Nell’immaginario collettivo le donne che hanno seguito la propria vocazione, assumendo i voti, sono simbolo di devozione; quasi prive di diritti e bisogni, hanno invece il dovere di mettersi al servizio della società…

Una storia di maschilismo e sopraffazione consumata tra mura importanti, quelle della Chiesa. A denunciarla, nei giorni scorsi, dalle pagine di Donne Chiesa mondo, l’inserto mensile de L’Osservatore romano, la giornalista francese Marie-Lucile Kuback, che ha intervistato alcune suore, riportando, sotto anonimato, le loro testimonianze. Ne emerge un quadro di grande discriminazione: suore impegnate h 24 a servizio di vescovi e alti prelati, con retribuzioni fantasma, da condividere, tra l’altro, con le proprie consorelle. Impiegate, senza contratto o convenzione, in scuole, parrocchie, ospedali. Nessun riconoscimento per le loro competenze, la loro professionalità, i loro titoli di studio. Sono voci ai margini, indispensabili ma invisibili. Sole e frustrate. Con grande umiltà e amore verso il prossimo dedicano la propria vita ai giovani, ai malati, agli ultimi, ma il mondo sembra non accorgersene, dandole per scontate.

Nell’immaginario collettivo, infatti, le donne che hanno seguito la propria vocazione, assumendo i voti, sono simbolo di devozione, disponibilità verso gli altri; quasi prive di diritti e bisogni, hanno invece il dovere, connesso alla vocazione, di mettersi al servizio della società. Forse quella società ha la responsabilità storica di aver contribuito ad avvallare una realtà di sfruttamento e discriminazioni, che, all’interno della Chiesa stessa, non solo è perpetrata dagli uomini, ma è giustificata dalle madri superiori, che non puntano il dito contro il sistema.

Intervistato da Libero, il vaticanista ticinese, Giuseppe Rusconi, ha avanzato il sospetto che la denuncia, in nome del politicamente corretto, volesse minare dall’interno la centralità di Roma nella Chiesa cattolica, quasi una vera e propria strumentalizzazione politica.

Forse Rusconi ci ha visto giusto, dato che oggi la Chiesa, sotto la guida di Bergoglio, è un vero e proprio “cantiere a cielo aperto”, pronta a mettersi in discussione e rivedere alcune sue rigidità, e denunce come quella dell’Osservatore Romano sicuramente non sono una novità, ma cadono in un momento in cui lo stesso Papa Francesco sta mostrando grande attenzione per il maschilismo imperante nella Chiesa. Nel prologo del libro Dieci cose che Papa Francesco propone alle donne (Publicaciones Claretianas) della professoressa María Teresa Compte, direttrice del master universitario di Dottrina sociale della Chiesa presso la Pontificia Università di Salamanca (UPSA), Bergoglio si è detto preoccupato perché “nella Chiesa stessa, il ruolo del servizio a cui ogni cristiano è chiamato scivola, nel caso delle donne, a volte, nei ruoli più di servitù che di vero servizio”. Per combattere il maschilismo, anche all’interno della Chiesa, ritiene «sia necessaria una rinnovata ricerca antropologica che includa i nuovi progressi della scienza e delle attuali sensibilità culturali per andare sempre più a fondo non solo nell’identità femminile, ma anche in quella maschile, per servire così meglio l’essere umano nel suo insieme. Avanzare in questa direzione è prepararci a un’umanità nuova e sempre rinnovata».

Parole forti quelle di Papa Francesco che lasciano intendere la volontà di scardinare il panorama della Curia al momento declinato esclusivamente al maschile: poche sono le donne presenti ai vertici del potere, quelli in cui si esercita l’autorità ecclesiastica; basti pensare che solo tre suore, tra le superiori generali, furono ammesse al Sinodo sulla famiglia, sei donne – in questo caso in perfetta parità con sei uomini – sono state nominate dal Papa nella commissione di studio sul Diaconato femminile, due professoresse sono oggi sottosegretarie al Dicastero dei Laici e una suora è sottosegretaria alla Congregazione dei Religiosi (Vita consacrata); l’unica donna nel Consiglio di  amministrazione dello Ior, invece, la statunitense Mary Ann Glendon, si è dimessa a febbraio scorso. Quote rosa davvero poco rappresentative per le 670.320 religiose dei cinque continenti a fronte di 466.215 fra vescovi, preti e diaconi.

Le stesse religiose, intanto, non sono rimaste a guardare: una trentina di donne appartenenti a diverse congregazioni femminili hanno sottoscritto il “Manifesto per le donne nella Chiesa”, che è stato poi condiviso da molte altre: dieci punti per chiedere rispetto per la propria vocazione e la propria dignità di donne in una società mista.

Sicuramente da sole non riusciranno a vedere riconosciuti i propri diritti, hanno bisogno dell’aiuto di tutte le donne libere dalla “tonaca”, di tutte noi che siamo più ascoltate di loro. La Chiesa ha tempi lunghi e lenti; è già passato un mese dalla denuncia dell’Osservatore romano e quel reportage sembra essere stato dimenticato, visto che non ne ha parlato più nessuno. Per questo la redazione di Odysseo ha scelto di approfondire questa realtà intervistando alcune religiose della nostra comunità, nella speranza che possa essere un’occasione per riflettere sul potere clericale e patriarcale della Chiesa.

Nei prossimi giorni, la prima intervista…

1 COMMENTO

  1. Bah..ritengo da sempre la Chiesa, quale umana “costruzione”, una organizzazione “necessariamente” maschilista e classista. Difficile concepire il contrario se non nelle idee. Qualche “illuminato” a suo tempo ha anche addirittura ipotizzato Papesse esercitanti. Credo che in tal caso il primo problema di italica struttura sarebbe il seguente: ma dobbiamo continuare con il genere maschile del nome o cosa?’😁

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