Un tempo, non tantissimo tempo fa, era normale andare in campagna in tenera età a dar una mano al proprio papà nei lavori agricoli.  Oppure, per le femminucce, aiutare la mamma nei lavori domestici. Magari si avallavano le disparità di genere, questo è vero, ma nessuno si sarebbe sognato di chiamare il Telefono Azzurro per un dodicenne impegnato a raccogliere le olive durante le vacanze natalizie. O per una bimba che imparava, più o meno alla stessa età, se non prima, a stirare e fare il ragù.

La chiamavano “educazione”, ma, un bel giorno, ai genitori di oggi schiere di esperti hanno spiegato che non si fa, che fa male, che blocca l’armonioso processo di sviluppo dei minori. Salvo poi ascoltare voci fuori dal coro che non la pensano affatto così.

È il caso del libro Raising can-do kids (Perigee Books, agosto 2015), una pubblicazione a quattro mani, a firma dello psicologo comportamentale Richard Rende, autore di “Red Hot Parenting”, un blog di grande successo negli USA, e  Jen Prosek, fondatore e amministratore delegato di una società di public relations che ha sede a New York ed è tra le più celebri al mondo.

Secondo Rende, le pulizie domestiche aiutano a crescere più di un corso di scacchi o di lingue orientali, perché aiutano a sviluppare corresponsabilità e autonomia, elementi determinanti per riuscire anche nello studio e, un giorno, sul lavoro. In un’intervista rilasciata per il “Wall Street Journal”, Rende ha dichiarato: “I genitori oggi desiderano che i loro figli dedichino più tempo per avere successo quando saranno adulti, investendo per loro tempo e denaro in attività particolari ma, ironicamente, hanno smesso di chiedere loro di fare le faccende in casa, che invece è un aspetto chiave del successo”, cosa che, ha aggiunto, è dimostrata da decenni di studi scientifici che attestano gli effetti benefici, sia a livello emotivo che professionale, dell’arte dello sbrigare le incombenze domestiche.

A quanto pare, purché i compiti siano assegnati con un impegno proporzionato rispetto all’età e senza discriminazione tra i sessi, sembra davvero che imparare già a 3-4 anni ad essere solidali nella conduzione delle faccende di casa sviluppi non solo sane relazioni in famiglia, ma anche una marcata capacità di socializzazione, un eccellente grado di autosufficienza e una ottima ricaduta sul curriculum degli studi.

Con alcune precisazioni: non solo, rimarchiamo, niente disparità di genere nei compiti da assolvere, ma anche niente “ognuno pensi per sé”. In altri termini, non si tratta semplicemente di tenere in ordine la propria camera o la propria scrivania.  Occorre partecipare ai bisogni comuni, per esempio, lavando a turno i piatti o spazzando i pavimenti, in spirito di reciproco aiuto e con i genitori, papà compreso, lì pronti a dare per primi il buon esempio.

È troppo? No, rispondono ancora al Wall Street Journal Rende e Prosek, purché ci si sappia organizzare:  “Dando orari precisi per le pulizie, da inserire fra le lezioni di piano e la partita di pallone, iniziando con pochi compiti semplici e aumentando i livelli di difficoltà col tempo, come se le pulizie fossero un videogame, ad esempio insegnando loro a sistemare i vestiti negli armadi e nei cassetti e a riempire la lavapiatti. Le pulizie devono divenire routine e mirate a prendersi cura degli altri componenti della famiglia, non devono essere un lavoro solo per se stessi”.

Un ultimo consiglio, a sentire gli autori di Raising can-do kids: zero paghette per il disbrigo delle faccende domestiche. Se si vuole che i bimbi apprendano un sano spirito altruistico e non crescano come business man “ante litteram”, la paghetta settimanale e l’aiuto in casa devono restare due realtà completamente separate.

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