…RISPETTANDO LA DIGNITÀ DELLA TERRA E DEL LAVORO

Un lungo resoconto di un’esperienza indimenticabile: potete ignorarlo, o scoprire una bella storia…

Parti all’alba da Barletta, la città dei pittori Giuseppe De Nittis e Paolo Ricci, per raggiungere la “Masseria dei Monelli”, che si trova sulla strada Conversano-Turi. Il suo proprietario, Giovanni Signorile, mette a disposizione la sua struttura, per combattere ogni forma di esclusione che finanza e politica alimentano di proposito, mettendo gli uni contro gli altri, frantumando il tessuto sociale in una infinità di monadi.

La “Masseria dei monelli”, “suggestivo il nome, dalla forte carica liberante e provocatoria!”.

Pensi ad alta voce e ridi di gusto con la pancia, a bocca aperta. “Gianni… era proprio in vena quel giorno del battesimo della casa in campagna, agognata dall’infanzia. Immaginava, certamente, il mattacchione, che molti avrebbero arricciato il naso, ma a lui non gliene importava un fico secco. Gli stanno proprio sul naso le persone con le braccia conserte, i voltagabbana, gli ipocriti, gli adulatori, i sudditi del pensiero unico.  

A lui piacciono i monelli che coltivano utopie, che hanno il l’ardire di essere se stessi, di manifestare il proprio dissenso e disagio. Coloro che scelgono di dedicare la propria vita alle fasce più deboli della società, del mondo animale e vegetale. Non è un caso se Gianni possiede una conoscenza profonda di tutte le piante spontanee della Puglia che oggi ricevono un attacco spietato da parte del diserbante, il criminale glifosate della potentissima Monsanto.

Da anni, Giovanni Signorile mette a disposizione la masseria, a tutti i “monelli”, di ogni età, genere, condizione sociale, colore della pelle. È una strategia, la sua, per combattere con pragmatismo ogni forma di esclusione che la politica e la finanza alimentano di proposito, mettendo gli uni contro gli altri, frantumando in una infinità di monadi il tessuto sociale.

Parte il progetto O.S.A.R.E. in collaborazione con il Centro Salute Mentale BA6 del quartiere San Paolo di Bari.

Persone con problematiche psichiche vengono considerate e valorizzate per i loro talenti, facendo ricorso all’ortoterapia.

Trovano, in quest’oasi umanizzante, l’ambiante sociale e naturale per esprimere al meglio se stessI, soddisfacendo il bisogno di stare insieme e di immergersi nei colori della terra, di godere dei suoni, dei profumi e di tutte le emozioni sensoriali percepibili. Basaglia avrebbe visto con grande affetto l’iniziativa cantierizzata, ma i sostenitori dei vari i tipi di istituzioni totalizzanti fanno di tutto per contrastare chi vuole abbattere sbarre, barriere, frontiere.  

Bambini e ragazzi di scuole elementari e medie sono spesso di casa. In vita loro non avevano mai visto una gallina, e tantomeno avevano infilato il ditino nel buco del culetto, per controllare se l’uovo era in arrivo. Hanno potuto, finalmente, lontano dai micidiali banchi, responsabili di tante malformazioni ossee, far lezione all’aperto, sdraiati, in piena libertà sull’erba, come comanda il corpo. Persino ad una pecora piace tanto pascolare in libertà, figuriamoci ai virgulti del’uomo.

Hanno intervistato lavoratori della terra intenti a fare innesti seminare, zappare, fresare, potare, sarchiare… studiato sul campo la vita delle formiche, delle api, dei bombi, delle lumache, dei lombrichi delle cicale e delle talpe. Alcuni di loro hanno potuto accarezzare una talpa. Il pelo era di una tale morbidezza che batteva infinitamente la seta. La mano dell’insegnante nel confronto di quell’esserino indifeso appariva come una enorme pala meccanica.

