Robin Hood è veramente esistito? Ebbene sì, voglio partire già dal cuore di questa piccola ricerca, di questa escursione nella linea di confine tra la storia e il mito.

Sicuramente è il più celebre fra gli eroi leggendari inglesi ed è proprio questo a fomentare il dubbio di molti ricercatori a proposito della sua reale esistenza. C’è chi lo considera un’antica divinità celtica e chi addirittura ritiene che il suo nome potrebbe essere “Robin dal cappuccio”, una sorta di raffigurazione del diavolo (o del dio cornuto) protagonista delle feste pagane. Si arriva, poi, alle ballate popolari che lo descrivono come un temerario cacciatore di cervi nella tenuta reale della Foresta di Sherwood, in continua lotta con lo sceriffo di Nottingham. Tante sono anche le citazioni letterarie, come “Pietro l’aratore” di William Langland, databile attorno al 1377; “A Lytell Geste of Robin Hood” di Wynkyn de Worde (1510) e addirittura “Ivanhoe” (1847), di Sir Walter Scott che richiama il mito dell’uomo in calzamaglia presentandolo come l’inafferrabile fuorilegge, eppure fedele suddito del re.
Ma queste, come già detto, sono nozioni fumose, che non hanno la consistenza di qualcosa di reale, mentre qui si cerca di rendere Robin Hood vero tanto quanto Napoleone.

E dunque, il riferimento più importante risale alla metà del XIX secolo, quando la Commissione nazionale per la valutazione delle carte storiche setacciò migliaia di documenti che coprivano una storia di oltre ottocento anni. Siamo nel 1852. Lo studioso Joseph Hunter si imbatte in un personaggio che gli salta subito all’occhio, tale Robert, figlio di Adam Hood, nato attorno al 1280.
La storia, tra le tante, che ho deciso di raccontarvi, parte da qui.
Robert sposa Matilda e il 25 gennaio fa una domanda di concessione per ottenere in custodia un piccolo appezzamento di terreno della vasta proprietà di Bickhill (o Bitch-hill) nel Wakefield, per un totale di due scellini. Si trattava di un piccolo giardino: cento di metri di lunghezza per circa duecento di larghezza, niente di più.

Il regno è quello di Edoardo II, omosessuale e frivolo monarca salito al trono nel 1307; più incline ai divertimenti e alla sorte del suo interessatissimo amante Piers Gaveston (eletto duca di Cornovaglia, grazie all’intercessione di Edoardo, scatenando non poca rabbia tra i nobili “veri”), manifestò sin da subito un totale disinteresse per le questioni di Stato, mettendo quindi sul piede di guerra non solo la casta nobiliare e la popolazione, ma, cosa ben più grave, gli scozzesi che – la storia ci insegna – sono sempre stati pronti a ribellarsi. Edoardo venne inizialmente sconfitto a Bannockburn, nel 1314. A questo punto la cerchia del re, sollecitata dalla situazione problematica con gli scozzesi, si impegnò a raccogliere truppe da schierare contro i ribelli, accorgendosi però che all’appello mancava Robin, o meglio, Robert, e lo fece imprigionare. Dopo cinque anni la situazione diventò ancora più turbolenta, perché il conte di Lancaster, cugino del re, approfittò degli scontri, si pose a capo di una frangia di nobili scontenti dell’inadempienza di Edoardo II e ordì una vendetta, prendendo le armi contro il proprio sovrano; ma venne sconfitto, catturato e infine giustiziato. Come ovvia conseguenza, coloro che avevano appoggiato, anche inconsapevolmente, la causa di Lancaster, erano stati dichiarati fuorilegge; e in questo caso, il nome di Robert non compare più nell’elenco dei disertori, ma tra gli arruolati, così da finire nelle mani della giustizia. Tra i molti documenti esaminati gli storici ne evidenziano uno in cui si attestava la confisca di “una casa composta da cinque stanze” a Bickhill, guarda caso. Le probabilità che si trattasse dell’abitazione di Robert Hood sono molto alte e questo avrebbe portato il giovane a trovare rifugio nella vicina foresta di Barnsdale e a trasformarsi, per necessità, in un brigante.

Ora, se si crede con certezza e fede che le cose siano andate veramente così, bisogna anche sapere che Robert Hood, dandosi alla macchia e vivendo di caccia nella foresta, correva un gravissimo rischio. All’epoca, infatti, tutte le foreste del paese erano proprietà della corona. Pertanto, chiunque avesse osato cacciare anche una formica in quei territori avrebbe corso il serio rischio di venire spellato vivo, di perdere una mano, o ancora di subire mutilazioni varie. A volte la pena poteva anche consistere in un anno di galera, ma solo se fosse stata accertata – non si sa in che modo, poi – l’osservanza di un comportamento futuro integerrimo. Altre volte, il condannato sprovvisto di “garanti” che ne attestassero la buonafede o il pentimento, era costretto a lasciare il regno per sempre.

