Il ricordo è un’ombra che non si può vendere, anche nel caso in cui qualcuno volesse comprarla

(Søren Kierkegaard)

La riflessione di questa settimana intende soffermarsi sul ricordo, sul valore della memoria, partendo proprio dall’etimologia di questa parola stupenda e che direttamente o indirettamente continua ad affascinare o a inquietare le coscienze.

Ricordare deriva dal latino re-cordari (da cor, cordis), riportare al cuore. Infatti, il cuore era ritenuto la sede della memoria.

Quanti ricordi cerchiamo di rimuovere dal nostro cuore e dalla nostra mente e quanti invece ci riportano a un passato che non può più tornare. Ma ci sono anche ricordi dello ieri che è appena passato e dell’oggi, che lentamente passa.

Poi nel nostro cuore si presentano anche quelli che potremmo chiamare i “ricordi del futuro”, cioè i sogni e i desideri che ognuno di noi si porta dentro: sono positivi questi, ma sempre accompagnati da qualche timore e paura.

Durante l’anno ci sono diverse giornate dedicate al ricordo e alla memoria di eventi del passato, così da permettere alle generazioni future di non gettare nell’oblio insegnamenti ed eventi di grande importanza, ma anche tradizioni quotidiane. Questo perché l’oblio è precursore della morte e parola antitetiche del ricordo. Bisogna ricordare la verità del passato per poter vivere.

Alcuni hanno detto: “Siamo nati per ricordare”, eppure viviamo in un’epoca di smemoratezza. Abbiamo perso le nostre radici e assomigliamo a quei rampicanti che sono saliti tanto in alto lungo la parete, ma stanno appassendo perché è stata tranciata la loro base. Sì, “l’oblio è precursore della morte”, del vuoto, dell’inconsistenza, dell’attesa vana. Accade di smarrire i valori di riferimento anche perché non siamo capaci di sostare a pensare, a studiare, a rievocare, a riportare al cuore, appunto, ciò che a suo tempo ci è stato offerto, insegnato, spiegato.

La pausa delle vacanze dovrebbe permetterci di ritrovare idee, temi, verità, insegnamenti che la melassa della banalità televisiva e della chiacchiera ha soffocato o impastoiato. Alcune letture o riflessioni o dialoghi potrebbero riportarci bellezza e luce, autenticità e sostanza, purezza e profondità.

Quelli che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo. Chi non conserva la lezione ricevuta attraverso le esperienze della vita è inesorabilmente destinato a inciampare di nuovo in errori e fallimenti. Purtroppo la storia conferma la tesi opposta e l’umanità spesso dissolve nell’oblio il passato e si ripresenta implacabile sugli stessi abissi, pronta a precipitarvi. Ecco perché il ricordo diventa fondamentale proprio per il progresso e non tanto per la conservazione.

E con i ricordi che vorremmo rimuovere? Ci sono infatti alcuni ricordi che riaprono ferite ancora doloranti, ferite che vorremmo rinchiudere con rabbia e pianto nell’abisso del cuore per non sentire più parlare di loro. Che fare con tali ferite? Dimenticarle o no?

Il filosofo Paul Ricouer direbbe di non dimenticarle, ma di risignificarle, di permettere che quelle ferite ci raccontino la vita “altrimenti”. Per far questo, occorre cercare di intravvedere in esse gli aspetti positivi, gli insegnamenti ricevuti, i cambiamenti in positivo che da quel momento in poi ci è dato portare dentro.

Lasciarsi raccontare altrimenti allora. Sì è difficile perché il male ricevuto è sempre male e fa male, ma risignificare può aiutare a capire che la vita, pur essendo una strada in salita e piena di solchi, è bella e in quei solchi possono nascere germogli, fiori, alberi, capaci di dare speranza ai nostri figli e ai figli dei figli.

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