Il TTIP, il “Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti”, come è noto è un accordo commerciale di libero scambio fra Unione europea e Stati Uniti. È in corso di negoziato dal luglio 2013 e non si è ancora concluso. Nel dibattito fin qui svoltosi, i suoi oppositori europei, a ragione, hanno sempre fatto prevalere i motivi pratici per cui rifiutarlo, mostrando come la vita nel vecchio continente peggiorerebbe firmando il trattato. A questi tuttavia si possono accostare delle motivazioni culturali e strategiche, di lungo periodo, che saranno l’oggetto di questo articolo.

La scelta che l’Ue è chiamata a prendere circa la ratifica o meno del Trattato Transatlantico, non riguarda soltanto l’opportunità di creare una zona di libero scambio commerciale. È questa una scelta di ben più alta portata in cui si chiede all’Europa di scegliere il suo mare e con esso il suo futuro assetto, oltre che economico, sociale e culturale.

Dai tempi della scoperta dell’America, con il declino della Repubblica di Venezia, il mare “interno” dell’Occidente è diventato l’Oceano Atlantico e tale è rimasto fino ai giorni nostri. Concentrando lo sguardo sull’Atlantico del Nord si nota che su entrambe le sue sponde c’è Occidente: da un lato gli Usa, Occidente estremo, dall’altro l’Europa, il confine dell’Occidente, un Occidente più temperato. Proprio sfruttando questa sua posizione di confine l’Europa dovrebbe rendersi conto oggi di avere un’altra possibilità da percorrere: il Mediterraneo.

Dovrebbe farlo per il semplice fatto che il modello occidentale è proprio quello considerato colpevole della crisi strutturale che stiamo vivendo, e aderire al TTIP vorrebbe dire legarsi mani e piedi all’Occidente estremo con la probabile prospettiva di continuare a sprofondare. Non sarebbe privo di senso allora provare a cambiare i propri orizzonti voltando lo sguardo da Nord-Ovest (dove è rimasto fisso negli ultimi secoli) a Sud-Est (dove scrutare il suo futuro).

L’Ue del resto ci aveva già provato con il progetto di Paternariato Euromediterraneo nel 1995 a Barcellona, lasciando poi che tutto lentamente fallisse. Oggi abbiamo dunque da un lato il “Paternariato Transatlantico”, dall’altro il “Paternariato Euromediterraneo”. Da un lato l’Oceano, l’uniformità, la tecnica, il progresso perpetuo; dall’altro il Mediterraneo, la varietà, la natura, il progresso mediato dalla tradizione, ragionato. Da un lato altro Occidente, il simile a noi, il rischio di formare un blocco uniforme e minaccioso, ricette economiche, sociali, politiche già assaggiate e tristemente sperimentate; dall’altro l’Oriente, l’”Altro” da noi, la possibilità di un Occidente non monolitico, ma contaminato e dialogante, ricette economiche, sociali, politiche, nuove, da sperimentare.

Albert Camus faceva notare che “ogni volta che una dottrina ha incontrato il bacino mediterraneo, nello sconvolgimento di idee che ne è conseguito, a rimanere intatto è sempre stato il Mediterraneo, il luogo che ha vinto la dottrina”. Il Mediterraneo è il mare della pluralità, l’entità anti-fondamentalista per eccellenza. Il suo è un perfetto equilibrio fra terra e mare: la sua parte acquatica non è sterminata come quella dell’Oceano, non isola le sue sponde; mentre la sua parte terrestre non è compatta come quella dell’Europa continentale, non rende immuni dalle aperture esterne. Nel Mediterraneo è impossibile smarrirsi definitivamente, come avviene nell’Oceano, ma è anche impossibile non subire il richiamo del viaggio, come per i territori continentali. È così che sul Mediterraneo, in epoca antica, grazie alla Grecia, è nata la nostra civiltà (la democrazia, la filosofia, la tragedia), in epoca medioevale si è contaminato il Cristianesimo con l’aristotelismo, in epoca moderna si è generato il Rinascimento. Sul Mediterraneo si affacciano i tre monoteismi del mondo, sono messi a stretto contatto, così come le civiltà da essi generate. Paradossalmente il Mediterraneo è adesso il mare “esterno” dell’Occidente.

Dunque, oggi che l’Europa, per come è stata costruita dall’età moderna in poi, è in crisi, il Mediterraneo può tornare a giocare un ruolo cruciale. Oggi che, soprattutto da Sinistra, si è alla ricerca di un antidoto al pensiero unico occidentale che tutto ingloba e appiattisce, il Mediterraneo e la sua arte di resistenza culturale e antropologica potrebbero rivelarsi serbatoio inesauribile. Il Mare Nostro ancora una volta potrebbe fare il suo lavoro e vincere sulla dottrina questa volta neoliberista, su quella del progresso tecnico ad ogni costo (umano e ambientale), sconfiggere il dogma della “Crescita”.

Dunque “no” al TTIP, ma non ci si fermi al “no”, si proponga il “sì” al “Paternariato Euromediterraneo”, si approfitti del momento per riparlarne. È questa l’alternativa che suggeriscono, in forme diverse, intellettuali come Franco Cassano, Massimo Cacciari, Mario Alcaro, Pietro Barcellona, Giorgio Agamben, Edgar Morin, un’alternativa che una Sinistra nascente, alla ricerca di un modello diverso di società, non può ignorare.

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Andrea Colasuonno
"Andrea Colasuonno nasce ad Andria il 17/06/1984. Nel 2010 si laurea in filosofia  all'Università Statale di Milano con una tesi su Albert Camus e il pensiero meridiano. Negli ultimi anni ha vissuto in Palestina per un progetto di servizio civile all'estero, e in Belgio dove ha insegnato grazie a un progetto dell'Unione Europea. Suoi articoli sono apparsi su Nena News, Lo Straniero, Politica & Società, Esseblog, Rivista di politica, Bocche Scucite, Ragion Pratica, Nuovo Meridionalismo.   Attualmente vive e lavora a Milano dove insegna italiano a stranieri presso diversi enti locali".

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