Il libro di Raffaele Marvulli, che tutti dovrebbero leggere

Non immaginavo proprio che esistesse un libro così pregnante, come una donna gravida al nono mese, in procinto dell’apertura delle acque.  Coinvolgente. Che mi prendesse come un amore a prima vista, capace di perpetuarsi per l’intera vita. Che si facesse accarezzare, come una persona cara, con delicatezza e passione. Che invogliasse e leggerlo più volte. Senza nessuna fatica. Con grande compiacimento personale e… gratitudine per l’autore.

Eppure, di libri me ne sono capitati un bel po’ tra le mani negli anni, e molti a dire la verità lasciavano proprio a desiderare. Paccottiglia! Ciarpame! Spazzatura, neppure riciclabile! Peccato per gli alberi tagliati inutilmente! Tanto che, non avendo voglia di sciupare del tempo, li abbandonavo anzitempo. Disgustato. Ecco, uno dei motivi fondanti per cui la gente non legge libri e giornali!

Non basta il talento nella vita, per cogliere il vero successo, per capirne il senso! Né l’impegno! Occorre anche un pizzico di fortuna. Nell’imbattersi in persone autentiche. In un medico coscienzioso, che si prende cura della salute, guardandoti olisticamente. In un docente che generosamente e con semplicità apre gli ubertosi sentieri della conoscenza. In un avvocato che tutela i tuoi reali interessi, non confliggenti con quelli del territorio. Occorre la buona sorte anche nell’acquisto di un utensile, di un mobile di pregio. A maggior ragione, poi, di un libro. Che ti può scagliare nell’abisso dell’abiezione o farti ammirare orizzonti dai colori smaglianti e profumi inebrianti.

Quando ho cominciato a leggere “Racconti e ricordi di Bisceglie” di Raffaele Marvulli mi sono detto “Che fortuna!  Che libro fantastico!” Man mano, poi, che procedevo nella lettura, mi appassionavo sempre di più e mi convincevo di aver finalmente trovato un libro che tutti in Italia dovrebbero leggere. Nel Mezzogiorno, come nel Nord e nelle isole.

Anche all’estero. Perché la narrazione della civiltà contadina, osservata con tutti i sensi all’altezza del cuore, diffusa nelle sue luci ed ombre su tutto il pianeta, sprigiona copiose risonanze emotive ed educa… a ripristinare un sostenibile rapporto con madre natura… a ripensare l’economia, pericolosamente lineare… a rivalutare la cultura e la politica, quella alta, che nasce dai bisogni della gente e del territorio.

In modo particolare, dovrebbe essere studiato nella città di Bisceglie, teatro di personaggi e di specifiche vicende, riscontrabili diffusamente altrove. Nessuna casa sarebbe accogliente, confortevole, amante del bello, acculturata, se mancasse l’ammaliante racconto di Raffaele.

Una perla di testo, scritta da un suo cittadino, che ne ha indagato ogni aspetto, con amore, perspicacia e grazia. Con levità. In tutte le scuole della città, di ogni ordine e grado, dovrebbe essere letto il libro del Marvulli. Da tutti gli studenti, che avrebbero, così, sotto i loro occhi, oltre ai pregevoli contenuti di storia, costume, folclore e vita quotidiana, un modello di scrittura, semplice, lineare, appassionata. Saggia. Elegiaca.

In qualche modo, pero, la fortuna me l’ero procurata. Era capitato, infatti, a me barlettano di leggere un articolo pubblicato dal mensile “Il Biscegliese” scritto dal signor Marvulli. Faceva riferimento alla presa di Sagunto da parte dei Cartaginesi, guidati da Annibale.  Mi era talmente piaciuto soprattutto nel tratto in cui Raffaele si siede su un masso delle rovine ed immagina i cruenti e dolorosi scontri, che avevo pregato la signora Amina Marvulli, la figliuola, di cui sono orgogliosamente amico, di farmi conoscere suo padre.

Accontentato su due piedi. Ne ero felice. Il sabato in cui dovevamo incontrarci, l’emozione valicava le stelle. Anche perché per più giorni il telefono aveva aperto i nostri cuori e dilatato le nostre coscienze. Non solo con lui, ma anche con la meravigliosa Pina, sua moglie, simpaticissima, ancora nel fulgore di una bellezza, che da giovane doveva aver travolto l’aitante Lello.  Preziosa collaboratrice nell’elaborazione del volume, per la sua passione per la lingua greca e latina. De Mango di cognome, nipote del famoso pittore biscegliese Leonardo sepolto ad Istambul, allora Costantinopoli.

Uomo che aveva coltivato solidamente il rigore morale, la dignità, la nobiltà d’animo, la generosità, la fierezza delle sue umili condizioni economiche e sociali, la solidarietà verso gli umili. A suo fratello Carlo, nonno di Pina de Mango ebbe a scrivere: “C’è gente che nella vita è diventata ricca per vie subdole. Possono diventare Cavalieri, commendatori, principi, baroni, resteranno sempre furfanti, quello che erano in origine. Niente di meglio nella vita che l’onestà!”.

