Sento un leggero senso di dispiacere a iniziare questa mia esperienza con Odysseo, scrivendo quella che potrebbe sembrare, a buona ragione, un’ovvietà. Si tratta, però, di un pensiero fisso, da quando, dopo quasi tre anni in giro per l’Europa, sono tornata nella mia città: quanto conosco Andria? E quanto le sue bellezze?

Sia chiaro: non voglio certo perdermi in un improbabile paragone con le grandi capitali europee né in un inutile racconto di come il mio ritorno mi abbia permesso di guardarla con occhi differenti. Si tratta di qualcosa di diverso, si tratta di descrivere la gioia provata a perdermi nelle stradine del centro storico, di scoprirne le sue chiese e (ri)vederle per la prima volta, la gioia di bere l’acqua fresca delle sue fontane, la gioia e la soddisfazione che può solo provare chi scopre che è ancora capace, e molto probabilmente lo sarà per sempre, di perdersi nel posto dove è nato.

E questo accadeva anche prima che partissi.

Ricordo che in occasione di un corso di scrittura, frequentato anni fa, qualcuno mi avesse parlato dell’ effige di San Bartolomeo che si trova vicino all’omonima chiesa. Ora, conoscevo bene la piazza dove si trovava la piccola chiesetta, ma non ricordavo di questa immagine del santo scarnificato che mi veniva descritta come inquietante.

Ci sono andata la sera stessa, e sì, mi sembrava di vederla per la prima volta, mi sembrava assurdo, ci ero passata così tante volte.

Ci sono tornata ancora, come in pellegrinaggio, anche quando “scendevo” in vacanza. Ho eletto San Bartolomeo come santo protettore della mia vocazione alla scrittura. L’ho portato con me e insieme l’ho cercato in altri posti.

Ricordo ancora quando ho cambiato due tram e un autobus, mi sono persa nel più grande quartiere industriale di Cracovia e poi nella campagna polacca, solo per raggiungere una chiesetta in legno a Lui dedicata. C’era un matrimonio, ma il gigantesco custode polacco, col suo sgangherato inglese, ci chiese di aspettare, sarebbe finito di lì a poco e avremmo potuto visitare la chiesa in tutta la sua bellezza e con calma; ci offrì anche delle sbiadite fotocopie con una piccola guida in Italiano. San Bartolomeo anche da lontano non mi tradiva e continuava a parlarmi…

bart-polLa chiesa di San Bartolomeo nella campagna di Cracovia [Foto: Anna Grumo]

Sì, perché non ve l’ho ancora detto, ma in tutte le mie visite alla sua minuscola piazzetta, Bartolomeo mi ha parlato, anzi ci siamo parlati. Così, un po’ per farmi perdonare del tempo che vi ho rubato, un po’ per rubarvene dell’altro, riporterò qui ciò che mi disse una delle prime volte:

“Sono anni che sto in questa piazza, lo sguardo fisso verso l’alto, mi hanno dipinto così, forse volevano rappresentare la sofferenza; ma qua l’unica sofferenza è che dovrei guardare sempre verso quel balcone che prima almeno ci abitavano ma ora! Però quando mi sembra che nessuno mi guardi, e credimi questo succede quasi sempre, allora abbasso lo sguardo, muovo gli occhi su questa piazza minuscola e mi guardo intorno e ascolto. E quante ne ho viste e ascoltate in tutti questi anni! Oddio (lo so, non dovrei nominarlo invano!) a dire il vero sono cambiati i vestiti, il modo di parlare e persino il colore della pelle, ma a me quasi quasi pare di assistere sempre allo stesso spettacolo. La gente arriva, parla e non solo non mi guarda, ma non si guarda.

C’è la vecchietta che ogni mattina passa, si fa il segno della croce e prega (e non vi sto a dire che mi chiede) e me l’avesse mai portato un fiore! Sono sicuro che non sa manco che Santo sono, che poi, Santo!, mica ho deciso io di esserlo, mi hanno fatto santo che ero già morto e i morti, si sa, non decidono.

E poi ci sono i padri e le madri di famiglia che tornano a casa da lavoro trascinando i figli, e si lamentano delle rate, del mutuo (ci ho messo anni a capire che significassero queste parole) e mi pare che non si accorgano di che tesori stringano tra le mani, quei bambini bellissimi, confusi eppure felici.

Ma quelli che preferisco sono i ragazzi, stanno qui parlano, sognano di andarsene o sognano perché sono appena arrivati e fumano; quell’odore di fumo mi ricorda l’odore di certo incenso che sentivo nei templi quando ero vivo e mi sembra che la testa mi giri e allora le guardo ‘ste persone e vorrei essere io a pregare loro: vi prego, guardatevi!”

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Anna Grumo
Mi chiamo Anna, il mio nome palindromo rappresenta bene la mia persona, sono tutto ma anche il contrario di tutto. Ho passato gli ultimi anni a girare l’Europa, cambiando Paese e lavoro. So scrivere un racconto in 4 lingue e mezza ma non so cambiare una ruota. Amo le storie, crearle e ascoltarle. Odio, invece, le descrizioni, compresa questa di me stessa

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