A maggio adulti, ragazzi e bambini hanno fatto man bassa di ciliegie incontaminate, mentre un reticolo di appiccicosi rivoletti, gocciolanti, colorava di rosso visetti, imporporati per il caldo e l’emozione, e vestitini. Ciliegie che non avevano nessuna dignità e valore per gli avidi commercianti che pagavano poco, neanche il lavoro profuso, e in tempi biblici.

Frequentemente sono stati organizzati incontri e dibattiti su tematiche di grande rilevanza culturale, sociale e politica, come le cause delle migrazioni, il caporalato, lo sfruttamento dei lavoratori, gli sgomberi, la riappropriazione di spazi di abbandonati, la costruzione di una società più giusta, l’ampliamento della sfera dei diritti.

Arrivano tanti ospiti stranieri. Desiderosi di conoscere il territorio, di capire le esigenze reali della gente, di esporre le loro problematiche, esistenziali, politiche economiche e culturali.

Ecco Palestinesi in masseria, provenienti dal Libano, da un campo profughi. Hanno da poco evocato il dramma della loro terra e delle sue genti. In precedenza avevano suonato la cornamusa, strumento tipico delle loro parti e non come comunemente si crede del Nord Europa. Avevano ballato con i loro costumi. Ora preparano felafel, polpette speziate e fritte, realizzate con ceci rossi, bianchi e neri.

Anche il “Movimento dei Senza Terra” ha potuto far conoscere la drammatica realtà politica, economica e sociale del suo Paese con la voce ed il coraggio di Riccardo, sindacalista brasiliano. Temer, l’attuale presidente, vuole cedere alle insaziabili multinazionali del legno e dei minerali una bella fetta dell’Amazzonia, ma non intende distribuire terre abbandonate ai “senza terra”, misera gente che aspira ad una vita dignitosa.

Gianni, da alcuni anni, concede in forma mutualistica, all’associazione “Solidaria” ed a “Ortocircuito” di Bari, terreni di sua proprietà. Le due realtà comunitarie possono liberamente produrre pomodori incontaminati e di alto valore nutrizionale, trasformandoli, poi, in salsa… a sfruttamento zero. 

Un tempo esisteva un cancello di ferro! Sbilenco come te. Impreziosito da minuscole scaglie di rossiccia ruggine, sorretto svogliatamente da due stanche colonne sonnacchiose! E’ spalancato, l’accesso. Il cancello è andato a fare due passi e non si sa se e quando rientrerà. Ti invita col suo silenzio-assenso ad affacciarti al vialetto, costeggiato, a sinistra, da un muretto a secco con interstizi palpitanti di vita, ed a destra, da una radura, crepitante di secca erba giallastra. Vetture venute da lontano, dopo aver martellato le orecchie dei conducenti, si riposano per la stanchezza, all’ombra di un ciarliero crocchio di ciliegi, che disegnano ombre perennemente cangianti sulle roventi lamiere. I loro motori, sulla strada ansanti, frementi, ruggenti, tacciono placidamente e, approfittando della sosta, fanno un rilassante pisolino.

Mettendo piede sulla crepitante erba falciata da poco, una fresca brezza del vicino Adriatico accarezza lievemente le tue membra, sballottolate dal lungo viaggio e fa fibrillare le tue narici con inebrianti sapori del lontano mare e della terra da cui esala un tenue vapore. Dal cofano prelevi le ciabatte integrali ancora calde, un secchio di incontaminata uva “baresana”, ed inforchi sulle spalle lo zaino.

Intorpidito, claudicando più del solito per lo sconnesso ed accidentato terreno, raggiungi il verde tunnel, scavato nell’alta siepe di arboscelli di cipresso e sbuchi in un piazzale pavimentato da irregolari basole, sporche di terra, chiazzato di salsa rossa e… fervido di attività.