L’arte pittorica lo costrinse “a vivere sotto un altro cielo”, in Siria, in Egitto, in Libia e soprattutto in Turchia. Sempre al nonno della signora Pina: “Se restavo ad intisichire a Bisceglie, dove l’irritazione era arrivata a togliermi il sonno la notte, poco mancava che non cominciassi ad impazzire.”

Dimenticato in patria e molto apprezzato all’estero, nei suoi numerosissimi dipinti rappresentava con un accordo armonioso di colori ed un’equilibrata compostezza, la vita quotidiana, i variopinti costumi degli abitanti, le cupole delle moschee, i palmizi stagliantisi in un cielo turchino, evocava scene idilliache con occhi sognanti.

Chiedo venia per il doveroso omaggio al grande artista.

Riprendendo. Avevo, infatti, capito, di avere a che fare con delle persone vere. Autentiche. Sobrie. Come i loro avi. Tra gli antenati di Raffaele, un maggiore garibaldino, Francesco Calò. La sua camicia rossa splende tra i tanti cimeli e documenti di casa. Intellettuali onesti, alieni dal politicamente corretto. Ed in Italia ce ne sono tantissime di figure senza macchia e paura! ma bisogna scovarle, snidarle dal nido della loro umiltà. Loro fanno una fatica immensa ad accarezzare il proprio ego. Mentre tanti altri lo rendono ipertrofico. In soccorso interviene la Bibbia. Annuncia, giustamente, che le lucerne non vanno tenute sotto il moggio. Vanno sbandierate.

Dovevo raggiungere Bari, loro attuale città di residenza, perché da molti mesi sto seguendo, come dilettante giornalista, i lavori relativi alla realizzazione del Parco Gargasole nella ex Caserma “Rossani”, una bellissima iniziativa di rigenerazione urbana che nasce dalle esigenze dei cittadini. Non dalle elucubrazioni dei politicanti e della burocrazia, legati a salotti, circoli o stabilimenti balneari di lusso, presi da altre non commendevoli istanze che hanno mortificato genti e territorio. Perciò, ci demmo appuntamento nel nascente Parco, pullulante di iniziative culturali e ricreative.

Non potevo, non dovevo, presentarmi con le mani in mano. La gentilezza è un grande valore. Né intendevo piegarmi alla becera e perniciosa consuetudine di donare una confezione di cioccolatini. Perciò, passando dal Panificio Paolillo Vincenzo di Barletta, attento alla salute dei consumatori, comprai una pagnotta di pane integrale, realizzata partendo da grano biologico “Saragolla”, macinato in sede, lievitata per ventiquattro ore in ambiente asettico dalla temperatura ed umidità controllata.

Seduti su una pedana del parco incontro i due anziani amici, ma beltà splende ancora nei loro occhi timidamente “ridenti e fuggitivi”. Gente colta, pregna di quella cultura che non è vano orpello, affabile ed umile! Persino eccessivamente umile e riservata!

Mi viene donato il volume, splendido anche graficamente. Con dedica. Graditissimo! Li abbraccio, accarezzando lungamente le spalle. Sapendo quanto impegno richiede la composizione di un racconto o di un articolo, mi rendo pienamente conto delle innumerevoli ore dedicate con amore e sacrifici inenarrabili all’ideazione, progettazione e realizzazione dell’opera decennale.

Tornato a casa, comincio a leggere “Una vigilia di Natale del dopoguerra.” Un testo leggiadro che Raffaele aveva scritto, quando aveva appena quindici anni. Ne rimango sconcertato. Altri racconti saranno filtrati dalla sua splendida memoria. Poi, una ciliegia dopo un’altra, ed il cesto pian piano si svuota.

Per una mia verifica, temendo di essere precipitato in un abbaglio, provo a leggere alcuni passi ad amici in ottima salute o affetti da Alzheimer e Parkinson, ed ancora una volta un ribollio di sensazioni, ricordi, emozioni si affacciano alle finestre delle anime. Unanime, il giudizio. Lusinghiero.

Non vi è un aspetto della civiltà contadina che non venga accuratamente esaminato, con delicatezza, con amore, in punta di piedi. Tutto è spontaneo e genuino, nulla è artefatto.

Per chi ha avuto la fortuna di vivere a cavallo di quell’epoca e di quella attuale, le suggestioni ricevute, portandolo a tuffarsi nel proprio vissuto, liberano da strati di polvere accumulati, ricordi che ritornano smaglianti per forme, colori, sapori, odori, superfici ruvide e levigate, fatiche, sofferenze, gioie.

