Ci sono cose nella mia vita che, per quanto mi sia arrovellato, non sono mai riuscito a capire a pieno. Ad esempio il concetto di “uno” plotiniano o la dimostrazione dell’esistenza di Dio di Anselmo D’Aosta o qual è il ragionamento che spinge la gente su facebook a mettere “mi piace” ai propri post. Su tutte queste però ne svetta una, rimasta imperscrutabile per me per anni, e cioè perché va a finire che i giovani di Andria si vestano sempre tutti uguali.

Quando dico tutti, intendo davvero tutti, ossia entrambi gli schieramenti che oggi, e da sempre, popolano la fauna giovanile andriese: i “fighetti” e gli “alternativi”. Per i primi, i fighetti, il perché va a finire che si vestono sempre tutti uguali è abbastanza intuitivo e facile da spiegare. Per questi, nonostante la giovane età, l’obiettivo primario è quello di una piena integrazione nella loro società, che nel caso di Andria si rivela in tutto e per tutto provinciale. Tale integrazione passa per una totale accettazione dell’esistente, determinando comportamenti volti a trovare il proprio ruolo, il ruolo migliore possibile, all’interno di un sistema di regole e rituali prestabilito e rodato da lungo periodo. I fighetti allora si vestono tutti uguali poiché guidati da quello che in sociologia viene chiamato “effetto Veblen”, dal nome di colui che l’ha teorizzato. Ossia i ragazzi finiscono per scegliere determinati vestiti poiché espressione in quel momento di un determinato status sociale, di solito quello delle classi più abbienti, e possederli vuol dire farne parte.

Per gli alternativi il ragionamento è più complicato. Per questi l’obiettivo primario è quello di non finire assolutamente come son finiti gli altri nella società che li circonda, ciò che provano per la provincia, ciò che la legittima e rappresenta, è nausea. Loro sognano le capitali, rifiutano l’esistente per quanto gli è possibile, e guardano con scetticismo e imbarazzo ai codici comportamentali della realtà che gli sta attorno, rifuggendoli categoricamente. Dunque si vestono diversamente dalla maggioranza dei loro concittadini, ma pure loro, nonostante l’eclettismo sia la loro bandiera, va a finire che si vestono tutti uguali.

L’altra sera ero davanti a un bar (l’altra sera, poi, mesi fa diciamo) e a un certo punto mi è partito lo straniamento. Eravamo ad Andria, ma intorno a me era pieno di giovani che sembravano tutti appena tornati da Berlino e in procinto di partire per Londra, o viceversa. A vederli scrivere sul cellulare mi aspettavo che stessero rispondendo su whatsapp nel gruppo formato, oltre a loro, da Alex Kapranos dei Franz Ferdinand, Julian Casablancas degli Strokes, e Joe Newman degli Alt-J. Quasi tutti (quelli non ubriachi) avevano un aria disillusa come quelli che nella vita hanno provato tutto (dai tipi di droghe, agli orientamenti sessuali) e non li ha soddisfatti niente. Tutti vestiti coi pantaloni stretti e corti, i giubbotti fintamente vecchi, le magliette senza orlo al collo, le camice a quadri, occhiali dirompenti, tatuaggetti di varia forma geometrica sparsi per il corpo, capelli con ciuffi esagerati, oppure perfettamente leccati ma con barbone sotto. Però le facce erano facce giovani, molto giovani, così parlandoci, o origliando le loro conversazioni, scoprivo che l’età media era 17 anni, andavano chi al Nuzzi, chi alla scuola d’arte a Corato, chi al grafico pubblicitario, e stavano mettendo i soldi da parte per andare, non l’estate prossima, ma fra due, allo Sziget.

