani che oramai rifiutavano i monumentali Tolstoj, Dostojveski, Puskin: le steppe russe innevate, gli zar, i palazzi monumentali, Lenin, la rivoluzione russa venivano sostituiti dalla lingua di Celentano, di Totò Cotugno, di Mina, dalla poesia celata dietro la loro musica, dalla sensualità della parola, dalla dolcezza dell’italiano che inebriava come un afrodisiaco la mente di coloro che avevano la temeraria fortuna di ascoltarlo anche per una sola volta l’anno.

La musica incarnava quella forza galvanica che unisce i popoli e le culture lì dove non esistono punti di contatto, quelle antenne improvvisate costruite con premura erano il mondo al di là di quei 28.748 chilometri quadri. Sanremo era il passaporto di chi prim’ancora che “albanese”, accanto alla voce nazionalità, leggeva “uomo”. E la musica italiana, con l’amore, la bellezza, la passione cantata, era pronta a ricordarlo, a ricordare a quelle pedine rivoluzionare, piazzate per qualche angolo del Paese, che la loro non era vita e infine a ricordare amaramente che quei semplici giovanotti dall’aria ribelle erano delle bombe ad orologeria silenti. Scoppiando non avrebbero sconvolto nulla. Scoppiando sarebbero stati sbattuti in qualche carcere lontano, etichettati come traditori della patria.

E proprio adesso, mentre scrivo, tra una parola e l’altra, si affacciano ai ricordi le mie lunghe estati albanesi: la sagoma irregolare e massiccia del mio vecchio zio appollaiato sulla poltrona di vimini, accanto all’imponente libreria di mogano; lui che adorava Mina, Celentano, Little Tony, che intonava perfettamente i motivetti che avevano fatto la storia del paese in cui ero nata, che rideva a ogni mio rimprovero, che chiedeva con fare divertito: “Tutto bene il mio italiano?”

Quell’anziano albanese che canticchiava emozionandosi: “Lasciatemi cantare perché ne sono fiero, sono un italiano, un italiano vero”, risuona come un’eco lontana, in ogni singolo neurone pensante, in ogni frammento di cuore, un nastro abbandonato tra stralci di vita che alle volte affiorano a galla, come tesori da custodire, lezioni da immagazzinare e da imprimere sulla pelle, su di noi, sulla nostra persona.

Quella voce lontana è la prova fisica e concreta che la musica trasforma il sogno in vita e la vita in sogno e non c’è spettacolo più straordinario di questo.

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