Parigi terroristi inno alla tolleranza

I fatti di Parigi hanno trasformato il popolo di allenatori della nazionale in un coro di statisti, strateghi, esperti di questioni mediorientali, islamisti, pronti a “vomitare” commenti, opinioni, soluzioni radicali e risolutive, che non solo sono banali (se non stupidi), ma costituiscono, dopo il sangue delle vittime, gli effetti più devastanti degli attentati dei terroristi islamici. Il grido à la guerre comme à la guerre e tutte le declinazioni del pur comprensibile risentimento viscerale che le stragi parigine suscitano sono il vero obiettivo di ISIS & co..

I network più violenti della jihad spargono sangue innocente per iniettare i nostri occhi di sangue; sterminano per annichilire le radici profonde dell’identità culturale europea; esibiscono il loro odio feroce perché vogliono il nostro odio, la nostra paura, la nostra intolleranza; vogliono che ci specchiamo nel loro abisso, perché precipitiamo nello stesso inferno di barbarie e inciviltà.

Nessun buonismo, sia chiaro, nessuna ipocrisia solidarista, nessuna indulgenza. Fermezza, severità, rigore (anche con noi stessi), giustizia e ovviamente prevenzione. Senza se e senza ma. Meno parole, più intelligenza e intelligence, contemplazione, preghiera.

L’occasione per riscoprire un testo straordinario, la Preghiera a Dio che conclude il Trattato sulla Tolleranza di Voltaire:

Non è più dunque agli uomini che mi rivolgo; ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi, di tutti i tempi: se è lecito che delle deboli creature, perse nell’immensità e impercettibili al resto dell’universo, osino domandare qualche cosa a te, che tutto hai donato, a te, i cui decreti sono e immutabili e eterni, degnati di guardare con misericordia gli errori che derivano dalla nostra natura.

Fa’ sì che questi errori non generino la nostra sventura.

Tu non ci hai donato un cuore per odiarci l’un l’altro, né delle mani per sgozzarci a vicenda;

fa’ che noi ci aiutiamo vicendevolmente a sopportare il fardello di una vita penosa e passeggera.

Fa’ sì che le piccole differenze tra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi, tra tutte le nostre lingue inadeguate, tra tutte le nostre usanze ridicole, tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate, tra tutte le nostre convinzioni così diseguali ai nostri occhi e così uguali davanti a te, insomma che tutte queste piccole sfumature che distinguono gli atomi chiamati “uomini” non siano altrettanti segnali di odio e di persecuzione.

Fa’ in modo che coloro che accendono ceri in pieno giorno per celebrarti sopportino coloro che si accontentano della luce del tuo sole; che coloro che coprono i loro abiti di una tela bianca per dire che bisogna amarti, non detestino coloro che dicono la stessa cosa sotto un mantello di lana nera; che sia uguale adorarti in un gergo nato da una lingua morta o in uno più nuovo.

Fa’ che coloro il cui abito è tinto in rosso o in violetto, che dominano su una piccola parte di un piccolo mucchio di fango di questo mondo, e che posseggono qualche frammento arrotondato di un certo metallo, gioiscano senza inorgoglirsi di ciò che essi chiamano “grandezza” e “ricchezza”, e che gli altri li guardino senza invidia: perché tu sai che in queste cose vane non c’è nulla da invidiare, niente di cui inorgoglirsi.

Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli!

Abbiano in orrore la tirannia esercitata sulle anime, come odiano il brigantaggio che strappa con la forza il frutto del lavoro e dell’attività pacifica!

Se sono inevitabili i flagelli della guerra, non odiamoci, non laceriamoci gli uni con gli altri nei periodi di pace, ed impieghiamo il breve istante della nostra esistenza per benedire insieme in mille lingue diverse, dal Siam alla California, la tua bontà che ci ha donato questo istante.

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