«Un grido è stato udito in Rama,
un pianto e un lamento grande;
Rachele piange i suoi figli
e non vuole essere consolata, perché non sono più» (Ger 31,15)

Non so neppure io come definire questo mio scrivere, non riesco a dare un nome proprio a questa penna che scorre, che corre, libera, infrenabile. Uno sfogo, una liberazione. Non so. So solo che ho bisogno di dialogare e non fuggire da questo dolore che strazia l’anima, che esplode nel petto, riconoscerlo, affrontarlo, vincerlo.
Non dovrei, ma devo. Devo farlo, subordinando la mia incasinata quotidianità di maggio a situazioni, come queste recenti, che sono accadute e non mi lasciano indifferente.
È veramente con gli occhi inondati di lacrime che vi parlo di una città forte, di un popolo fiero con le spalle robuste. Andria e gli andriesi, la mia città, la mia gente.
Andria sta urlando, lettori miei! Il suo grido di dolore squarcia l’aria, non si da pace, non si da tregua, perché Andria è una madre a cui le è accaduto il più grande dei mali. Ha perso i suoi figli.
Ancora indossa la veste nera del lutto, mentre piange, di nascosto, i frutti del suo grembo in quel devastante disastro ferroviario. Quel 12 luglio, meno di un anno fa, brucia ancora negli occhi. Le urla riempivano il cielo, le lacrime, la paura di trovare qualche caro sulla lista dei morti. Nessuno, nessun andriese potrà mai dimenticare il caldo afoso di quel giorno d’estate, con l’aria che sapeva tanto di Venerdì Santo, in cui il calvario era la campagna murgese, la croce aveva la forma di un binario unico e a trafiggere i corpi non erano chiodi e spine, ma grossi pezzi di lamiere.
In quell’occasione Andria rispose con la vita. Sebbene la morte avvinghiasse feroce i cuori, quantità di sangue incredibili vennero donate, difronte ad un evento che legava le mani, mia cara Andria, i tuoi figli porgevano le loro vene.

Ma tu, madre mia, terra mia, come la Vergine Addolorata, ancora altre volte hai dovuto stendere le tue braccia per accogliere le tue creature prematuramente scomparse.
Come ci si sente, donna, madre, a vederle partire sulla strada, mettersi su un veicolo, una moto, una macchina, e per un maledetto errore li vedi volar via, li perdi e noi con te, sgomenti, a guardare queste macabre scene, orribili. E rimaniamo qui, con le nostre forze, ad affrontare questa vita difficile, stenuante.
Cosa si prova nel vederli morire, per scelta, sotto un treno, con la vita fuori e la vita dentro, perché troppo difficile affrontare le battaglie di ogni giorno che ci vedono in conflitto, pieni di odio, delusione, disprezzo, invidia. E da un giorno all’altro rimanere col rimorso di non aver dimostrato abbastanza il bene.

Avverto la stanchezza sul tuo volto, e non meravigliarti che se ti dico che sono stanco con te. Ci ritroviamo a seppellire altri morti, fratelli, compaesani, a immaginare quale destino avranno i figli che lasciano, i genitori che piangono. Il tuo cuore è ferito ancora dalla perdita tragica di sei figli. Sei! Quattro in quell’incidente, e poi quei due ragazzini di 9 e 13 anni, uno divorato dal male ancora non totalmente curabile, l’altro strappato ai suoi cari da una morte improvvisa.
Ci sembra di essere rimasti al Sabato Santo, al silenzio devastante che avvolge la terra. Parliamo fra noi degli ultimi avvenimenti e sempre più la speranza facciamo fatica a trovarla. Vorremmo dire anche noi le parole del profeta Osea: «Dov’è, o morte, la tua vittoria?».

Vogliamo risorgere anche noi. Non possiamo mollare, non possiamo lasciarci sopraffare dal dolore!
Tutto sta nell’amore, nella conversione al bene e al rispetto reciproco. Vogliamo fare di ogni secondo attimi eterni da cui succhiare vita. Abbiamo paura di scambiarci il bene, senza capire che ogni giorno potrebbe essere l’ultima occasione per farlo.
Andria, madre cara, noi tue creature, nate e cresciute alle fronde dei tuoi ulivi, sotto il caldo solleone del sud, fra i campi verdi della murgia e con l’odore delle margherite nel naso, ci stringiamo con te attorno a chi salutiamo.

No. Non sarà la disperazione a guidarci, a dominarci, ma col cuore che batte attendiamo che finalmente arrivi, quanto prima, l’alba meravigliosa del mattino di Pasqua.

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Antonio Granata
Solo una cosa mi descrive perfettamente: un irrefrenabile istinto verso la scoperta e la conoscenza di me stesso, nelle situazioni e nei contesti. Le mie radici traggono quotidianamente nutrimento da Cristo, dalla musica e dal cielo, in qualunque sfumatura questo decida ogni giorno di mostrarsi a me. Un po’ come il Piccolo Principe di De Saint-Exupery, peregrino di pianeta in pianeta, scoprendo, vivendo, osservando, arricchendomi e mettendomi sempre in discussione. Il mio cuore, però, appartiene solo alla mia rosa. Ricerco e ascolto. Dove andrò? Non lo so…