Il lavoro che viene dato oggi nella gran parte dei casi è un lavoro precario, ossia tutelato da pochissime ed eludibili leggi, prodotto dell’organizzazione neoliberista della società che si è andata diffondendo in Europa negli ultimi 30 anni. Questa tipologia di lavoro, come è noto, ha generato una vera e propria classe sociale, appunto quella dei “precari”, che pur essendo stimata in Italia attorno ai 4 milioni di persone, non ha ancora espressa rappresentanza politica.

Quella dei precari è appunto considerata una classe nuova: infatti, nel periodo precedente la sua comparsa (diciamo dagli anni ’70 fino ai ’90), grazie a un diritto del lavoro solido, i lavoratori erano ben garantiti e tutelati dai capricci dei capi e del mercato. Per certi aspetti questo è vero; tuttavia, a ben guardare, prima degli anni ’60, ci sono state altre categorie di lavoratori, che pur in uno stato di diritto, hanno vissuto il lavoro come supplica e come magnanima concessione del padrone.

Gli esempi potrebbero essere diversi, io mi concentrerò sulla condizione dei braccianti del Meridione nel dopoguerra, poiché perfettamente raccontata da un’inchiesta del 1961 di Rita Di Leo: I braccianti non servono.

I contadini allora erano assunti e stipendiati a giornata o comunque per limitati periodi. Un emissario del padrone la sera prima o la mattina presto incontrava i lavoratori convenzionalmente in una piazza e sceglieva a chi dare lavoro e a chi no. Escludendo i salariati fissi, la gran parte si dividevano in braccianti permanenti (201 giornate di lavoro l’anno), braccianti abituali (151 giornate lavorative), braccianti occasionali (101 giornate lavorative), braccianti eccezionali (51 giornate lavorative). Per la maggior parte erano analfabeti ed erano costretti a lavorare dall’alba al tramonto. I loro stipendi erano molto sotto la media nazionale, e variavano a seconda delle stagioni.

Così, i precari di oggi si dividono in dipendenti a termine, collaboratori e autonomi. Tali categorie guadagnano rispettivamente il 72%, il 62% e il 43% del guadagno netto dei lavoratori a tempo indeterminato. Questo perché i precari sono costretti a lavorare meno, se va bene 8 o 9 mesi all’anno. La Di Leo spiegava che “il bracciante non è un disoccupato, ma un lavoratore forzosamente inattivo per la maggior parte del tempo lavorativo annuo” dicendo qualcosa che sembra perfetto per i giorni nostri.

I precari, è vero, non sono analfabeti, ma se si pensa al lavoro precario come altamente qualificato, si sbaglia. Si stima che, nel 2015, 5,2 milioni di lavoratori, un terzo del totale, abbia un’occupazione a “qualificazione medio-bassa e ad alta intensità”, proprio come quello del bracciante generico di cui parla la Di Leo. Oltre la metà del milione di titolari di contratti co.co.co e co.co.pro hanno un titolo di studio non superiore alla licenza media.

Inoltre, il lavoro precario è logorante poiché di solito esposto a ritmi serrati. Ricerche condotte in diversi Paesi europei dimostrano che tale tipologia di occupazione ha subìto processi di “intensificazione” (fare più cose nello stesso lasso di tempo) e “densificazione” (soppressione delle pause nel calcolo dell’orario). È per questo che nel volgere di pochi anni i precari diventano troppo vecchi per le loro mansioni e facilmente rimpiazzabili, cosa che costituisce anche una delle loro più grandi paure: “Ho assistito alla sconfitta dei vecchi, adatti al lavoro, sino al giorno prima” scrive la Di Leo nella sua inchiesta, “alla pesante vergogna di dover vivere della carità dei loro figli”.

Infine precari di oggi e braccianti d’un tempo sono due categorie isolate rispetto al resto del mondo del lavoro ad essi contemporaneo: i primi non condividono alcuna delle loro problematiche con il mondo dei “garantiti”; i secondi erano isolati rispetto agli operai a causa della “gravità della miseria, dello squallore, dell’incertezza, dell’assurdità della situazione economica, sociale e umana” che vivevano.

Le due categorie di lavoratori allora, se pure distanti mezzo secolo l’una dall’altra, presentano caratteristiche molto simili: nessuna possibilità di fare progetti (incertezza nel futuro e bassi salari), nessun controllo sulla propria vita (decide il padrone o il capo), nessuna possibilità di accumulare esperienza (lavori semplici e sempre uguali), nessuna sicurezza sui luoghi di lavoro (non si fa formazione per risparmiare e per assenza di tempo), scarsissime possibilità di rappresentanza sindacale, niente previdenza sociale.

Il paragone condotto fin qui sarebbe uno sterile esercizio di stile, se non fosse che nel giro di un decennio quei braccianti riuscirono a fare approvare leggi che li riscattassero dalla propria condizione. Ci riuscirono nel modo più classico, ossia realizzando di essere parte di un problema diffuso, di avere esigenze comuni, dunque unendosi e, con l’appoggio di partiti e sindacati, impegnandosi in una lotta condivisa, a tratti anche molto dura.

La stessa cosa dovrebbero fare i precari di oggi. Obiettivamente ci sono fattori che rendono più difficile ora questo passaggio, uno su tutti il fatto che i precari spesso non condividono come i braccianti il posto di lavoro, né la tipologia di lavoro. Dunque, è più difficile raggiungere una coscienza comune e solidarizzare, tuttavia non c’è altra soluzione.

Ciascun precario dovrebbe capire di essere in una situazione dalla quale non ci si salva da soli e dovrebbe sentire come un dovere quello di partecipare alla politica attiva. Da un certo punto di vista, la loro storia è una storia vecchia quanto il mondo, o almeno quanto la modernità: è la vicenda di un gruppo di persone che paga per tutti gli effetti negativi di un cambio del paradigma economico. Nuova sembra invece l’idea che non serva lottare uniti per migliorare la propria condizione: quale sarebbe il piano altrimenti?

Decine di associazioni di precari si incontreranno a Roma il 24 aprile per chiedere all’Inps di cominciare ad occuparsi di loro. Intanto la “Coalizione sociale” proverà a cambiare il sindacato in direzione universalista più che lavorista e si spera che abbia successo. L’organizzazione la mettono gli altri, la rabbia però tocca portarla ciascuno per sé.

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Andrea Colasuonno
"Andrea Colasuonno nasce ad Andria il 17/06/1984. Nel 2010 si laurea in filosofia  all'Università Statale di Milano con una tesi su Albert Camus e il pensiero meridiano. Negli ultimi anni ha vissuto in Palestina per un progetto di servizio civile all'estero, e in Belgio dove ha insegnato grazie a un progetto dell'Unione Europea. Suoi articoli sono apparsi su Nena News, Lo Straniero, Politica & Società, Esseblog, Rivista di politica, Bocche Scucite, Ragion Pratica, Nuovo Meridionalismo.   Attualmente vive e lavora a Milano dove insegna italiano a stranieri presso diversi enti locali".

1 COMMENTO

  1. Bell’articolo. Condivido in pieno. Lo so che la mia condivisione conta poco o niente, ma penso che vada nella direzione indicata nell’articolo, quella di capire di essere in una situazione dalla quale non ci si salva da soli e sentire come un dovere quello di partecipare alla politica attiva.

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