Una frastagliata e variopinta nuvola di giovani, febbrilmente intenta a lavorare, distraendosi per un attimo, volge curiosamente la testa nella tua direzione. I vostri occhi si incrociano amabilmente, un sorriso, radioso, si fa strada sulle labbra, disegnando un’accogliente amaca su cui potersi distendere serenamente e dondolare con una conversazione che arrivi al cuore delle persone e dei problemi.

Migranti neri del Burkina Faso, Senegal e Niger, sopravvissuti miracolosamente all’inferno della Libia, arrivati in Italia con un rocambolesco viaggio tra impietosi marosi, lavorano armoniosamente con precari italiani, che hanno concluso con successo gli studi universitari, laureandosi in economia, scienza dell’alimentazione, materie letterarie ed altro. Alcuni sono disoccupati o lavorano in agricoltura o accettano lavori saltuari. Con le loro chiome coperte da reti azzurrine, le mani inguantate di blu e gli indumenti, variopinti, vocano uccelli esotici.

Un consistente numero lavoratori ed operaie occupano sedie di recupero oppure sono accoccolati su rustici sgabelli ricavati da teneri fusti di ferula. Alla loro vista ti affiora l’antico proverbio nato dalla rassegnazione dei derelitti e condiviso dalla ideologia dei baroni di un tempo: “I frddizz non addventn maie sigg” (I rustici sgabelli di ferula non diventano mai sedie signorili. Metafora di: gli umili non diventeranno mai signori). Sembrava, alcune decine di anni fa, che quell’adagio fosse arrivato al capolinea, che potesse nascere una società più giusta ed equa, invece la condizione di vita e di lavoro della gente di oggi è notevolmente peggiorata, mentre si profila all’orizzonte una catastrofe ecologica di proporzioni inimmaginabili.

I pomodori, prelevati da cassette di plastica, vengono selezionati. Quelli sani e maturi finiscono in una grande vasca nera riempita a metà di acqua assieme ad altri a cui, con un coltello seghettato, si asportano le parti ammalorate.

Dopo un ripetuto ed accurato lavaggio, eseguito facendo vorticare nell’acqua una grande schiumarola, vengono accolti da enormi pentoloni, alimentati dal fuoco di sottostanti fornelli.

Regna l’entusiasmo, il rispetto dei propri tempi e di quello degli altri. Ciascuno dà con passione quanto le proprie energie gli consentono. Nessuno intende primeggiare o ha da lamentarsi della condotta altrui.  La conversazione si snoda amabilmente, senza rallentare il ritmo di lavoro. Sereno.

Il sommesso e sofferto cicaleccio si fonde armoniosamente con le voci ed ii rumori della natura e dell’attività di trasformazione. Mentre dialogano… stormiscono allegramente le foglie degli ulivi, rinvigorite dalla rugiada durante la notte… sciaborda l’acqua che deterge più volte i pomodori… ansimano vigorosamente le fiamme dei grossi fornelli… sbuffano, come delle ciminiere, tre grosse caldaie, nelle quali ballonzolano fervorosamente pomodori, investiti dal vorticoso sali e scendi dell’acqua bollente….  gracchia il motore della passapomodoro elettrica… canta il gallo e starnazzano le piccole galline della verde voliera. Completano la sinfonia, le voci e le musiche che arrivano da una radio che nessuno ascolta.

Nell’amabile colloquiare intervengono a turno, senza accavallarsi, Maria, Graziana, Marilisa, Omar, Federico, Giuseppe, membri della comunità “Solidaria”.  Parlano con amarezza e trepidazione di lavoro che manca… delle esperienze di precariato, che vivono quotidianamente sulla loro pelle…delle pesanti condizioni di vita… delle mille forme di sfruttamento che subiscono… dei colletti bianchi, profumatamente pagati e riveriti, che sovraintendono alla produzione, distribuzione, politica e finanza, salassando l’economia dei singoli operatori e della collettività.  

