Cammina su trampoli sconnessi e rischia ad ogni passo di cadere. Muove le braccia in sintonia alternata per mantenere il precario equilibrio. È un po’ più alto della media dei ragazzi della sua età. Ha una testa liscia come una palla di biliardo. È sempre assai pallido, è magro come un chiodo. Avrà trent’anni o poco più. Le sue gambe poliomielitiche sembrano avvitate male al bacino. Il ragazzo cammina senza aiuto di protesi né di bastoni. Tiene l’equilibrio mulinando le mani a palmo aperto. Veste un completo di tessuto jeans, pantaloni e giacca dalla quale sbuca il colletto azzurro di una polo. Il ragazzo sui trampoli chiede l’elemosina sempre allo stesso angolo della piccola città. Gli automobilisti lo conoscono e lo rispettano più di quanto non rispettino il rosso. Quando scatta il rosso, il ragazzo ci mette il suo tempo per scendere dal marciapiedi e guadagnare il centro strada. Si infila tra le automobili per chiedere il solito obolo. Pochi glielo rifiutano. Quasi tutti arrivano al semaforo già con la monetina in mano, tirano giù il cristallo del finestrino e gliel’allungano. Il ragazzo si muove come un acrobata in un circo. I passanti tengono il fiato sospeso per lui. Sta per scattare il verde, il ragazzo sui trampoli si muove verso il marciapiedi.
La fila di automobili aspetta che sia al sicuro, poi riprende a sgommare. L’uomo avrà cinquant’anni. È seduto per terra con la schiena appoggiata al muro. Ha la barba lunga di qualche giorno, la testa coperta da uno zucchetto colorato tipo egiziano. Forse è egiziano, a ben guardarlo ha la pelle scura degli arabi. È di corporatura massiccia, l’altezza è falsata dalla posizione sdraiata contro il muro.
Veste un maglione di lana a strisce colorate come lo zucchetto. Ha una scarpa sola, mezzo sfondata. Ha una gamba e mezza. Accanto gli giace una protesi dal ginocchio in giù, che finisce nell’altra scarpa mezzo sfondata. Allunga una grossa mano fino a toccare il ginocchio ai passanti, chiede qualcosa in tono lagnoso, riesce a mantenere il volto atteggiato al pianto. Ma più che piangere, emette un ringhio sottile. Incute la paura di uno che può saltarti addosso da un momento all’altro, anche se gli manca una gamba d’appoggio. Qualche passante si lascia sorprendere e gli lascia cadere in mano una monetina di qualche centesimo. Qualche altro fa un balzo laterale per sfuggire al ringhio lamentoso che suscita paura più che compassione.

Non è raro che chi lo intraveda da lontano, freni lo slancio e con manovra improvvisa cambi marciapiede. Quando il passeggio scema, l’uomo dai colori egiziani si tira in piedi lungo il muro che lo regge, avvicina a sé la gamba vuota, infila il moncherino e si allontana appoggiandosi a una stampella. Si sposta all’angolo più a nord, dove il passeggio comincerà fra un po’.

Fuma una sigaretta rollata a mano. Il tabacco è grasso, il fumo è intenso. L’uomo che fuma avrà quarant’anni. È biondo come un tedesco, ha capelli rossicci e arruffati. Indossa una giacca blu di sartoria. La giacca è un tantino lisa ai polsi e al collo. I pantaloni sono di fustagno color marrone. Ai piedi un paio di scarponi da montagna, la tomaia lucida e carrarmato pulito di fresco. L’uomo è seduto per terra, schiena poggiata allo stipite del mercato rionale. Le gambe incrociate reggono un libro scritto in caratteri cirillici. Sarà Cecov, sarà Tolstoj, sarà qualsiasi cosa scritta in russo. Accanto al carrarmato c’è una coppola a disegni scozzesi, foderata di sete color vinaccia. Nella coppola c’è qualche spicciolo lasciato cadere dai passanti. L’uomo non si cura molto dei suoi affari, sembra più interessato alla lettura. Ogni tanto leva gli occhi azzurri per accompagnare un cenno del capo di ringraziamento. Non fa un gesto più del dovuto. Sembra un fachiro che risparmia l’aria da espirare. Ha l’aspetto tranquillo e soddisfatto. Un cane bastardo ai suoi piedi, un cane più spelacchiato di quello di san Rocco. Non sembra male in arnese. Non si capisce perché abbia scelto di fare il mendicante. Perché lui l’ha scelto, questo è evidente. Basta osservare il disinteresse che dedica alla coppola del tesoro, non la guarda proprio. Può sembrare un nobile decaduto, costretto a mendicare ma incapace di farlo.

