«Wendy, sono a casa amore»: a pronunciarlo è il volto sadico di Jack Torrance nel celebre capolavoro di Stanley Kubrick, Shining. Tratta dall’omonimo romanzo di Stephen King, la pellicola rivisita in chiave horror il topos caro alla letteratura paranormale. Ambientata all’Overlook Hotel in Colorado, la storia narra le vicende di uno squattrinato scrittore che accetta un impiego di guardiano invernale in uno dei più grandi alberghi statunitensi. Tra strani incontri e apparizioni soprannaturali, il protagonista scopre di possedere lo shining, una sorta di ‘luccicanza’ che gli consente di prevedere eventi futuri, rivivere quelli passati e comunicare attraverso gli spazi temporali.

Quella sera del 1980, al Cinema Odeon di Milano, c’era una rassegna che ricordava tutti i classici Walt Disney: «Allora Sam, meglio Biancaneve o Cenerentola?» La risposta era così retorica che persino Papà Cristoforetti si stava persuadendo nell’accompagnare sua figlia di tre anni a guardare un film vietato ai minori. Lui, un umile operaio trentino, non sospettava che si trattasse di un raffinato splatter, lo shining non gli apparteneva, non poteva immaginare che un giorno Samantha, la sua bambina, sarebbe diventata l’unico astronauta europeo a trascorrere, con un singolo volo, duecento giorni nello spazio.

A bordo del veicolo Sojuz, il 23 novembre 2014, Samantha parte per una missione denominata ISS Expedition 42/43 Futura, il cui programma prevede analisi biologiche ed esperimenti sulla fisiologia umana, quella, per intenderci,che aveva tanto inquietato la sua infanzia in una sala cinematografica, trentaquattro anni prima.

In fondo, a pensarci bene, la solitudine raccontata dal genio di Kubrick ed interpretata dal tre volte Premio Oscar, Jack Nicholson, è la stessa di un’aviatrice rapita dalle profondità della GalassiaL’estenuante ricerca di una luce all’orizzonte va di pari passo con un’innovazione tecnologica mirata a raggiungerla.

L’interazione elettromagnetica, spiegata prima dalle equazioni di Maxwell e poi dalla legge di Faraday, ci tiene fisicamente incollati alla gravità della nostra ratio, un intelletto che spesso ci trasforma in esseri arroganti in competizione con la grandezza di Dio. Scientificamente pretenziosi, tendiamo impazientemente alla conoscenza dell’assoluto attraverso una curiosità che impiega 300mila km/secondo per rivelarsi, alla fine, sterile. Dovunque conducano i nostri studi, il buio li precederà sempre perché il mistero della creazione parte dall’infinito e tange i nostri confini corporei, restrizioni mentali che alterano le nostre convinzioni, facendoci sentire soli in un albergo del Colorado o in uno Space Shuttle.

«Di solito si attribuisce il ruolo di mediatore delle interazioni a un mezzo speciale che riempie ovunque lo spazio, ma si potrebbe fare a meno di questo mezzo ed assegnare allo spazio medesimo quelle stesse precise proprietà fisiche che finora erano attribuite all’etere. Finora ho evitato questo punto di vista perché di solito la parola “spazio” è usata per indicare un’entità astratta priva di proprietà fisiche»: Paul Drude.

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