Cause interne ed esterne della pletora di tragedie e disastri che affliggono l’Italia

Venghino, venghino, signori, altro giro! altra corsa!” E mormorando, la voce (diabolica? ironica? sarcastica? dolente? allegra? cinica? sadica? quella del destino? quella dell’irresponsabilità dell’uomo sapiens sapiens?) aggiunge “Non potrete farne a meno! vi divertirete! proverete forti emozioni! lascerete la pelle! vi arricchirete! avrete soccorsi da portare! articoli da scrivere! talk show da condurre! compiangerete! vi sdegnerete! darete la colpa agli altri! vi difenderete! Ad ognuno di voi secondo i vostri gusti, le aspettative, i sogni, le angosce, l’ineluttabilità! E ritornerete dopo un po’ a partecipare al prossimo giro, all’altra corsa, a fare gli stessi errori! O a sperare in altre tragedie! disastri! Devastazioni!”

E la gente si assiepa, sgomita, scalcia, si dimena, calpesta, piange, urla di dolore, rimane indifferente tanto, ormai ci ha fatto il callo.  Sta partecipando all’all’ultimo giro, l’ultima corsa quella alla quale non ha proprio potuto sottrarsi o sulla quale ha deciso di salire. C’è chi urla, chi piange, chi si sfrega le mani e al telefono brinda “Evviva!  Wahoo, è caduto il ponte Morandini! Soldi a palate o che rottura di c…!”

L’ultimo giro è il crollo del ponte sul Polcevera, che ha causato la morte di 43 persone, il ferimento di molte centinaia, la devastazione dei fabbricati sottostanti, l’abbattimento di numerose attività artigianali, il disagio per merci e persone. Due anni fa, la strage sulla ferrovia Bari Nord, tra Andria e Corato, dove persero la vita 23 persone. Nel 2013, un incidente stradale verificatosi nei pressi di Avelino, ha dovuto registrare la morte di 40, uomini e donne, in carne ed ossa. Ancora prima, nel 2009 un disastro ferroviario nella stazione di Viareggio aveva preteso l’agghiacciante sacrificio di 32, morti tra lamiere contorte e lingue di fiamme voraci. Un inferno rovente. Imminente la prescrizione. E tanti altri omicidi collettivi di minore entità che sono passati sotto silenzio, perché riguardavano pochi soggetti o realtà marginali.

Quale sarà il prossimo giro? Quali i siti in gara? Chi si aggiudicherà la commessa? Ci saranno truffe? frodi? corruzioni? Presenza della criminalità? Chi si troverà tra le vittime innocenti che insanguineranno l’Italia? È difficile prevederlo? O oggi siamo in possesso di idonei strumenti diagnostici che non utilizzeremo? Quante cause giudiziarie saranno accese?

Come si concluderà la prossima tragedia all’italiana? Un modello da esportare nel mondo! Un made in Italy, come tanti, che rendono grande la patria di Dante, Leopardi, Pascoli, Verdi, De Nittis?  A tarallucci e vino! Per la prescrizione dei reati, per l’oblio, per l’assuefazione, per la mancanza di senso civico. Per regole irresponsabili scritte da chi era stato eletto per la sicurezza ed il benessere dei cittadini e la salvaguardia del Bel Paese!

La giostra delle tragedie e degli sconvolgimenti in Italia non si ferma mai. Sarebbe un peccato se avvenisse il contrario. Che cosa, altrimenti, farebbe grande l’Italia? Ce ne sono state tantissime nel passato. Perché? l’Italia è un paese fragile per la sua breve storia geologica. Alto è il rischio di frane, quello idrogeologico, sismico. Molti edifici, pubblici e privati sono fatiscenti e nessuno se ne fa carico. Tante opere pubbliche non vengono terminate. Quelle veramente utili non finiscono nel piatto della bilancia politica. Perché mai far sorridere di gioia un popolo?

C’è qualcosa che agglutina alla base tutti i disastri? Eccome! È alla luce del sole, il quid. Solo chi vuol essere cieco, sordo e muto, finge di non accorgersene. Ciascuno di noi, come le tre scimmiette, abbiamo responsabilità morali.  Ancora non capiamo, nonostante gli anni ruggenti o i radi capelli bianchi che tutto non avviene a caso. Che al momento opportuno non stavamo nel posto giusto, non dicevamo le parole giuste, non facevamo le azioni giuste, ma ci lasciavamo guidare dalla voce della futilità o della convenienza personale, amicale, tribale!

La democrazia, come potere del popolo, ha bisogno di gambe sane per camminare. La gente deve informarsi e pretendere che l’informazione sia corretta per ridurre al minimo i propri deficit cognitivi, è un crimine essere ignoranti. Chiunque ha il dovere di partecipare, protestare, proporre, di selezionare una onesta e capace classe dirigente. È inutile blaterare a tragedie consumate. Battersi il petto, o fingere di farlo.  Occorrono risposte inequivocabili. Subito.

Poi, ci sono responsabilità amministrative, professionali, politiche e penali. La costruzione di opere pubbliche inutili, l’astinenza di quelle utili, la mancanza di una seria progettazione, l’assenza di ferrei controlli, l’inesistenza di monitoraggi, l’indigenza di investimenti necessari ed indilazionabili, la riduzione di personale e di manutenzione, l’ambiguità nel sottoscrivere regole a favore dei concessionari diabolicamente nascoste ai cittadini, l’approvazione di tagli lineari, cioè alla cieca.

