Il camminare mesti e meditativi in questi giorni lungo i viali dei cimiteri, soffermandoci di tanto in tanto, come tra le pagine di un album, su delle foto che si stagliano dalle lapidi, nel ricordo di chi ci ha preceduto, può essere un atto di affetto e di saggezza ma può diventare anche un momento in cui raccogliamo la testimonianza delle comuni fragilità umane, per proseguire l’impegno che ha reso feconda la vita di chi ci ha lasciato.

Il cimitero potrebbe essere così anche il luogo della nostra riprogrammazione personale, nella misura in cui sapremo far tesoro di storie ed eventi, a volte tutt’altro che lieti, ma che passano portandosi dietro un pezzo del nostro cuore e rendendoci umanamente più maturi.

Quando poi ci vengono a mancare, a volte in maniera tragica, i nostri cari, sembra che la vita non abbia più né presente né futuro. Lo scompiglio interiore è tale che i discorsi non sembrano dire nulla e le parole non comunicano più. L’atteggiamento comune è di sgomento, disorientamento, angoscia, rabbia: ci sentiamo scossi, quasi costretti e violentati a riflettere sul problema della morte.

D’accordo: la morte non è qualcosa di assurdo e incomprensibile, fa parte del processo naturale delle cose che stanno intorno a noi (in ogni essere vivente c’è un inizio e una fine). Ciò che non ha senso però non è la morte in sé che sconvolge, ma il modo imprevedibile e a volte violento con cui la morte ci raggiunge … lasciandoci nel vuoto e nel disorientamento.

La vita è sì un processo evolutivo nel corso del quale si operano delle scelte e si progetta un futuro, ma è assurdo che tutto questo sia interrotto dalla morte; anzi … ci si rende conto, ahimè, che non è vero che si ha sempre del tempo davanti …

Purtroppo oggi c’è un minaccioso enigma di morte che avanza e si fa più incombente di un tempo: si va verso la morte organizzata e collettiva in una società anonima e disumana, in città che sono agglomerati di nuove moltitudini, schiavi di progetti e sogni frenetici che non si realizzeranno mai, individui senza nome e senza radici, senza memoria né legami affettivi stabili e duraturi: qui la morte è l’ultima impresa rischiosa che viene affrontata per evitare la disperazione.

Per il credente e per coloro che si accingono a vivere nel rimpianto e nella speranza, la preghiera diventa un atto di ringraziamento a Dio del dono di questi compagni di viaggio affinché li accolga con le braccia spalancate e la preghiera comune accompagni a varcare la soglia della speranza che oltrepassa il dolore presente; questa diventi una vera sfida e una promessa sul futuro che guida la vita di coloro che restano, augurandoci che il silenzio quale luogo del riflettere e del meditare sfidi vittoriosamente il baccano regnante … diversamente alla morte del silenzio seguirà inevitabilmente la morte della parola e la fine di ogni stupore che rende graziosa l’esistenza.

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