Agghiacciante. È la prima parola che viene in mente non appena si ascolta la telefonata alla polizia da parte di Abdelhadi Lahmar.

39 anni, marocchino, la notte tra il 14 e il 15 aprile scorso, a Pordenone, accoltella la moglie Touria, 30 anni, e la loro bimba, di 6 anni e mezzo. Poi Lahmar chiama il 112, alle 2.50 della notte, e con voce ferma, quasi ordinasse un caffè al bar, dice: «Pronto, buonasera ho ammazzato mia moglie e mia figlia».

L’operatore pensa allo scherzo di un mitomane. Gli chiede di ripetere più volte la sua confessione, si informa sulle sue generalità e sull’indirizzo della sua abitazione. Lo mette in attesa, con tanto di musichetta che sembra tratta da un disco di Rondò Veneziano, poi passa la chiamata ai colleghi del 113 e riparte l’interrogatorio telefonico. Abdelhabi Lahmar ripete tranquillo la sua versione. Dice di non sapere perché l’ha fatto e di non ricordare. Aggiunge che ha colpito moglie e figlia con un coltello e con un altro arnese di cui non conosce il nome italiano e gli scappa una parolaccia: si scoprirà che ha usato un’accetta per la moglie e che ha sgozzato la figlioletta con un coltello.

La telefonata, che potete ascoltare qui, dura 3’53”, durante i quali l’assassino non batte ciglio. Solo precisa: «Non ricordo nulla». L’agente di polizia prende tempo, gli chiede di ripetere il suo numero di telefono e ancora i suoi dati. Nel frattempo, una pattuglia della Squadra Mobile è già diretta, a sirene spiegate, a casa sua. Il poliziotto gli comunica che i suoi colleghi arriveranno presto e si spinge a chiedergli: «Lei ci aspetta?», «Sì»,«Ha intenzione di fare qualcosa?» «No».

In effetti, fa solo un’ultima cosa: quando la pattuglia arriva, lui si consegna senza battere ciglio e senza opporre alcuna resistenza.

Lo scenario che si offre alla vista dei poliziotti non possiamo raccontarlo: provate voi a immaginare lo scena del delitto in cui una donna e la sua bambina sono massacrate a colpi di coltello e accetta.

Una nota: per favore, non chiamatelo “raptus”, non parlateci di “amore malato” o di “delitto passionale”. È un femminicidio. E non può avere alcuna giustificazione o attenuante né stereotipo che tenga.

 

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