La scrittura, poi, lascia stupefatti per la fluidità con cui scorre. La musicalità, che trasuda, evoca placide e morbide onde che si allontanano verso la riva, ma che il mare torna a riprendere. Ne viene fuori un mondo, dove la laboriosità, la creatività, la manualità, la speranza e la solidarietà rappresentano cifre portanti, alquanto desuete nell’attuale società postindustriale…

…che riduce a merce ogni valore …che emargina il genere umano, precarizzandolo, parcellizzandolo, schiavizzandolo, abbindolandolo ed anestetizzandolo con i consumi industriali. Dannosissimi per lui e l’ambiente, lasciando intravedere in prospettiva fosche tinte per il futuro, se non si vira a 180°, subito, prima che sia troppo tardi.

Di proposito, non entro nei dettagli dell’opera. Mi piacerebbe tanto farlo, ma dopo, quando la diffusione dell’elegiaca narrazione sarà ampia, auspicabilmente ecumenica. Per un reciproco arricchimento, per una maieutica orizzontale… ed anche per non togliere il gusto della sorpresa.

Le mie 75 primavere, vissute, come il mio amico Immanuel Kant di Konisberg, sotto l’incanto del cielo stellato ed in confidenza con la legge morale dentro di me, mi hanno insegnato ad avere un grande rispetto della dignità di chi legge. Sarebbe un peccato deprivare i lettori degli “ohohohoh, che meraviglia!” che sgorgherebbero come una sonora cascata dalle loro bocche, per ognuna delle cinquecento pagine, corredate da schizzi e riproduzioni dello stesso autore. Che continua instancabilmente a dilettarsi anche con la pittura!

Il costo del libro? Venti euro. Basta saggiamente rinunciare… a quattro pacchetti di sigarette, ed i polmoni farebbero salti di gioia, …o privarsi di due pizze e birra, tanto decantate da balorde leggende metropolitane, ed il sistema immunitario, felice e potenziato, andrebbe scalzo a Colonna, il monastero di Trani.

Ne sono certo. A fine lettura, la persona intraprendente e curiosa, “senza peli sulla pancia e sulla lingua”, come i bambini della famosa canzone vincitrice anni fa del Festival di San Remo, inevitabilmente concluderà: “Ohohohoh, che meraviglia!”, e saprà che cosa regalare, subito, senza aspettare eventuali ricorrenze, alle persone più care, alle quali intende offrire roba genuina, che non gonfia né la pancia né il cervello, né il cuore, ma rigenerando corpo ed animo, diventa vitale e virale.

Chi, comunque, dovesse rimanere scontento è autorizzato a ricoprirmi di improperi, bestemmie e contumelie di ogni genere. Dalla testa, pelata e canuta, ai piedi, stanchi e deformati. È invitato anche ad entrare in concorrenza con i cocchieri della civiltà contadina illustrata da Raffaele, Lello, per amici e parenti, alle prese con imbizzarriti cavalli o con avvinazzati frequentatori di osterie, ritrovi della gente disfatta dalla fatica e dalle malattie, a cui l’oste negava ulteriori boccali di vino.

Me ne accorgerò, subito, se mi fischieranno le orecchie, che già ricevono un sacco di scombiccherati fischi da una protesi acustica che all’Asl costa un sacco di soldi, ben mille e quattrocento euro, pagati dai contribuenti onesti, ma che realmente vale meno di quattro centesimi. Persino bucati!

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Domenico Dalba
Percorso scolastico. Scuola media. Liceo classico. Laurea in storia e filosofia. I primi anni furono difficili perché la mia lingua madre era il dialetto. Poi, pian piano imparai ad avere dimestichezza con l’italiano. Che ho insegnato per quarant’anni. Con passione. Facendo comprendere ai mieli alunni l’importanza del conoscere bene la propria lingua. “Per capire e difendersi”, come diceva don Milani. Attività sociali. Frequenza sociale attiva nella parrocchia. Servizio civile in una bibliotechina di quartiere, in un ospedale psichiatrico, in Germania ed in Africa, nel Burundi, per costruire una scuola. Professione. Ora in pensione, per anni docente di lettere in una scuola media. Tra le mille iniziative mi vengono in mente: Le attività teatrali. L’insegnamento della dizione. La realizzazione di giardini nell’ambito della scuola. Murales tendine dipinte e piante ornamentali in classe. L’applicazione di targhette esplicative a tutti gli alberi dei giardini pubblici della stazione di Barletta. Escursioni nel territorio, un giorno alla settimana. Produzione di compostaggio, con rifiuti organici portati dagli alunni. Uso massivo delle mappe concettuali. Valutazione dei docenti della classe da parte di alunni e genitori. Denuncia alla procura della repubblica per due presidi, inclini ad una gestione privatistica della scuola. Passioni: fotografia, pesca subacquea, nuotate chilometriche, trekking, zappettare, cogliere fichi e distribuirli agli amici, tinteggiare, armeggiare con la cazzuola, giocherellare con i cavi elettrici, coltivare le amicizie, dilettarmi con la penna, partecipare alle iniziative del Movimento 5 stelle. Coniugato. Mia moglie, Angela, mi attribuisce mille difetti. Forse ha ragione. Aspiro ad una vita sinceramente più etica.