Non intravedono prospettive per il loro futuro, personale e professionale. Lo leggi nei loro occhi, nei momenti in cui guardano nel vuoto per degli attimi, e ti cadono le braccia, sentendoti impotente e colpevole. Fai parte di una generazione che ha sulla coscienza enormi responsabilità. È difficile nelle loro condizioni metter su famiglia. Dei giovanissimi solo Gianni De Giglio al momento deve badare a due bambine, e sono tanti i sacrifici e le insicurezze per arrivare alla fine del mese, nonostante il dottorato in economia e diritto. Vincenzo, laureato in biotecnologia alimentare sbarca il lunario, dedicandosi all’agricoltura nei campi di famiglia. La cultura maturata all’Università gli è di aiuto nell’approcciarsi con maggiore consapevolezza e senso di responsabilità ai lavori della terra.

C’è tra i presenti chi riferisce il caso di Giuseppina Spagnoletti, giovane bracciante, morta mentre raccoglieva pomodori.  Era arrivata alle prime luci dell’alba nei campi di Ginosa. Quando il sole non aveva ancora raggiunto lo zenit, si accasciò al suolo. I medici non potettero far altro che registrarne l’avvenuto decesso. Non si conoscono con certezza le cause della morte, però sembra che alla base del decesso ci siano un’aritmia cardiaca, la fatica e l’eccessivo caldo. Era costretta, poverina, a lavorare sodo, per mantenere i figli ed il marito, disoccupato.

Sorte analoga era capitata a metà luglio del 2015 a Paola Clemente, bracciante agricola di San Giorgio Jonico, andata a morire nelle campagne di Andria, alle prese con l’acinellatura a temperature insopportabili. Veniva sfruttata e sottopagata. A distanza di due anni sono state arrestati sei persone, per reati di truffa ai danni dello Stato, illecita intermediazione e sfruttamento del lavoro. Chissà se la magistratura riuscirà a stabilire il nesso di causa ed effetto tra le pessime condizioni di lavoro e la morte!

Giuseppe, il più giovane della combriccola, conduce una vita errabonda e sopravvive con saltuari lavoretti malpagati. Dopo la terza media ha dovuto darsi pane, correndo il rischio di finire stritolato negli ingranaggi della criminalità. La madre, ammalata di cancro non può aiutarlo, e tantomeno il padre, disoccupato ed… a zonzo. Grazie ad un amico ha conosciuto “Solidaria” nella quale si sente a suo agio. Con voce calda ti confessa: “Hanno accolto me, vagabondo ed alla deriva, come uno di loro.  Un’opportunità che mi ha salvato e fatto apprezzare l’aiuto, leale e solidale”. Ascolti con grande commozione e ti si stringe il cuore davanti a tanta fragilità ed alla voglia di aprire il proprio cuore a chi è pronto ad ascoltare e ad accogliere le confidenze

Omar viene dal Burkina Faso, dove sono rimasti la madre ed i fratelli.  Nel suo paese il 46% della popolazione vive sotto la soglia della povertà ed altissimo è il tasso di disoccupazione. Spadroneggia l’Aids. In Italia, il giovane nero è riuscito a sopravvivere con lavori nei campi con compensi intorno ai 15 – 20 euro.  La sua storia, remota e presente, come anche quella degli altri migranti della comunità, avrebbe bisogno di libri interi per essere raccontata compiutamente. E ti metterebbe addosso una grande rabbia per le vessazioni di ogni tipo che hanno dovuto subire arrivando in Libia. A cui si aggiunge il viscerale disprezzo che leggono negli occhi di molti italiani, se hanno avuto la fortuna di non finire in fondo al Mediterraneo.

Una volta che i pomodori si sono spappolati, la soffice poltiglia finisce in un colabrodo, ricavato da un cestello di lavatrice, perché perda il liquido in eccesso.

Ad attendere la massa fumante è macchina trituratrice che separa la salsa dagli sfogli.

Non resta che la fase dell’imbottigliamento in vasetti di vetro.

Ad una falcata di distanza dalla zona delle operazioni, si estende il campo da cui provengono i pomodori.

