Il fenomeno delle sconfitta della sinistra si è così consolidato nel tempo che attorno ad esso sono nati una serie di luoghi comuni divenuti poi patrimonio del dibattito pubblico italiano. Un prontuario della sconfitta.

Nel 2010 per Einaudi è uscito un libro dal titolo “Scusa l’anticipo ma ho trovato tutti verdi”. In pratica, una raccolta di 499 luoghi comuni al contrario. Un testo in cui si possono leggere cose tipo “in fondo Mussolini ha fatto anche molte schifezze”, oppure “i soldi non danno l’infelicità”, o ancora “se ci sono eterosessuali nel calcio, io non ne ho mai visti”. Insomma un elenco di geniali freddure destinato a divertire  chi legge, ma anche, non di rado, a lasciare sgomenti. Sgomenti proprio grazie al giochino dell’inversione che finisce per rendere chiaro il senso profondo del luogo comune in questione, o la sua assurdità.

Ieri la sinistra in Italia ha preso una batosta che se la ricorderà per sempre. Che poi, fosse solo ieri. È stato così, salvo rarissime eccezioni, ogni volta che si è votato alle politiche negli ultimi 20 anni, facendo via via sempre peggio. Il fenomeno si è così consolidato nel tempo che attorno ad esso sono nati una serie di luoghi comuni divenuti poi patrimonio del dibattito pubblico italiano (soprattutto a sinistra). Frasi fatte assurte al rango di grandi classici, applicabili in qualsiasi situazione o contesto di disfatta, così da non dover stare  a pensare ogni volta punto e da capo cosa dire. Un prontuario della sconfitta insomma.

Ora, si fosse consumato domenica un fallimento di quelli standard della sinistra, non avrei avuto niente da ridire nel sentire riutilizzate quelle frasi. Anche perché dopo un po’, diciamoci la verità, ti mancano. Ma, visto invece il fallimento epocale a cui si è assistito, direi che possiamo smetterla. La maschera è caduta, e per renderlo chiaro forse è il caso di applicare il giochino presentato in apertura ai luoghi comuni di queste sconfitte.

 

Un risultato deludente da cui è inutile ripartire

La star in questi casi, quasi un mantra ormai, è “un risultato deludente ma da cui ripartire per costruire finalmente una sinistra forte e unita”. Guardiamoci in faccia: ma perché? Ma basta! Non è che si è provato una volta, è andata di sfiga, dunque è lecito riprovarci. I tentativi sono stati decine e ogni volta è andata sempre peggio. Si tratta proprio d’inettitudine, di aver sbagliato lavoro. Ma poi ripartire per andare dove? Perché per una volta non si dice che ripartire da questa miseria è inutile? Si azzeri tutto invece, si sbaracchi. Si buttino via i personaggi, le analisi, i metodi, gli obiettivi. Ci si collochi finalmente nelle lande desertiche di un catartico anno zero.

Mettere al centro la disoccupazione

Ogni volta che si deve ripartire poi si propone di farlo “rimettendo al centro il lavoro”. È tempo di provare a mettere al centro la disoccupazione. Restarla a guardare in tutta la sua drammaticità, sentire nitida sulla propria pelle la disperazione di chi un lavoro non ce l’ha. Non parlarne, ma farne esperienza, così magari la spinta a non parlare di lavoro a vanvera viene. In tanti anni non si è mai capito di che lavoro ci si volesse occupare. Quello delle partite iva? Quello dei dipendenti pubblici? Quello a tempo indeterminato? Deteriminato? Quello dei jobs app? Le tipologie di lavoratori sono portatori d’interessi in conflitto, non si possono rappresentare tutte. È chiedere tanto chiedere d’indicarne chiaramente una o due?

Partecipazione dall’alto

Ci si deve anche rendere conto poi che “ricominciare dalla partecipazione dal basso” non è più possibile. Certo ripartire dal basso è consolante e autossolutorio per uno di sinistra, ma in basso non è che si mettono a partecipare a cose a caso. Ed è così che, visti quelli che stanno in alto, nessuno vuole più partecipare. Ripartire dalla partecipazione dall’alto allora vuol dire far partecipare i vertici al loro esautoramento. Far loro capire che ormai si sono giocati le loro carte, saranno brave persone, ma agli occhi della maggioranza non hanno più credibilità. La corsa è finita, rilasciate gli ostaggi e avremo un occhio di riguardo per voi.

Tenere ognuno per sé le proprie diverse culture politiche

Si parla sempre in questi casi di uscire dal minoritarismo mettendosi insieme, “unendo le nostre diverse culture politiche”. Ma tenetevele per voi le vostre culture politiche. Ma a chi volete che gliene freghi? Non gliene frega a nessuno a che età avete letto Marx, non gliene frega a nessuno che conoscete gli scritti minori di Gramsci, non gliene frega a nessuno di quale organizzazione giovanile siete stati rappresentanti, né in quale partito avete militato per anni.  Non che sia sbagliato avere una cultura politica, anzi. È inutile solo farne punto dirimente di unione o divisione. Alla gente interessa come gli risolvete i problemi, non le culture politiche da cui partite per elaborare le vostre soluzioni.

Ristabilire la connessione di rete con il popolo

Si conclude sempre infine con un tocco di romanticismo esortando a “ristabilire una connessione sentimentale con il popolo”. Ma si recuperi la connessione internet piuttosto. Con questo voglio dire: s’impari a comunicare. S’impari a stare sui social, s’impari a stare in TV, s’impari a fare un dibattito, s’impari a fare un comizio. Non è questione di lana caprina, fa parte del mestiere. Nessuno vi ha chiesto di fare il politico, se non avete certe attitudini mettetevi a studiare, oppure fate altro. Solo dopo essere arrivati alla gente, aver fatto passare i propri messaggi, qualcuno potrebbe provare un po’ di sentimento per voi, prima la vedo difficile.

Si potrebbe andare avanti, ma penso che il meccanismo sia chiaro, il prontuario della sconfitta è potenzialmente infinito. Mi si perdoni la veemenza e la grossolanità di alcuni concetti. Volevo solo rendere evidente come si tratti di una serie d’idee che obiettivamente hanno fatto il loro corso, e anche insinuare il dubbio che magari, a fare tutto il contrario di come si è fatto finora, poi qualcosa nasce davvero.

1 COMMENTO

  1. Bravo, Andrea. Analisi incazzata e pertinente. Una sola obiezione: leggere non fa male, leggere Gramsci farebbe addirittura bene. Il fallimento nasce proprio dall’aver ignorato il senso della politica, dell’attenzione al popolo e ai suoi problemi veri. Il fascismo aveva paura di Gramsci, non degli agitatori analfabeti.

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