L’orologio scorre veloce, mentre l’auto corre lungo alla strada all’inseguimento di un tempo che non c’è.

Bisogna arrivare in città prima che sia tardi. Bisogna arrivare in ospedale prima dell’uomo dal camice bianco. Prima della sua comunicazione asettica: “Lei ha un cancro ai polmoni. Dobbiamo intervenire, ma non è detto che si possa risvegliare dall’anestesia”.

Tardi. Si arriva sempre tardi in questi casi.

Osservo il volto di mio padre smagrito e spaventato. Lui è arrivato prima di me. Glielo ha appena detto. Si è fatto firmare il suo bel consenso informato ed esce con passo tranquillo. Pratica svolta. Si può passare ad altro.

Papà mi fissa e io non so che dire, ma parla lui: “Sai che ho un tumore?”.

Certo che lo so papà, lo so da mesi, da mesi mi porto quest’inferno nel cuore, da quando mi hanno detto che ti restavano trenta giorni. Ho dovuto sorridere per farti sorridere, dissimulare l’angoscia per darti speranza. Ma, cazzo, certo che lo so che stai morendo!

“Sì, mi aveva parlato di un sospetto, la settimana scorsa… E che ti ha detto il medico?”

“Che mi devono operare e che potrei non svegliarmi più…”.

Papà, dai: sai come sono i medici. La fanno grave per coprirsi le spalle e far vedere quanto sono stati bravi a cose finite”.

Mento spudoratamente. Ormai sono diventato bravo. Non credo alle mie orecchie, tanto la mia voce suona schietta e sincera, ben diversa dall’urlo che mi lacera dentro.

“Tu pensi che andrà bene?” – mi chiede. La sua voce è un filo. Anche lui sa ingannarsi bene…

“Certo, papà, sei forte come un toro. Vincerai anche stavolta”.

Ho imparato a mentire dal primo giorno. Da quando un altro medico mi disse che mio padre era spacciato e, nel giro di cinque minuti, fui costretto a rientrare nella sua stanza con volto sorridente, i suoi occhi che fissavano i miei…

Su una cosa non avevo mentito. Mio padre era davvero forte come un toro. Ha combattuto e sconfitto il tumore per quasi trent’anni. La prima volta che glielo diagnosticarono, gli dissero che gli restava un anno di vita.

L’ultima volta, resistette per otto mesi. E gliene avevano pronosticato solo uno.

Medici, camici bianchi, professionisti del dolore. Possono sbagliare. Sono uomini anche loro: magari se ne ricordassero sempre e tutti.

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Paolo Farina
La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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