Lo raggiungi …con Manlio, sulla cui testa si è rovesciata una saliera ed una pepiera. Manlio, l’architetto che ogni giorno, in lungo e largo, imperterrito, fermamente convinto della bontà ecologica della mobilità leggera, percorre Bari con la bicicletta anche sotto la pioggia e…  con Gianni De Giglio, di cui ricordi ancora l’incisivo intervento sull’autoderminazione alimentare dei popoli nei locali dell’Osteria Popolare “Bread and Roses” alla presenza di Ricardo De Silva l’attivista brasiliano del Movimento dei lavoratori senza terra.

“Bread and Roses”!  Quando entrasti per la prima volta a Bari, nella villa Capriati, il nome di quello spazio di mutuo soccorso ti evocò lo sciopero dei lavoratori dell’industria tessile di Lawrence (Massachusetts), per la maggior parte donne. Esse non si accontentavano solo di esistere, di sopravvivere ma rivendicavano con lo slogan coniato il “diritto alla vita, al sole, alla musica e all’arte”. Questo è il senso del messaggio   “l’operaia deve avere il pane, ma deve anche potersi permettere le rose”. 

Fu proprio in quell’occasione che, mentre gustavi nell’osteria popolare cibi genuini prodotti da mani, sentimenti e pensieri convintamente refrattari all’uso di pericolosi pesticidi, il tuo sguardo abbracciò avidamente bottiglie sulle cui etichette era stampigliato “Salsa a… sfruttamento zero”. Rimanesti talmente incuriosito ed incredulo, che, dopo aver divorato le informazioni impresse sul vetro, tempestasti di domande gli interlocutori di tavolo, covando subito, per il prossimo futuro, diventato presente, il desiderio di verificare, con i tuoi occhi la veridicità delle notizie. “È necessario andare a vedere, a sentire, a toccare ad annusare a… comprendere e possibilmente collaborare” proponesti a te stesso. In quella occasione, ti arrivò il messaggio che l’autocertificazione partecipata offre ottime garanzie, forse maggiori di quelle fornite dalla certificazione burocratica, che spesso lascia a desiderare perché gli ispettori, del cui arrivo si sa in precedenza, spesso si presentano… quando eventuali situazioni scabrose sono state già sistemate, a danno naturalmente della collettività. Per di più, si crea un diffuso sospetto verso tutti i prodotti biologici.”

Per questo motivo si sei sobbarcato a prima mattina una bella levata dal letto ed un tragitto di cento chilometri, percorso velocemente come il vento di tramontana.

“Per noi è importante che le piante siano autoctone, perché resistano meglio agli agenti atmosferici ed all’attacco di muffe ed insetti. La produttività non è l’obiettivo primario, al primo posto mettiamo il sapore e la digeribilità. Le piante quest’anno hanno molto sofferto per la calura asfissiante”, ti riferisce, Manlio “e poco ha potuto fare l’acqua attinta dal pozzo pescante da falde molto profonde.”

Al delimitare il campo di pomodori, provvedono vasconi di plastica bianca dai quali si dipartono neri tubicini adagiati sul terreno che hanno potuto dissetare, con irrigazione a goccia, le pianticelle.  “Qualche anno fa”, aggiunge Manlio, “il suolo eminentemente roccioso, coperto da una minuscola cotica di suolo agrario, è stato sottoposto a superficiali lavori di scasso, non a caso sono ancora tante le pietre disseminate.

