Rapine, furti, spaccio e consumo di droga, alcol ed episodi di violenza sembrano riempire la realtà che ci circonda o, semplicemente, le pagine dei giornali, sulle quali il colpevole perfetto sembra essere il malato di mente, il “fuori di testa” di turno, il maniaco, l’extracomunitario.

È facile isolare questo tipo di episodi o reati che siano. Molto più difficile è pensare e soffermarsi sul fatto che, dietro ogni reato, c’è un fenomeno sociale.

Povertà, disoccupazione, tanto per citare delle possibili, se non sicure, cause di tali fenomeni, generano non pochi disagi. Qualcuno addita i giovani, definendoli “beati nel dolce far niente”, ma sembra proprio che gli attributi “beati” e “dolce” poco appartengano alla loro vita e al loro modo di vedere la realtà e il loro futuro.

C’è da dubitare fortemente che un/a giovane senza lavoro, che non ha prospettive, sia “beato”, anzi il “non far niente”, la noia, o “divertissement”, come lo definiva Pascal, non fanno che avvicinare a fenomeni criminosi, ovvero a fenomeni sociali, quali rapine, furti in abitazioni e quant’altro: siamo proprio sicuri che tutto ciò sia esclusivamente colpa di queste persone?

Infatti, a una persona che versa in grave difficoltà e indigenza poco importano diritti e doveri, iniziative che riempiono le pagine e i discorsi, sicuramente degni di attenzione e rispetto, di propagande politiche.

Più facile immaginare che queste persone pensino a come “tirare avanti” e arrivare alla fine del mese.

A tal proposito, gli stessi immigrati appena sbarcati sulle nostre coste, nel pieno della disperazione, sono facile preda di associazioni criminali e terroristiche che li assolda promettendo loro quel “pane” di cui hanno bisogno.

In quest’ottica, l’alcol e gli stupefacenti diventano dei palliativi emozionali, “scacciaffanni”, automedicazioni dei sentimenti di disagio sociale in cui si versa. Daniel Goleman nel suo libro “Intelligenza emotiva” parla della dipendenza da sostanze stupefacenti come il “patto col diavolo: una sensazione positiva a breve termine in cambio del continuo disfacimento di tutta la vita”.

Umberto Veronesi, pur riferendosi al campo oncologico, ma il suo pensiero è estendibile al campo sociale, afferma che “la soluzione di un male sta nella sua prevenzione”. Ora, più che puntare su una dura repressione, sarebbe opportuno seguire la logica della prevenzione, offrendo alla gente quelle opportunità lavorative ed economiche che aumenterebbero le loro probabilità di sottrarsi a un futuro meno appagante e “sfortunato”. E per una prevenzione più efficace, bisognerebbe ascoltare e vivere accanto a queste situazioni; infatti se ci sono state date due orecchie, due mani e una bocca, significa che forse dovremmo ascoltare e agire il doppio e parlare la metà.

A questo senso di disagio si aggiunge la sfiducia nelle Istituzioni la cui azione, per quanto si prodighino instancabilmente, appare impercettibile: di conseguenza, si tende a farsi giustizia da sé.

Ora, appare sempre più chiara l’immagine che Solone fornisce della giustizia, definendola come “una tela di ragno che trattiene gli insetti piccoli, mentre quelli più grandi la trafiggono e restano liberi”.

Una tela perfetta, come quella del mito di Aracne descritto nella “Divina Commedia”, nel girone dei superbi del Purgatorio, e resa celebre da un’illustrazione di Gustave Dorè: la sfortunata Aracne è condannata a tessere una tela per l’eternità, mentre viene continuamente lacerata dagli insetti più grandi. Magari sarebbe meglio impedire a quegli stessi insetti di arrivarci, così da non distruggere la tela e annullare gli sforzi di Aracne o quantomeno limitare il danno.

Una sola parola: prevenzione.

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