Guerra di religione

Dai recenti attacchi terroristici di Parigi e non solo, è ingenuo dedurre che siamo in piena guerra di religione: l’occidente nemico dell’Islam; in questo c’è il pericolo che la paura offuschi la ragione, facendo il gioco dei terroristi.

In realtà è vero il contrario: le religioni hanno una funzione etica e spirituale considerevole nella società civile. Bisogna semmai combattere la loro strumentalizzazione o la loro banalizzazione. L’islam è stato per secoli ed è tuttora per un miliardo e mezzo di credenti ordinari una sorgente di spiritualità e di etica.

Da alcuni anni lo scacchiere internazionale ha visto svilupparsi un estremismo violento sotto svariate sigle: da Al Qaeda, all’Aqmi nel Sahara, all’Aqpa nello Yemen, a Boko Haram in Nigeria, fino al cosiddetto “Stato islamico” in Siria.

Questi diversi gruppi hanno in comune il rifiuto dell’Occidente, del suo modo di vita, della sua democrazia, del consumismo, della sua maniera di concepire i rapporti uomo-donna e del suo modo di viverli. Soprattutto hanno sviluppato una ideologia omicida intorno a un islamismo radicale che usa pezzi del Corano per plagiare giovani usati poi per scopi dove il Corano è semplicemente una trappola. Questa ideologia si è diffusa nello Yemen, in Nigeria, in Siria, in Irak, fino a giungere in Occidente.

Le cause di queste azioni sanguinarie, però, vanno individuate altrove. I terroristi belgi di Parigi venivano dalla cittadina più povera del Belgio, con una disoccupazione giovanile attorno al 50%; quindi ci troviamo difronte a un miscela esplosiva di problemi: disoccupazione, emarginazione, carcere e vuoto religioso di cui è espressione la tipica laicità francese, che priva lo spazio pubblico di ogni dimensione religiosa; tutto questo non aiuta a integrare i problemi spirituali degli individui; così si aprono le strade a soggetti molto fragili e insicuri verso ideologie estremiste. Diversamente come si può spiegare che oltre 3.000 occidentali, di cui molti francesi, siano andati in Siria per fare il jihad?

Non dobbiamo poi essere così ingenui da dimenticare che in questa guerra, come in tutte le guerre, gli aspetti economici siano secondari, anzi … Questa è una “guerra liquida” in una “società liquida” in cui gli interessi sono volutamente “liquidi” … quindi sommersi.

Annota il quotidiano Avvenire che alcuni giorni fa da Cagliari sono partiti missili verso la Siria, prodotti e venduti da imprese italiane. L’Italia, assieme alla Francia, è tra i maggiori esportatori di armi da guerra nelle regioni arabe, nonostante ci sia nel nostro Paese una legge del 1990 che vieterebbe la vendita di armi a Paesi in guerra. I politici che dichiarano lotta senza quartiere al terrorismo, poi, sono gli stessi che non fanno nulla per ridurre l’export di armi, e che difendono queste industrie nazionali che muovono grosse quote di Pil e centinaia di migliaia di posti di lavoro.

In realtà finché l’economia e il profitto saranno le parole ultime delle scelte politiche con poteri così forti che nessuna politica riesce a frenare, ci saranno sempre schegge di quelle guerre che arrivano a casa nostra per farci piangere i nostri morti causati dalla nostra stessa collaborazione.

La vendetta militare, frutto dell’odio, non rappresenta la risposta ‘vincente’: è solo la rabbia dello sconfitto che, pubblicamente umiliato, continua a commettere altri errori. La soluzione è costituita da una maggiore attenzione ai progetti educativi nei quartieri difficili: purtroppo qui gli investimenti di molti Stati sono molto inferiori alle spese militari.

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