Poi, è stato lasciato incolto, a maggese, perché recuperasse fertilità, e si sviluppasse humus. Non sono andati minimamente sprecati i rifiuti organici della masseria che hanno provveduto a potenziarne la fecondità.”  Proprio in questo momento arriva Lisa, una giovane donna con una carriola stracolma di residui di lavorazione. Rovesciatili sul terreno, dal cumulo rosseggiante si diparte una nuvola di vapore che aleggia eterea nell’aria. Vi avvicinate ad una pianta, Manlio raccoglie un pomodoro maturo e ti suggerisce: “Mangialo tranquillamente, Mimmo, abbiamo ammendato il suolo con concimi naturali e compost.  Per proteggere le piante da insetti e roditori, ci sono venuti in aiuto macerati ottenuti dall’ortica. Quest’anno la produzione è stata carente”, aggiunge lo scenografo, “le piante hanno dedicato gran parte delle energie alla loro stentata sopravvivenza. L’anno scorso, invece, erano così lussureggianti, che una fiorente e straripante vegetazione formava sul terreno vaporosi cuscini, dove la luce faticava ad entrare.

Perciò, siamo stati costretti a rivolgerci per l’approvvigionamento di materia prima alla Cooperativa Sociale “Siloe”, formata da ex tossicodipendenti o ex detenuti guidati da un sacerdote. Anche loro, che operano a Torre a mare, si rifanno ai principi ed ai criteri dell’agroecologia, quindi il prodotto che ci è pervenuto è coltivato senza ricorrere a pesticidi ed a concimi chimici.”

Cerchi di intuire chi coordina tutte le operazioni. Sospetti che sia Manlio o Gianni De Giglio, ma devi subito ricrederti, perché anche loro passano da un lavoro ad un altro senza che nessuno lo imponga. Neppure è Federico un ragazzone dalla folta capigliatura, tecnico di luci, che ti fa una grande tenerezza quando con la sua mole imponente alla fine dei lavori ce la mette tutta per ridare splendore al tavolo in acciaio, costellato di decorazioni rosse. Ognuno di loro, insomma, possiede occhi per vedere e senso critico, quindi si lasciano guidare esclusivamente dal buon senso e dall’entusiasmo.  

Tutto procede con ordine e speditezza. “In effetti”, ti conferma Gianni, “c’è stato, anteriormente un grosso lavoro di programmazione partecipata che ha corresponsabilizzato ciascuno di noi. Siamo tutti uguali, nessuno accampa privilegi, nessuno scompare furtivamente. A nessuno vengono conteggiate le volte in cui si reca al bagno. Tutti lavorano con la massima abnegazione, tenendo presente le motivazioni ed i fini che sono alla base dell’operare”.

Si è giunti alla fase finale della lavorazione. Gianni conficca stracci di tela iuta tra i vasetti stipati in tre enormi bidoni.  

Completata l’operazione di sterilizzazione, si attaccano le etichette. Nei giorni seguenti si provvederà alla…  alla vendita. Fuori mercato. Tra la gente che apprezza la qualità e la genuinità del prodotto. L’anno scorso, l’intera produzione, per la forte richiesta, andò esaurita entro il mese di ottobre.

Si ferma un attimo Gianni e cerca di mettere a fuoco le linee guida della loro azione. ”Noi di Solidaria siamo una famiglia allargata, una comunità animata da finalità mutualistiche, di cui ne beneficiano i soci, e finalità sociali che ricadono sulla collettività. Intendiamo realizzare, partendo dal basso un sistema sociale comunitario che abbia come capisaldi l’agroecologia, la solidarietà, l’assenza di concorrenza, la democrazia diretta partecipativa, l’autodeterminazione, l’abbattimento della disoccupazione, la creatività, il rispetto e la valorizzazione di noi stessi e degli altri.”

Attrezzi, stoviglie, posate, tavoli, sedie e quant’altro è stato sporcato vengono lavati ed asciugati

Il pavimento spazzato. Al massimo rimarrà qualche piccolo rimasuglio in anfratti nascosti o delle conchette di acqua a cui potranno affacciarsi uccelli o lucertole per dissetarsi.

