Dal 24 al 26 ottobre si tiene a Firenze la quinta edizione della cosiddetta “Leopolda”. Questo, come è noto, è il meeting voluto annualmente da Renzi e i suoi “per promuovere, supportare ed elaborare ricerche, analisi, studi e proposte volte a rinnovare la società italiana”. Il titolo, sottratto (indebitamente) a Bob Marley, sarà “Il futuro è solo l’inizio”, e ancora una volta, nonostante Renzi sia adesso al Governo, a guidare il tutto saranno i concetti di “futuro”, “rinnovamento”, “dinamismo”, “gioventù”, in una parola: rottamazione.

Nonostante ultimamente non si senta più tanto in giro, si può dire che Renzi abbia costruito la sua intera fortuna politica sul concetto di “rottamazione”, usandolo, di volta in volta, come un paradigma da applicare a qualsiasi cosa. Dapprima è toccato alla vecchia classe dirigente del PD essere accusata di anzianità, poi, dopo essersi preso il partito, è stata la volta della minoranza che lo contestava. Oggi sono le Regioni che non condividono la nuova manovra finanziaria ad essere arroccate ai propri privilegi e a difendere gli sprechi di sempre, infine ci sono i sindacati. Insomma: chiunque lo contesti è il vecchio che va superato dal nuovo, che tra l’altro sarebbe lui. Quasi mai si entra nel merito delle proposte, lo scontro è sempre giovane/vecchio, dove la giovinezza deve vincere poiché ormai vero e proprio valore, non più semplice periodo della vita.

Ma come si è arrivati a fare della giovinezza motivo di mobilitazione politica? A provare a dare una spiegazione può aiutarci Umberto Galimberti, il quale qualche anno fa ha inserito in un suo libro quello della giovinezza fra i miti del nostro tempo, dicendo che “[…] il mito della giovinezza, [è] un’idea malsana che contrae la nostra vita in quel breve arco in cui siamo biologicamente forti, economicamente produttivi ed esteticamente belli. […] A sostegno del mito della giovinezza ci sono quelle idee malate che regolano la cultura occidentale, rendendo l’età avanzata più spaventosa di quello che è. Fra queste ricordiamo il fattore biologico, quello economico e quello estetico che, divenuti egemoni nella nostra cultura, gettano sullo sfondo tutti gli altri valori, per cui la vecchiaia appare in tutta la sua inutilità”.

Il mito della giovinezza è allora nient’altro che l’ennesimo prodotto della nostra società della tecnica, mediatica e votata all’apparire, ed è coerente in definitiva che abbia trovato manifesto sbocco politico. Nelle società arcaiche, come in quelle tutt’ora considerate “non civilizzate”, si è sempre ritenuto ragionevole affidare il governo delle comunità alle assemblee degli anziani, ritenuti quelli con più esperienza e quindi i più saggi. Ciò era possibile, come sempre Galimberti fa notare, perché gli antichi avevano una concezione del tempo ciclica, basata sui ritmi della natura, dove chi aveva vissuto di più sapeva di più. Il vecchio nell’accumulo del suo ricordo era ricco di conoscenza. Oggi, invece, laddove la concezione del tempo è progressiva, il sapere è specializzazione, aggiornamento, solerzia, il vecchio è semplicemente ritardo e inadeguatezza. Ecco spiegato anche il motivo di lifting, richiomature, make up a cui si votano i politici, oggettivamente anziani, ancora oggi sulla scena, poiché anche loro non possono che sottostare al mito della giovinezza e apparire al passo coi tempi. Fare di questo mito programma politico era il passo che mancava e Renzi l’ha compiuto.

L’istanza dei “rottamatori” tuttavia sembra un’istanza di innovazione, appare tale, ma rimane totalmente interna ai confini di quella cultura efficientista, utilitarista, improntata allo stare al passo e alla realizzazione individuale, tipica della destra italiana e non solo, degli ultimi vent’anni, e che l’istanza dei Rottamatori, in quanto di sinistra, dovrebbe invece avversare. Sarebbe il caso di parlare di idee ed è proprio quando Renzi e i suoi lo fanno che il bluff si fa evidente. Non vi è alcuna linea di sostanziale discontinuità tra quanto proposto dai giovani “rottamatori” oggi al governo e quanto fatto prima di loro. Soprattutto, è vecchia di 20 anni, e fuori tempo massimo, l’idea madre del progetto renziano, quella di liberalizzare la sinistra: un’idea “vecchia”, perché Blair lo ha fatto quasi 20 anni fa, “fuori tempo massimo”, perché la crisi che viviamo ha mostrato in maniera chiara tutte le falle del liberismo e sarebbe saggio provare a guardare ad altri modelli.

Certo qualcuno potrebbe parlare di fattore biologico asserendo che i giovani sono più dinamici e altre argomentazioni così, ma io sarei abbastanza imbarazzato a farlo. Appare sempre più chiaro che fattori come l’apertura ai cambiamenti o l’attitudine dinamica e creativa verso la vita sono una questione di carattere e non di età. Personaggi sulla cui integrità nessuno discute, come Moro o Berlinguer, rimasero in politica fino a 62 anni, il secondo diventando segretario del suo partito per la prima volta a 50 anni. A Jalta, dove nel 1945 si incontrarono i tre uomini che liberarono l’Europa dal Nazismo, Stalin, Churchill e Roosevelt, questi avevano rispettivamente 66, 71 e 63 anni.

Quella della giovinezza sembra allora a tutti gli effetti una mitologia basata su un valore, appunto la giovinezza, divenuto tale da periodo della vita che era, grazie alla presenza in essa di caratteristiche concordi a quelle ritenute valide dai valori dominanti della nostra società. Che tale distorsione abbia portato tuttavia a qualcosa di buono o che possa ancora farlo non è suffragato né da dati di fatto concreti, né dai discorsi sociologici e filosofici circa quei valori dominanti che la giovinezza hanno consacrato e che sono oggi imputati per la crisi del mondo occidentale. Del resto, bastava leggere Cicerone per scoprire che “non adduce nessuna valida ragione chi sostiene che la vecchiaia non abbia parte attiva nella vita pubblica”; Cicerone, contemporaneo di Giulio Cesare, padre della patria, rottamato a 63 anni con metodi poco ortodossi, il quale poi ha pensato la storia a recuperare, come a rimarcare il fatto che non tutto ciò che è vecchio è destinato allo sfascio: a molti spettano le sale dei musei.

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Andrea Colasuonno
"Andrea Colasuonno nasce ad Andria il 17/06/1984. Nel 2010 si laurea in filosofia  all'Università Statale di Milano con una tesi su Albert Camus e il pensiero meridiano. Negli ultimi anni ha vissuto in Palestina per un progetto di servizio civile all'estero, e in Belgio dove ha insegnato grazie a un progetto dell'Unione Europea. Suoi articoli sono apparsi su Nena News, Lo Straniero, Politica & Società, Esseblog, Rivista di politica, Bocche Scucite, Ragion Pratica, Nuovo Meridionalismo.   Attualmente vive e lavora a Milano dove insegna italiano a stranieri presso diversi enti locali".

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