gesù

Stasera, poco prima di mezzanotte, metterò il mio Gesù Bambino nel cestino di paglia che gli farà da culla fino all’Epifania. Il mio piccolo presepio è ai piedi di un albero stilizzato, assai simile a un candelabro a sette bracci, la Menorah della tradizione ebraica. È una mia costruzione che vuole mantenere il filo di continuità fra ebraismo e cristianesimo. È una mia idea, forse stravagante, che mi piace molto, ed ha un senso di compiutezza.

Il mio Gesù Bambino di gesso è pieno di cicatrici, è mutilo di una mano. Lo porto con me da quando mia mamma non c’è più, quasi dieci anni. È il dono più bello che mi ha lasciato in eredità. A memoria di mia mamma, quel Bambinello era stato comprato l’anno della mia nascita, ed era stato per cinquantasette anni il protagonista dei nostri Natali, nostri di famiglia numerosa.

Della mia infanzia ricordo due cose: il presepe e un triciclo che mio padre mi regalò per la Befana del 1954, avevo cinque anni. Abitavamo ad Andria, in via Duca degli Abruzzi: a pochi passi dalla famiglia di mia mamma, che abitava in via Duca d’Aosta , dove i miei hanno vissuto fino alla fine.

A pensarci, mi emoziono ancora, per quel triciclo che non c’è più. Il Bambinello da dieci anni i segue dappertutto: è il primo a trovare posto in valigia quando mi accingo a qualche trasloco: evento non raro nella mia vita.

Ho raccontato ne “La Pasqua bassa“, romanzo che tornerà in libreria fra un mese, i miei Natali di bambino. Un presepio enorme veniva costruito ogni anno nella sala d’ingresso di casa dei miei nonni materni. Nonna Grazia dava il via fra l’Immacolata e Santa Lucia. Da quel momento si apriva il cantiere. Zia Gina scartare i “pupi”, noi ragazzini, con zia Maria, ad aiutare e far confusione. Zio Riccardo a raccogliere muschio e asparagina. Zio Vincenzo, zia Rosa e zia Dina a sistemare tavole e sostegni da addobbare con cielo stellato, grotte, colline, deserti, sentieri. E poi fontanelle, venditori, pastori, fabbri, falegnami greggi, dromedari, angeli… E poi la Grotta delle grotte, la Mangiatoria delle mangiatoie.

La sera di Vigilia, con gli occhi gonfi di sonno, ma non domi, noi ragazzini eravamo l’amina della processione che attraversava, beneaugurante, tutte le stanze della casa. A me, il più grande dei nipoti, toccava portare il cestino di paglia con il Bambinello, in testa alla processione. Gli altri seguivano tutti con una candela accesa. Immancabile il puzzo di bruciato dei miei capelli che, ogni anno, zia Gina tentava di incendiare, presa dall’estasi del “Tu scendi dalle stelle…” cantato a squarciagola.

Quest’anno il Natale arriva sull’onda del “politicamente corretto”, quando va bene; o dello “scontro di civiltà”, quando il tono della discussione sale. Quest’anno il Natale arriva senza Presepio, o comunque con un Presepio divisivo che, per la prima volta, è oggetto di scontro anche politico. Scuole che hanno rinunciato a farlo, preti che ne hanno limitato il significato. Per rispetto di chi cristiano non è, dicono, riferendosi ai musulmani che vivono con noi.

Non è faccenda facile da dipanare, anche se è abbastanza scontato che, quando vai in casa d’altri, ne rispetti abitudini e tradizioni.

Ora, può anche darsi che le nostre tradizioni siano state svuotate di significato. Che se l’Albero di Natale ha soppiantato il presepio, qualche ragione ci deve essere. E non c’è riscatto nei tanti “Presepi viventi” che affollano il nostro Paese, che vive il sacro come pagano folklore.

Parlo per me, che sono un agnostico con intermittente rimpianto di una fede che ho avuto da ragazzo. Si può non essere credenti, ma provare una forte emozione per un Gesù Bambino di gesso, vecchio e mutilato, che ti riporta agli anni della felicità infantile; che ti ridà il clima di una gioia familiare adesso perduta. Riprovarla per qualche giorno, per qualche ora, è un bel miracolo, molto umano e molto sacro.

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Antonio Del Giudice
Pugliese errante, un po’ come Ulisse, Antonio del Giudice è nato ad Andria nel 1949. Ha oltre quattro decenni di giornalismo alle spalle e ha trascorso la sua vita tra Bari, Roma, Milano, Palermo, Mantova e Pescara, dove abita. Cominciando come collaboratore del Corriere dello Sport, ha lavorato a La Gazzetta del Mezzogiorno, Paese sera, La Repubblica, L’Ora, L’Unità, La Gazzetta di Mantova, Il Centro d’Abruzzo, La Domenica d’Abruzzo, ricoprendo tutti i ruoli, da cronista a direttore. Collabora con Blizquotidiano.  Dopo un libro-intervista ad Alex Zanotelli (1987), nel 2009 aveva pubblicato La Pasqua bassa (Edizioni San Paolo), un romanzo che racconta la nostra terra e la vita grama dei contadini nel secondo dopoguerra. L'ultimo suo romanzo, Buonasera, dottor Nisticò (ed. Noubs, pag.136, euro 12,00) è in libreria dal novembre 2014. A settembre scorso è stato pubblicato "La bambina russa ed altri racconti" (Solfanelli Tabula fati). Un libro di racconti in due parti. Sguardi di donna: sedici donne per sedici storie di vita. Povericristi: storie di strada raccolte negli angoli bui de nostri giorni.

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