La fame si era distratta, ma quando dalla cucina della masseria arriva un odorino ammaliante, riprende a protestare. Il buon Manlio ha provveduto per tempo a preparare il pranzo. All’uopo gli sono servite due  bottiglie di salsa appena preparata, spaghetti e cozze. Spumeggiano, prima del pranzo, due boccali di vino… di questa terra rossa. Riempiti di elisir i calici, si brinda alla “salsa a sfruttamento zero”, auspicando che i derelitti non vengano più spremuti come dei limoni. Le labbra, arse dal sole, lambite dalla crepitante schiuma, si rincuorano, mente il palato si delizia dell’elisir dal colore rubino.

Arrivano gli spaghetti che navigano nella salsa. Ne chiedi solo un ciuffo, ma non appena li accosti alla bocca e li mangi, rimani così soggiogato dalla gradevolezza che, da solo, provvedi a riempirti il piatto. Con un pezzo di ciabatta, ti impegni, poi, a fare una “scarpetta” così esaustiva che la tua stoviglia non ha neanche bisogno di essere lavata.  

Il viaggio non è andato a vuoto, perdendo inutilmente tempo e denaro. Infatti, hai fatto amicizia con persone meravigliose… hai potuto verificare direttamente l’alto valore dell’ ”autocertificazione partecipata”. Hai riscontrato… che le donne e gli uomini coinvolti sono rispettati nella loro dignità… infine, che si fa spazio l’economia circolare, rispettosa di tutti i protagonisti dell’operazione lungo tutta la filiera.

Saluti cordialmente l’allegra brigata, uno per uno con un abbraccio coinvolgente che non ha nulla dello sbaciucchiamento convenzionale. E la ringrazi per averti permesso di esplorare il suo mondo interiore, proiettato nella realtà con sguardi, parole e gesti di grande pregnanza.

Durante il percorso di ritorno, ancora imbambolato dalla grazia dell’esperienza vissuta, risuonano dentro di te le emozioni, i sentimenti e le solide convinzioni della composita comunità umana, fermamente intenzionata ad andare avanti con determinazione ed a diffondere il messaggio e l’esperienza in ogni contrada, per affiancare alla disumanizzante economia lineare, quella circolare, la cui vista contende il primato all’aquila per profondità e lungimiranza.

FontePhoto credits: Domenico Dalba
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Domenico Dalba
Percorso scolastico. Scuola media. Liceo classico. Laurea in storia e filosofia. I primi anni furono difficili perché la mia lingua madre era il dialetto. Poi, pian piano imparai ad avere dimestichezza con l’italiano. Che ho insegnato per quarant’anni. Con passione. Facendo comprendere ai mieli alunni l’importanza del conoscere bene la propria lingua. “Per capire e difendersi”, come diceva don Milani. Attività sociali. Frequenza sociale attiva nella parrocchia. Servizio civile in una bibliotechina di quartiere, in un ospedale psichiatrico, in Germania ed in Africa, nel Burundi, per costruire una scuola. Professione. Ora in pensione, per anni docente di lettere in una scuola media. Tra le mille iniziative mi vengono in mente: Le attività teatrali. L’insegnamento della dizione. La realizzazione di giardini nell’ambito della scuola. Murales tendine dipinte e piante ornamentali in classe. L’applicazione di targhette esplicative a tutti gli alberi dei giardini pubblici della stazione di Barletta. Escursioni nel territorio, un giorno alla settimana. Produzione di compostaggio, con rifiuti organici portati dagli alunni. Uso massivo delle mappe concettuali. Valutazione dei docenti della classe da parte di alunni e genitori. Denuncia alla procura della repubblica per due presidi, inclini ad una gestione privatistica della scuola. Passioni: fotografia, pesca subacquea, nuotate chilometriche, trekking, zappettare, cogliere fichi e distribuirli agli amici, tinteggiare, armeggiare con la cazzuola, giocherellare con i cavi elettrici, coltivare le amicizie, dilettarmi con la penna, partecipare alle iniziative del Movimento 5 stelle. Coniugato. Mia moglie, Angela, mi attribuisce mille difetti. Forse ha ragione. Aspiro ad una vita sinceramente più etica.

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