Picasso si arrabbia, perciò: “Non è possibile che siano state le linee curve e i triangoli della geometria non-euclidea a ispirare Manet a dipingere la curvatura realistica dell’orizzonte in una veduta marina! Siamo sempre stati circondati da geometrie non euclidee e gli artisti ne apprezzavano il valore ben prima che i matematici le identificassero!”

Magritte, infatti, dipinge una pipa. Non a caso la pipa. Un simbolo. La dipinge perfettamente, teatralmente sospesa e astratta da ogni contesto. Questa raffigurazione è accompagnata da una didascalia che ci avvisa, attenzione! – “questa non è una pipa”.

Come è possibile mai?

Non potendola fumare, possiamo solo ammirarla nella sua inesistenza. In confidenza, sussurrandocelo all’orecchio, il pittore belga ci svela un importantissimo segreto: questa è una rappresentazione, una figurazione della pipa, non la pipa. L’immagine ci ha traditi.

Il primo concettuale nella storia dell’arte occidentale ci ha spiegato che ciò che è rappresentato tramite la pittura o l’arte in genere non è la realtà, ma l’immagine che noi abbiamo di essa attraverso la percezione sensoriale, un’astrazione tipicamente mentale (come la geometria ecuclidea, d’altronde, di cui è appunto figlia).

I triangoli non esistono, sono un’invenzione della mente.

Ciò che è dipinto sulla tela o estratto da un blocco di marmo non si può sottrarre al suo contesto rappresentativo, in quanto non può essere utilizzato secondo la sua vera natura.

L’arte, anche quella con le migliori delle intenzioni, è finzione. È finzione come la realtà che circonda l’uomo o, per essere più precisi, come la percezione che l’uomo ha della realtà, rinchiusa in gabbie linguistiche e ragionamenti e misurazioni teoriche.

Già Platone, filosofo degli albori del pensiero occidentale, pioniere del pensiero estetico, ci ammoniva sulla menzogna dell’arte e sulla sua incapacità di condurre alla verità. L’approccio alla realtà fisica, già nel IV secolo a. C. , era problematico, visto che considerava enorme la distorsione dell’informazione percepita dai cinque sensi o da uno di essi.

Non sempre quello che riusciamo a percepire solo attraverso i sensi è vero o vero del tutto.

Non è vero che ciò che non vediamo con gli occhi non esiste. La realtà vera esiste indipendentemente dalla nostra capacità di percepirla in tutta la sua verità.

Pensiamo a due magneti: tra i poli opposti si scatena una attrazione violentissima, che permette alle calamite di attaccarsi, riuscendo a resistere anche a una certa forza di trazione. Nonostante questo, sotto i nostri occhi, non accade proprio nulla. Nulla di percepibile con nessuno dei magnifici cinque. Per quanto ci sforziamo, non riusciamo affatto a vederla, la forza che si scatena e si sprigiona dagli oggetti, dai corpi. Eppure, esiste. Certamente. È una questione di fisica.

Dunque la Fisica, pur chiamandosi così, dimostra l’esistenza fisica di qualcosa che noi non riusciamo fisicamente a percepire.

“Il niente sembra – proprio – essere la cosa più potente al mondo”. (R. Barry)

Ed eccolo lì all’orizzonte, compare Cartesio, per gli amici Certesio, a dire la sua sul rapporto problematico col mondo.

Secondo Reneè occorre rispettare l’idea che non è lecito accettare come vera una qualsiasi affermazione inquinata da una qualche possibile perplessità. È sufficiente prendere in esame i princìpi su cui si fonda il sapere tradizionale. Se cadono i princìpi, cadono le conseguenze. Il filosofo ci dice: “Guardate gente, che esiste un genio maligno, astuto e ingannatore che, beffandosi della nostra imperfezione, ci fa ritenere evidenti cose che tali non sono”.

Dopo aver dubitato di tutto, anche di sua madre, in un delirio alcolico, Descartes si rende finalmente conto che almeno lui, lui che aveva pensato di dubitare, almeno lui dico, doveva rappresentarla, una verità. L’unica certezza dunque è nel vomito, ergo sum. Eh pardon, cogito.

(oppure rogito, ma comunque…)

Kant, che ti pass, un beldì, dice a Reneè: “Senti Reneè, non basta mettere in discussione i princìpi del sapere tradizionale. Bisogna scavare più in profondità. Mettiamo in discussione proprio i metodi di apprendimento delle conoscenze della nostra mente!”

Immanuel – che bel nome poi – confessa che la mente, quando elabora le percezioni sensoriali del mondo, fa qualcosa di strano: organizza le informazioni raccolte in un archivio di modelli pre-costituiti, acquisiti dalle esperienze passate. Cioè essa ha un bisogno di stabilire un rapporto di continuità col passato, attraverso la categorizzazione delle informazioni.

La mente (‘sta stronza) possiede dei cassettini a scomparti in cui inserisce le info e le percezioni e le sensazioni che raccogliamo dal mondo. A causa di questa strategia, è sicuro che sussista un’enorme differenza tra il mondo esistente così come è e la conoscenza che noi invece ne abbiamo.

Viene così confermato, caro il mio Certesio, che quel genio maligno, astuto ed ingannatore altri non è, che l’Io, avido accumulatore seriale di notizie sbagliate.

Quindi se vomito non sum, se cogito non sum e nemmeno se rogito, sum. Ergo, sum aut non sum?

E l’uomo ora? È al centro? Al di fuori? Che ne è del meraviglioso disegno della Natura creato apposta da Dio?

L’uomo è un osservatore del mondo, cui è stato negato, di default, l’accesso alla Realtà Vera.

Non è possibile utilizzare la fallace evidenza dei sensi come unico strumento di indagine del mondo, l’abbiamo capito, no?

Mi domando se sia più fallace la percezione dei sensi o più distorta la convinzione che ciò che vediamo sia davvero la realtà.

Che cos’è l’apparenza, poi? Che cosa scatta nella nostra mente dall’impatto visivo?

Scatta la prospettiva. Un’elaborazione geometrica che serve a creare un inutile spazio tridimensionale su una superficie bidimensionale. Col solo risultato di allontanare lo spettatore, celebrando inutilmente l’inutile capacità di riprodurre una realtà statica.

Ecco: più che una elusione è una elisione, l’apparenza.

Tutta la nostra arte è ancora fortemente euclidea, ahimè.

Mi meraviglio di come, nonostante menti brillantemente pensanti si siano nei secoli interrogate su questo rapporto ambiguo tra immagine visiva percepita ed essenza della realtà, ancora oggi abbiamo troppo bisogno di categorie. Di identificarci con ciò che di corporale e materiale ci portiamo dietro, tralasciando quasi totalmente ciò che ci portiamo dentro.

Quando basterebbe un origami: la carta è l’immagine, non solo la superficie su cui l’opera giace. Non vi è separazione tra essere e non essere.

La missione umana è by-passare questa impostazione predefinita, comprendendo i trucchi che la mente prestigiatrice e illusionista sa giocarci perfettamente, costruendo senza sosta distinzioni di categoria.

Il mondo vero, in attingibile. Comunque non raggiunto. E in quanto non raggiunto, sconosciuto(Nietzsche, Il crepuscolo degli idoli).

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