Ma ora torniamo alla storia. Abbiamo già detto che il conte di Lancaster, sconfitto nella battaglia di Boroughbridge, il 16 marzo 1322, nello Yorkshire, fu fatto prigioniero, condannato a morte e decapitato, mentre Robert Hood, a cui era stato confiscato ogni bene, era diventato un fuorilegge. La sua latitanza, però, durò solo un anno e questo rende meno “certificata” la storia finora raccontata, o meglio, la personificazione del Robert Hood di queste righe col Robin della leggenda, che invece fu fuorilegge fino all’ultimo dei suoi giorni.
Qui la leggenda si mischia con la storia e i contorni si fanno sempre più sfocati. Pare, infatti, che nel 1323 il re abbia trascorso tre giorni a caccia a Plumpton Park, nella Foresta di Knaresborough. Questo episodio è riportato in numerose ballate, in cui si racconta che “essendo entrato il re in Plumpton Park, vide che molti dei suoi cervi non c’erano più”. Al che, avrebbe esclamato con rabbia, giurando sulla Trinità: “Come vorrei poter avere nelle mie mani quel farabutto di Robin Hood!”. Stando alla ballata, grazie a un travestimento ingegnoso del re, Robin Hood e i suoi uomini uscirono allo scoperto ma non rischiarono la vita: infatti sembra che il sovrano rimase talmente tanto impressionato dalla simpatia del fuorilegge da proporgli di diventare “valletto personale di sua maestà”, mantenendo anche i suoi uomini. E infatti nella lista dei conti di corte si legge di una spesa relativa ai mesi successivi, comprendente il salario di Robin e di altri ventotto compagni. Dopo aver vissuto per qualche tempo alla corte del re, Robin chiese il permesso di essere reintegrato nella sua proprietà di Barnsdale, ma la concessione fu di una sola settimana. Per tutta risposta, però, il valletto-fuorilegge non fece più ritorno a corte e, anzi, ricreò una banda di ribelli rimanendo nella foresta per altri ventidue anni.

Evidentemente, il nostro caro Hood (Robert o Robin che sia) si sarà ben presto reso conto che i suoi “servizi” per Edoardo II andavano oltre quelli tradizionalmente intesi, e così ha mestamente preferito tornare nella foresta, trasformandosi in una leggenda vivente.
Del suo acerrimo nemico, lo sceriffo di Nottingham, non si sa molto, ma di certo, avendo il compito di mantenere la legalità nel Nottinghamshire e nel sud dello Yorkshire, non poteva esimersi dal dare la caccia ai fuorilegge che pullulavano nelle foreste reali.
I tentativi di allontanare il nostro eroe dal suo paese non mancarono, anche se c’è da dire che non furono mai troppo insistenti, tanto da permettere a Robin e alla sua banda di operare “liberamente”, soprattutto negli ultimi dieci anni di vita in cui agirono quasi indisturbati. Forse anche perché potevano contare sulla lealtà e sull’affezione del popolo e dei contadini, visceralmente schierati con Robin e la sua banda nel nome di una rivendicazione nazionale: c’era stato un tempo, infatti, in cui le foreste erano territorio libero e di tutti, e il divieto di caccia suscitava una rabbia e una ribellione tali da incoronare Robin come rappresentante o difensore dei diritti di tutti. Libera caccia in libera foresta, per così dire.

Ma com’è morto Robin Hood? Nel Manoscritto di Sloane (1640-1660) si racconta che, dopo essersi ammalato si recò da una cugina, la Priora di Kirkless, per sottoporsi a un salasso, all’epoca ritenuto la panacea universale per ogni male. Sepolto non si sa dove, l’unica vaga certezza è di una tomba senza nome, che però fu distrutta all’inizio del XIX secolo da alcuni sterratori al lavoro su un tratto di ferrovia. Il motivo? Un’altra leggenda: pare che, ridotta in polvere, avesse miracolosi poteri contro il mal di denti. E così andò in frantumi, nel vero senso della parola, l’ultimo dato concreto su Robin Hood.

Certo, oltre a tutti i se e i ma, si può anche tentare una risposta dal sapore sociologico e storico, per cui, in un’epoca in cui contadini e paesani erano costretti a vivere in condizioni di incresciosa povertà e ingiustizia, nacque un fermento di contestazione e ribellione contro i nobili e i potenti. Sentimenti e risentimenti che si evincono dai documenti storici ma che riecheggiano, in modo ancora più sensibile, nelle ballate e nelle leggende folcloristiche su Robin Hood, che così diventa il portavoce immortale di un ideale. Perché quel sapore di libertà che è insito nelle sue storie si fa simbolo di un’epoca che si chiude così da lasciare il libero accesso alla cosiddetta modernità.

Personaggio metà storico metà leggendario, bandito o nobile sassone decaduto, divinità della foresta o folletto. Generoso fuorilegge abile con l’arco o bandito come tanti altri. Come si è visto, nonostante il tentativo di percorrere un’unica via, le identità da attribuire a Robin Hood sono molte, anzi troppe. Tra storia, racconti, ballate e documenti ufficiali, questa matassa non sarà mai districata.
Altrimenti, perché chiamarla leggenda?

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