A quel punto mi è venuto naturale fare il confronto con quando ero adolescente io, ovviamente partendo dal presupposto che la mia generazione era meglio, come sempre si fa quando si invecchia e ci si rapporta ai più giovani. Io e i miei amici eravamo “alternativi” e il nostro stile potrebbe essere definito come “sinistra giovanile”. Pantaloni larghi o per alcuni a zampa; maglietta a maniche corte messa sopra a maglietta a maniche lunghe, tutte di Che Guevara, o del Subcomandante Marcos, o di gruppi il cui cantante doveva essere rigorosamente morto suicida; kefiah sia d’inverno che d’estate (comprate a stock e poi distribuite fra gli amici dal primo che faceva un viaggio a Roma con la famiglia a sentire l’Angelus); braccialetto della Giamaica per i ragazzi, braccialetto ricavato da forchetta piegata per le ragazze (per alcune anche l’orecchino cucchiaino); moschettone enorme per portachiavi, arricchito di apribottiglia e sonagli vari, portato disinvoltamente fuori dalla tasca fingendo di non sentire il rumore che produceva; fascetta bianca di Emergency allo zaino; capelli tendenzialmente lunghi o come minimo spettinati, l’importante era avere un dread, uno solo, nascosto da qualche parte; giornalino “Carnaby Street” sul comodino, ore passate a sfogliarlo e mai che si sia ordinato niente. Insomma finiva che eravamo vestiti tutti uguali anche noi.

Per spiegare il fenomeno (non ad Andria, in generale) ci è voluto Jonathan Touboul, neuroscienziato del College de France, ecco perché io da solo non ci arrivavo. Il ricercatore ha studiato “il fenomeno collettivo non coordinato per cui le persone, nel tentativo di apparire diverse, finiscono per conformarsi fra loro”. Per spiegarlo ci è voluto un modello matematico in cui si dice che le cause sono sostanzialmente due: (1) gli alternativi cercano di vestirsi in maniera diversa anche rispetto agli altri alternativi; (2) prima di accorgersi dell’esistenza di un trend, e dunque reagire ad esso, occorre un certo tempo, lo si fa sempre con ritardo. Viste queste premesse, il modello dimostra come, a un certo punto si raggiunga un equilibrio in cui tutti stanno facendo i diversi, ma proprio questa diversità è uniformante. Il ritardo fa sì che quando ci si accorge di essere parte di un trend e così di volersene staccare (in quanto alternativi), si è già in un altro trend di cui ci accorgerà dopo un po’ di tempo e intanto si sarà ri-raggiunto quel punto di equilibrio. Così via nei secoli dei secoli.

Per tornare al caso andriese, fra poco, plausibilmente, ci si renderà conto che tutti hanno la barba, e per essere diversi, in massa, si tonerà a propendere per altro, al pizzetto o alle basette. O ci si renderà conto che tutti escono in bici, non sarà più figo farlo, e magari si tornerà al buon vecchio scooterino. Dunque per trarre delle conclusioni si può dire che consciamente o inconsciamente dall’omologazione non si scappa, sembrerete sempre vestiti come qualcun altro, quindi vestitevi un po’ come vi pare.

P.S.: Se fra i lettori di questo articolo c’è qualcuno che si mette “mi piace” ai propri post su facebook, e volesse spiegarmi nei commenti qual è il ragionamento che lo spinge a farlo, gli sarei davvero grato. Non vorrei dover aspettare lo studio di qualche altro neuroscienziato.

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Andrea Colasuonno
"Andrea Colasuonno nasce ad Andria il 17/06/1984. Nel 2010 si laurea in filosofia  all'Università Statale di Milano con una tesi su Albert Camus e il pensiero meridiano. Negli ultimi anni ha vissuto in Palestina per un progetto di servizio civile all'estero, e in Belgio dove ha insegnato grazie a un progetto dell'Unione Europea. Suoi articoli sono apparsi su Nena News, Lo Straniero, Politica & Società, Esseblog, Rivista di politica, Bocche Scucite, Ragion Pratica, Nuovo Meridionalismo.   Attualmente vive e lavora a Milano dove insegna italiano a stranieri presso diversi enti locali".

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