Non cerca di commuovere nessuno. Lui è lì, un’ora dopo l’apertura del negozio, per volatilizzarsi quando il mercato chiude. Nessuno l’ha mai colto nel momento in cui si alza per andare via. Quando se ne è andato, si sente soltanto l’odore forte del tabacco delle cicche lasciate sul marciapiedi. È curva come le streghe delle favole. È coperta da un vestito nero che le scende a campana fino ai piedi. Un gilet smanicato e stinto le copre le spalle. Non ha nessuna età. Ha il naso a patata e i capelli grigi che spuntano dal fazzoletto che le copre la testa. Babbucce ai piedi nudi. Un viso non comune che giureresti di aver visto da qualche parte, senza il corpo deforme. Piegata in due com’è, non riesce a guardarti negli occhi neanche con una torsione del capo. Condannata a guardare per terra dalla sua deformazione, allunga la ciotola per l’elemosina quando sente rumore di passi. Emette un suono gutturale tutte le volte che una monetina tintinna nella ciotola. Forse è un grazie o forse no. Non ha un punto fisso per il suo lavoro come gli altri mendicanti. La trovi in posti diversi della città. E per lunghi periodi non la trovi da nessuna parte.

Tutte le mattine, allo stesso angolo davanti alle poste centrali, si materializza una famigliola di lavoratori della strada. Sono tre o quattro, fra madre, padre e figli a turno. Si somigliano tutti fra di loro, potrebbero essere fratelli, ma dai toni dell’uomo sui cinquanta si capisce che lui è il capofamiglia e gli altri gli sono sottomessi. Tutti vestiti decentemente, giacche di felpa unisex, gonna rossa la femmina, jeans sdruciti i maschi. Cappuccino e brioche per tutti, poi al duro lavoro, ai quattro angoli dell’isolato. Il vecchio si piazza con un vistoso cartello “ho fame”, un pezzo di cartone strappato a una scatola. Il giovane ha il suo, di cartello, “cerco lavoro”.
In attesa di trovarlo, campa della compassione di qualcuno che ci crede. Per l’elemosina i giovani sono poco credibili. La donna issa il cartello, stesso cartone della stessa scatola, “ho due figli”. Quando c’è, il quarto della famigliola è un ragazzino che si aggrappa ai passanti, li strattona per la manica, allunga la mano a coppa senza pronunciare una parola. Forse è muto o ha avuto l’incarico di esserlo. In città non ci sono molti turisti, non c’è un granché da visitare. Le vittime dei poveri sono sempre le stesse. C
ome sempre le stesse sono le persone che abitualmente si muovono lungo l’asse corso Umberto-via Cavour, dove vive la City. Qui ci sono banche, bar, ristoranti, librerie, verdurai, venditori di intimo, di scarpe, di abbigliamento, tabaccherie, luoghi di intrattenimento.
L’asse commerciale culmina nella stazione di treni e autobus, una stazione come tutte le altre, col popolo dei nullafacenti e dei borderline che tirano a sera. L’uomo dai trampoli sconnessi si trasferisce qui dopo il tramonto. Per reggersi meglio in piedi, si aggrappa a una colorata slot-machine che ingoia monetine.

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Antonio Del Giudice
Pugliese errante, un po’ come Ulisse, Antonio del Giudice è nato ad Andria nel 1949. Ha oltre quattro decenni di giornalismo alle spalle e ha trascorso la sua vita tra Bari, Roma, Milano, Palermo, Mantova e Pescara, dove abita. Cominciando come collaboratore del Corriere dello Sport, ha lavorato a La Gazzetta del Mezzogiorno, Paese sera, La Repubblica, L’Ora, L’Unità, La Gazzetta di Mantova, Il Centro d’Abruzzo, La Domenica d’Abruzzo, ricoprendo tutti i ruoli, da cronista a direttore. Collabora con Blizquotidiano.  Dopo un libro-intervista ad Alex Zanotelli (1987), nel 2009 aveva pubblicato La Pasqua bassa (Edizioni San Paolo), un romanzo che racconta la nostra terra e la vita grama dei contadini nel secondo dopoguerra. L'ultimo suo romanzo, Buonasera, dottor Nisticò (ed. Noubs, pag.136, euro 12,00) è in libreria dal novembre 2014. A settembre scorso è stato pubblicato "La bambina russa ed altri racconti" (Solfanelli Tabula fati). Un libro di racconti in due parti. Sguardi di donna: sedici donne per sedici storie di vita. Povericristi: storie di strada raccolte negli angoli bui de nostri giorni.

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