Una delle riforme più complesse e più “riformate” da parte del Governo è quella della pubblica amministrazione, dove più che in ogni altra situazione, le radici dei partiti (non usiamo il termine “politica” per evidenti ragioni di rispetto a questa espressione della partecipazione popolare) si sono infiltrate e fortemente radicate. Più riformate perché, come spesso accade nella prassi parlamentare, ad ogni proposta di riforma corrisponde una piccola controriforma che va sempre ed inevitabilmente a salvaguardare interessi forti, e a contaminare gli effetti di quanto con le idee progressiste si vuole realizzare. Non a caso si dice dei politici che se si riunissero per disegnare un cavallo, ne verrebbe fuori inevitabilmente un cammello.
La nostra pubblica amministrazione, dopo il lungo quieto vivere delle vecchie leggi risalenti al periodo regio ed a quelle dell’immediato dopoguerra, dalla legge n.142 del 1990 in poi, ha iniziato un percorso fatto di vari interventi legislativi per riorganizzare la rappresentanza dei partiti negli enti locali e l’apparato burocratico. Certamente un cammino importante è stato realizzato con le diverse leggi Bassanini, che sono intervenute per dirimere i conflitti sulle competenze nella pubblica amministrazione, e separare nettamente l’attività gestionale, riservata esclusivamente all’apparto burocratico, da quella politica e di indirizzo, riservata ai rappresentanti dei partiti eletti nei Consigli Comunali e Provinciali.
Prima della riforma, i politici spadroneggiavano nei Comuni e nelle Province disponendo, senza alcun contraddittorio tecnico, dall’attività di indirizzo generale del governo locale alla semplice gestione: lavori, appalti, nomine, concorsi, etc. Si pensi che all’epoca le commissioni dei concorsi nella p.a. erano composte da sindaci, assessori, consiglieri di maggioranza e opposizione e sindacalisti: si immagini con quale risultato, soprattutto in certe realtà comunali dove più intensa era la presenza clientelare, e dove la professionalità era considerata un optional.

La Bassanini nel 1997, quindi, ha operato come molti hanno detto, una riforma copernicana nella pubblica amministrazione. Ha dato a ciascuno le proprie competenze. Ma è stata anche una riforma (con quelle delle autonomie locali, dell’accesso agli atti e sullo snellimento delle procedure) contestata per via dei poteri conferiti al Sindaco (o al Presidente della Provincia) eletto direttamente dalla popolazione, rispetto ai quali si sarebbero ridotti quelli gestionali dei dirigenti e funzionari, per cui sarebbe venuta meno parte delle finalità della riforma.
“Ogni società tende a mal sopportare la burocrazia che la governa, ogni analisi tende a ricostruire ciò che teoricamente è l’ottimo. Il vero pericolo è che in entrambi i casi sopravvivano i gattopardi sia nella politica che nella pubblica amministrazione, e tutto si cambia per non cambiare niente“ (Ferdinando Pinto in Bassanini, Brunetta, ed i gattopardi nella difficile riforma della pubblica amministrazione, Book Chapters 2007).

In effetti, il dilemma nella gestione delle autonomie locali è in un giusto equilibrio tra i poteri politici e quelli dei burocrati, tale da consentire margini stretti all’autoritarismo, al clientelismo, alla corruzione, e indirizzare l’azione amministrativa verso una gestione sana e mirata al benessere dei cittadini.
Ma una considerazione appare evidente quando si osserva la realtà italiana: troppa e fortemente radicata è la presenza dei partiti nella gestione della cosa pubblica. Certo, è necessario garantire la rappresentanza e la partecipazione della popolazione alle scelte ed alla gestione del territorio, ma spesso questa partecipazione delegata dall’elettorato ai consiglieri comunali o provinciali, si deteriora (se non parte già così) in una forma di interesse privato, lontano mille miglia dalla volontà di chi ha espresso una preferenza nell’urna.
Altra considerazione che riguarda il nostro Paese è la eccessiva e pletorica presenza di rappresentanti politici nell’amministrazione locale. Troppi e spesso poco vocati all’amministrazione della cosa pubblica. Negli Stati Uniti, dove le cose a livello locale funzionano un po’ meglio delle nostre, la forma di governo è affidata al council-manager: un consiglio eletto dal popolo e mediamente composto da 5-11 membri (pochissimi contro i nostri 30-40) con funzioni normative, di approvazione del bilancio e di controllo sulla gestione. Il Mayor (Sindaco), che presiede il Council, ha funzioni prevalentemente di rappresentanza. Infine, al vertice c’è il City manager, estraneo alla politica, che sovrintende alla gestione e cura l’attuazione delle politiche del Council. Uno schema semplice in cui i rappresentanti politici non hanno ruoli invasivi, e che è adottato nella organizzazione locale di altre nazioni.
La strada delle riforme intrapresa dalla Bassanini è un gran primo passo per rinnovare le amministrazioni locali, ma non può essere che l’inizio di un processo che, come sappiamo, in Italia a differenza dei paesi anglosassoni, dura sempre più a lungo: allorché incontra i soliti ostacoli rappresentati dagli interessi dei partiti, devia ed allunga a dismisura il percorso e perde di vista il vero obiettivo.

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Si pensi alle Province, ritenute quasi unanimemente enti inutili, sulla cui riforma riguardante la loro soppressione si è fatta brusca frenata, producendo una “riformucola” che non spazza via l’inutilità di un apparato politico, ma gli rimane attaccato in altra forma. La gestione delle competenze provinciali può senza grossi traumi passare ai Comuni, visto che tra l’altro la soppressione riguarda Giunte e Consigli e non la gente che deve occuparsi degli Uffici. Ma pare di capire che il vero problema siano i partiti politici e la loro tentacolare partecipazione alla cosa pubblica. La vera riforma verso l’efficienza, la trasparenza e quant’altro auspichiamo dalle spesso logore amministrazioni comunali, non inizierà fino a quando essi (politici) occuperanno posizioni nell’amministrazione del governo locale, rendendo lento e macchinoso ogni provvedimento, schierandosi spesso a difendere privilegi e inadempienze dei dipendenti, rendendo vana ogni forma di meritocrazia, ridicolizzando ogni forma di avvicinamento del pubblico impiego (casta di intoccabili) a quello del privato, che invece vive sempre sulla corda del rendimento, delle proprie capacità e delle ricorrenti crisi economiche.

Aldo Tota

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