Se l’economia tradizionale è fondata sulla produzione, e la nuova economia sulla finanza, il lavo­ro come produzione di beni a servizio della collettività riveste ancora un ruolo centrale nella vita sociale? Purtroppo i condizionamenti crescenti della finanza sulle decisioni aziendali esigono che la riflessione etica ri­metta al centro l’umanizzazione dell’azione economica e del lavoro intesi come “servizio” e non alla mercé di principi occulti che obbediscono sfacciatamente alle regole del business.

Spero che sia giunto il momento in cui tutti coloro che, a diverso titolo e con diversa funzione, concorrono alla produzione e al profitto, si preoccupino di fronteggiare l’assalto del potere finanziario, cieco, anonimo, senza agganci e senza relazioni personali. Purtroppo si constata come la proprietà di varie aziende, e quindi la loro sorte, sempre più frequentemente, finisce in mano ad amministrazioni talmente lontane dalla vita dei lavoratori che alla fine non si sa proprio dove siano le sorgenti decisionali. In questo contesto, come nella logica delle “scatole cinesi”, una unità lavorativa può essere venduta, acquistata, spostata, fusa, riconvertita, annullata da chi non l’ha mai vista neppure occasionalmente, e tantissime persone vedono deciso il proprio destino di lavo­ratori da un potere anonimo che conosce soltanto le cifre del mercato borsistico e la conoscenza dei pac­chetti azionari. Tutto ciò è inquietante!

Se questo avviene a livello aziendale, sul mercato si assiste al grande marketing d’immagine con cui si ri­schia di sbandierare come “etica” persino l’azione più cinica, tesa al solo conseguimento del profitto. Così l’economia, soprattutto quella di tipo opportunistica, andando ad incidere sul sistema sociale, va a creare problemi e complicazioni di tipo economico e quindi sociali; per cui se esiste la ricchezza, esiste anche la povertà, cioè la mancanza di ricchezza: questo significa non solo la mancanza di un bene ma anche l’impossibilità di partecipare alla vita sociale. Su queste basi viene fondata l’etica del lavoro, che non ri­guarda solo l’uscita dalla povertà attraverso l’autosufficienza economica, ma anche la sua collocazione sociale.

In questi lunghi anni di crisi c’è stato un grande equivoco di fondo: l’idea che, prima o poi, “le cose si sareb­bero aggiustate” e che la macchina dell’economia sarebbe tornata a girare. Ma così non è stato. Purtroppo, scrive Guglielmo Frezza (cf. La difesa del popolo, settimanale diocesano di Padova del 19 aprile), là dove non è riuscita una spaventosa IIa guerra mondiale, sta riuscendo la crisi economica: cancellare la speranza del futuro, l’orgoglio e la determinazione ad affrontare i problemi, un patrimonio di valori condivisi, il sogno di un futu­ro migliore.

È urgente un ripensamento del modello economico complessivo; nel farlo, non occorre “armarsi” di ricordi, ma di valori: il patrimonio più importante è dato dalle persone, perché solo le persone sanno essere creati­ve e dar vita a quelle innovazioni grandi e indispensabili nei tempi duri.

Un monito per tutti: attenzione agli “strilloni” di turno che costruiscono la propria fortuna manageriale e politica sulla pelle dei lavoratori: il futuro è un cammino continuo di fatti e di scelte concrete; “non si può costruire sugli slogan simili a bandiere vuote sbattute nel vento delle occasioni perdute”.

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