Una piacevole chiacchierata con Federica Balestrieri, giornalista attiva da anni nel sociale, che nell’estate del 2013 crea un progetto che chiama “Ri-scatti.

Fotografi senza fissa dimora”: quindici senzatetto, un corso di fotogiornalismo, un concorso, l’opportunità per il vincitore di lavorare per un anno in una grande agenzia fotografica, una mostra in uno spazio museale prestigioso come il PAC, Padiglione d’Arte Contemporanea, 5mila visitatori in due settimane, una grande raccolta fondi per i senza fissa dimora. Così, un’idea di successo si trasforma in un’associazione di volontariato, per continuare a creare progetti di riscatto sociale.

Federica Balestrieri ovvero: Ri-scatti, fotografia ed integrazione sociale. Quali sono le peculiarità del linguaggio della fotografia in un contesto sociale, come il nostro, dove molto spesso vi è inflazione di tante parole inutili?

La fotografia serve a sintetizzare dei concetti, ma soprattutto stimola a guardarsi dentro, nell’anima. Tante volte una persona, attraverso la fotografia, racconta le proprie emozioni e i propri stati d’animo molto meglio che con le parole, e questo aspetto lo abbiamo puntualmente verificato, nelle molteplici iniziative organizzate con la Onlus Ri-scatti: con i quindici senza fissa dimora di Milano, con i ragazzi ammalati di cancro, con gli adolescenti di Amatrice. La fotografia ci spinge a guardarci dentro e a tirare fuori degli stati d’animo che difficilmente riusciremmo ad esprimere, magari a parole.

A proposito della mostra fotografica realizzata con gli scatti delle persone senza fissa dimora di Milano, quale spaccato sociale è emerso?

I protagonisti di questo progetto, attraverso le fotografie, hanno raccontato molti aspetti della propria vita quotidiana: i luoghi che frequentano; le mense dove pranzano; i dormitori o i giacigli per la strada dove dormono. Dalle loro opere emerge sicuramente un racconto di solitudine, ma anche, in un certo senso, di solidarietà, che arriva tanto da altre persone nella stessa condizione, quanto da benefattori che si prodigano nel fornire loro aiuto. Fondamentalmente, hanno raccontato una Milano molto diversa da quella di cui noi tutti siamo abituati a sentir parlare; questo è stato molto bello, perché ci ha riportato una città completamente differente rispetto alla “Milano da bere”, che adesso ci piace raccontare: esiste, infatti, una “Milano della povertà”, popolata sia da adulti, che da bambini (nel capoluogo lombardo persiste, difatti, un alto tasso di povertà minorile).

Milano ha due facce ed è straordinario che quella più sommersa sia stata raccontata direttamente, e senza filtri, da chi la vive. Questa è un po’ la peculiarità dei nostri progetti: le persone coinvolte diventano reporter di se stesse e delle proprie vite; conseguentemente, dalle loro immagini emerge nitidamente la puntuale descrizione di tutti i contesti più marginali della nostra società.

Qual è stata la reazione dei visitatori dopo aver visto le immagini raffiguranti l’altra faccia di Milano, quella più povera?

I nostri progetti, e quindi anche quello realizzato con i senza fissa dimora, terminano con una mostra fotografica presso il Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano, il PAC. A tal proposito, il Comune di Milano è stato molto disponibile e lungimirante nell’aprirci uno spazio che normalmente viene riservato all’arte “che conta”, ad un’arte molto diversa dalla nostra, che è invece di denuncia sociale. Pertanto, portare queste foto in luoghi che normalmente non ospitano questo genere di mostre, e frequentati da persone non abituate a vedere un certo tipo di realtà, ha significato infrangere degli stereotipi ed è servito a scuotere le coscienze. Lo abbiamo riscontrato dal numero di visitatori (ci son stati 5000 visitatori in dieci giorni) e dal numero delle opere vendute (circa 200). I nostri progetti, inoltre, si concludono sempre con una raccolta fondi, necessari per realizzare altri progetti fruibili da tutti coloro i quali saranno successivamente coinvolti nel nostro viaggio. Posso affermare di aver colto commozione e sorpresa negli occhi di tanti visitatori, ma anche tanto interesse nei confronti delle storie dei senza fissa dimora, che, unitamente ai volontari di Ri-scatti, erano lì a raccontare direttamente, per dieci giorni, il proprio vissuto quotidiano. Viene naturale, quindi, cogliere l’importante ruolo della fotografia, che è stata utile da un lato, per i senza fissa dimora, ad accrescere la propria autostima, e, dall’altro, ad agevolare l’integrazione tra questi ultimi ed i visitatori. Inoltre, dopo questa esperienza, alcuni senzatetto sono rimasti nel giro della fotografia: come associazione, abbiamo, infatti, attivato con quattro di loro un progetto intitolato “Fotografi senza fissa dimora”, grazie al quale vengono ingaggiati per fare servizi fotografici su commissione in occasione di matrimoni, feste, inaugurazioni ed eventi.