Quali sono le cause esterne? Una, solo una, gigantesca. Il sistema economico keynesiano non andava smantellato. Comportava la convivenza di imprese strategiche, pubbliche e private. Entrambe ne beneficiavano. Si verificò, pertanto, nei primi trent’anni del dopoguerra, il cosiddetto “boom economico”, C’erano, sì, inefficienze, ruberie, corruzione, presenza della criminalità, ma anche una maggiore equità, la speranza di emanciparsi culturalmente e socialmente. Un benessere diffuso.

I nostri lungimiranti governi, gli economisti, i banchieri dell’epoca vollero, pretesero, imposero l’abbandono del vecchio sistema. “Occorre voltare pagina” pontificavano, quelli dei piani alti. “È necessario mettere economicamente a dieta lo Stato, lasciandogli in mano solo poche funzioni.”  Così, a bassissimo prezzo vennero svendute a privati non solo imprese che producevano dolciumi, ma anche aziende e servizi pubblici essenziali, proprie fonti di produzione della ricchezza: autostrade, rotte aeree, frequenze tv, demani, persino isole e le montagne sopra Cortina d’Ampezzo.

E fu, e continua ad essere, quella la pacchia, quella vera, per i privati. Vita da nababbi, lusso straripante, accumulo di immense ricchezze, in Italia ed all’estero nelle mani di un’oligarchia di individui. Per i poveri cristi che si dannavano l’anima dalla mattina alla sera e continuano ad ammazzarsi di lavoro ed a morire nelle fabbriche, nelle officine, nei laboratori, nei cantieri, sulle strade, nei negozi, negli uffici, comportò la delocalizzazione, il ritorno massiccio della disoccupazione, la precarizzazione della vita, la fuga di tanti giovani dall’Italia, il saccheggio del territorio.

Il pensiero keynesiano si fonda su due semplici principi: a) presenza dello Stato nell’economia; b) la ricchezza deve essere distribuita alla base della piramide sociale, poiché sono i lavoratori che vanno ai negozi, sono questi che chiedono prodotti alle aziende e sono queste ultime che assumono lavoratori e producono.

Il tanto decantato sistema economico, in realtà, balordo e depredatorio, si fonda su tre principi: a) estromissione dello Stato dall’economia; b) ricchezza nelle mani di pochi; c) forte competitività. In questo modo, non c’è più bisogno di produrre beni e servizi, basta acquistare altro denaro con cui diventare proprietari di altri beni reali esistenti.

È vero che Il privato produce meglio del pubblico, se gestisce una piccola impresa, non è vero se si tratta di riscuotere tariffe per l’energia, autostrade, ecc. È stato dannoso, quindi, cedere a privati le fonti produttive di ricchezza che davano un grande apporto all’attivo di bilancio.

Le industrie strategiche che riguardano fonti di energia o sevizi pubblici essenziali, come prescrive l’art. 43 della Costituzione, devono, quindi, essere in mano pubblica o di “comunità di lavoratori o di utenti”. Sono fonti di produzione che generano guadagni ingenti e sicuri, legalmente previsti (tariffe per l’energia, autostrade ecc.), che non possono essere donati a singoli privati. Se l’Italia si riprendesse quanto ha incostituzionalmente ceduto a privati, disporrebbe delle somme necessarie per la salvaguardia dei beni ed il funzionamento dei servizi di cui la collettività ha bisogno.

Solo selezionando una seria classe dirigente, nazionalizzando le imprese strategiche ed imparando a diventare cittadini carichi di cultura, di umiltà, di onestà, non rimanendo ignoranti o esibenti erudizione, è possibile salvare l’Italia.

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Domenico Dalba
Percorso scolastico. Scuola media. Liceo classico. Laurea in storia e filosofia. I primi anni furono difficili perché la mia lingua madre era il dialetto. Poi, pian piano imparai ad avere dimestichezza con l’italiano. Che ho insegnato per quarant’anni. Con passione. Facendo comprendere ai mieli alunni l’importanza del conoscere bene la propria lingua. “Per capire e difendersi”, come diceva don Milani. Attività sociali. Frequenza sociale attiva nella parrocchia. Servizio civile in una bibliotechina di quartiere, in un ospedale psichiatrico, in Germania ed in Africa, nel Burundi, per costruire una scuola. Professione. Ora in pensione, per anni docente di lettere in una scuola media. Tra le mille iniziative mi vengono in mente: Le attività teatrali. L’insegnamento della dizione. La realizzazione di giardini nell’ambito della scuola. Murales tendine dipinte e piante ornamentali in classe. L’applicazione di targhette esplicative a tutti gli alberi dei giardini pubblici della stazione di Barletta. Escursioni nel territorio, un giorno alla settimana. Produzione di compostaggio, con rifiuti organici portati dagli alunni. Uso massivo delle mappe concettuali. Valutazione dei docenti della classe da parte di alunni e genitori. Denuncia alla procura della repubblica per due presidi, inclini ad una gestione privatistica della scuola. Passioni: fotografia, pesca subacquea, nuotate chilometriche, trekking, zappettare, cogliere fichi e distribuirli agli amici, tinteggiare, armeggiare con la cazzuola, giocherellare con i cavi elettrici, coltivare le amicizie, dilettarmi con la penna, partecipare alle iniziative del Movimento 5 stelle. Coniugato. Mia moglie, Angela, mi attribuisce mille difetti. Forse ha ragione. Aspiro ad una vita sinceramente più etica.