Con riguardo, invece, alla mostra fotografica inerente il fenomeno migratorio, è secondo lei auspicabile la realizzazione di un’integrazione compiuta tra diverse culture?

Si può arrivare ad un’integrazione compiuta solo se vi è uno sforzo autentico sia da parte di chi accoglie, sia da parte di chi è accolto. Detto questo, noi abbiamo trattato il tema dell’immigrazione da un’altra angolatura, scegliendo di raccontare l’immigrazione come una risorsa e non come un disagio sociale: invece di concentrarci sui richiedenti asilo, abbiamo coinvolto nel nostro progetto immigrati già integrati a Milano, città dove lavorano o dove hanno fondato imprese che oggi danno lavoro ad italiani; e lo abbiamo fatto per perseguire la finalità di raccontare un’integrazione possibile, che consideri l’immigrazione come una risorsa e non come una zavorra. In particolare, abbiamo voluto raccontare le vite di queste persone, coinvolgendo nove comunità di immigrati di Milano e chiedendo loro di aiutarci nel trovare due rappresentanti per comunità disposti a mettersi in gioco, nel tempo libero, e a raccontare la vita di stranieri a Milano. L’immigrato non è soltanto il marocchino, il romeno, il cinese, lo srilankese, che pur son stati coinvolti, ma anche l’argentino, il francese, il tedesco, perché immigrati son tutti. È venuto fuori un risultato straordinario: un racconto a colori e per immagini delle vite milanesi di stranieri integrati.

“Ri – scatti la ricerca della felicità”: la felicità raccontata da adolescenti malati di cancro. Cosa ha visto negli occhi di questi ragazzi, ai quali l’infanzia è stata strappata troppo presto da un destino crudele?

Sicuramente nei loro occhi ho colto la voglia di vivere, e la forza della vita esce in maniera dirompente dai loro corpi e da tutto quello che fanno, nonostante la malattia e il dolore. Quindi, dalle loro fotografie è emerso un grandissimo messaggio di forza e una grande certezza: la felicità esiste in tutti quanti noi e tutti possiamo trovarla, se realmente ci impegniamo a cercarla. Grazie a questi giovani ho capito che la felicità è nell’attimo in cui viviamo, nel qui e ora. La “Ricerca della felicità” è il titolo scelto dagli stessi ragazzi, una volta che son stati coinvolti in questo progetto; grazie ai loro scatti, siam tutti tornati a casa commossi e impregnati del fresco profumo dell’essenza.

Qual è la sua idea del viaggio, cosa rappresenta?

Il viaggio è un modo di scoprire il mondo ogni volta con nuovi occhi, che ci riporta in una dimensione diversa da quella della nostra quotidianità. Io viaggio per vivere due volte e per riscoprire le diversità, perché la diversità è una ricchezza inestimabile: trovo che sia una fortuna incredibile poter conoscere culture diverse o persone che parlano una lingua differente dalla mia o professano altri culti religiosi. Sono molto curiosa, per cui mi piace andare alla ricerca di tutto ciò che è diverso dalle mie abitudini, allontanandomi dalla comfort zone nella quale normalmente vivo. Viaggiare, quindi, è esplorare e cambiare un po’ se stessi.

Le regalo una scatola di colori, quale di questi La rappresenta maggiormente?

A me piace moltissimo il bianco, perché ritengo che sul bianco si possano poi disegnare tanti altri e nuovi progetti, con tanti altri colori.

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Giuseppe Leonetti
Una famiglia dalle sane radici, una laurea in Giurisprudenza all’Università di Bologna, con una tesi su “Il fenomeno mafioso in Puglia”, l’esperienza di tutti i giorni che ti porta a misurarti con piccole e grandi criticità ... e allora ti vien quasi spontaneo prendere una penna (anzi: una tastiera) e buttare giù i tuoi pensieri. In realtà, non è solo questo: è bisogno di cultura. Perché la cultura abbatte gli stereotipi, stimola la curiosità, permettere di interagire con persone diverse: dal clochard al professionista, dallo studente all’anziano saggio. Vivendo nel capoluogo emiliano ho inevitabilmente mutato il mio modo di osservare il contesto sociale nel quale vivo; si potrebbe dire che ho “aperto gli occhi”. L’occhio è fondamentale: osserva, dà la stura alla riflessione e questa laddove all’azione. “Occhio!!!” è semplicemente il titolo della rubrica che mi appresto a curare, affidandomi al benevolo, spero, giudizio dei lettori. Cercherò di raccontare le sensazioni che provo ogni qualvolta incontro, nella mia città, occhi felici o delusi, occhi pieni di speranza o meno, occhi che donano o ricevono aiuto; occhi di chi applica quotidianamente le regole e di chi si limita semplicemente a parlare delle stesse; occhi di chi si sporca le mani e di chi invece osserva da una comoda poltrona. Un Occhio libero che osserva senza filtri e pregiudizi…

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