Ogni volta, in presenza di una recrudescenza del conflitto israelo-palestinese, ci si ritrova a spiegare che non è esatto parlare di “guerra”, perché non stiamo parlando di due eserciti contrapposti. La Palestina non ha uno stato vero e proprio e non ha un esercito, mentre Israele ne ha uno fra i più forti al mondo. Ci si ritrova a spiegare che ciò è successo anche perché lo Stato ebraico ha sempre goduto di un’alleanza di ferro con gli Usa, mentre la Palestina è sempre stata sostanzialmente sola. Ma come si è potuta dare un’alleanza tanto salda e duratura fra Usa e Israele? Come si è finiti per legare tanto strettamente i destini dei due paesi?

I sionisti cristiani e l’amicizia con gli ebrei

A inizio ‘800 le posizioni del pensiero teologico americano circa la questione arabo-ebraica (che allora non era ancora una “questione”) erano 2: da una lato i “cristiani messianici”, dall’altro i missionari presbiteriani. I primi auspicavano un ritorno degli ebrei nella loro patria biblica, perché a ciò sarebbe seguita la loro conversione al cristianesimo e la cosa avrebbe accelerato la venuta del Messia. I secondi volevano convertire gli infedeli arabi dando loro una chance di modernizzarsi. Gli istituti da questi fondati sarebbero poi diventati le università americane del Cairo e di Beirut, luoghi di formazione per la classe dirigente panaraba.

Col passare degli anni, nella scena evangelica americana, prevalsero sempre più le posizioni dei primi, ma ci vollero decenni perché l’alleanza fra ebrei e cristiani diventasse effettiva. Il 1948 fu un anno dal forte impatto emotivo per i fondamentalisti cristiani americani: la nascita dello Stato di Israele confermava le loro credenze. Tuttavia fu negli anni ’70 che il tutto assunse forte peso politico. Precisamente nel 1978, il governo del Likud in carica, saldò i legami con quei cristiani che da allora furono chiamati “sionisti cristiani”. Si convinse dell’efficacia della mossa anche la lobby israeliana in America (di cui parleremo fra poco), all’inizio diffidente verso quella comunità religiosa. In questo modo, in cambio di qualche concessione (l’apertura di una tv in Libano, un’ambasciata a Gerusalemme), i sionisti cristiani orientarono il Partito Repubblicano in funzione antiaraba, mentre al Partito Democratico ci pensò la lobby di cui abbiamo accennato.

Nasce l’AIPAC

Durante la prima metà del ‘900 gli Usa provarono a tenere una politica equilibrata rispetto a Israele e Palestina. Più di una volta in quegli anni, l’amministrazione americana, cercò di ammorbidire le mire israeliane. Nel 1919, il presidente Wilson ci provò con la commissione King-Crane; nel 1949 il presidente Truman ci provò scrivendo direttamente a Ben Gurion; nel 1953 Eisenhower tentò di trovare una soluzione per i profughi palestinesi. Come reazione a questo, e per orientare in funzione antiaraba la politica americana in Medio Oriente, nacque in quello stesso anno la lobby israeliana: l’Aipac.

Fu fondata da Isaiah Kenen, sorvolando il fatto che per la legge americana vigesse il divieto assoluto per qualsiasi lobby di rappresentare gli interessi di un paese straniero. Nel 1963 il senatore Fulbright provò a far luce sui primi anni di attività dell’associazione. Scoprì che con la vendita di obbligazioni poi trasferite clandestinamente allo Stato di Israele, la lobby aveva raccolto dalla comunità ebraica americana, 5 milioni di dollari esenti da tasse. Si disse che le obbligazioni venivano mandate in Israele con finalità sociali, la verità è che quei soldi tornavano subito indietro, sul conto dell’Aipac.

La carriera di Fulbright fu stroncata, i lobbisti fecero in modo che non fosse più rieletto. Il caso rappresentò poi un modello per tutti i successivi. Si trovano politici vittime delle campagne dell’Aipac in qualunque anno si voglia esaminare dal 1963 in poi. Nel 1969 addirittura decine di senatori pubblicarono sul New York Times il loro giuramento al programma nazionale israeliano, mentre sotto la presidenza di Nixon tutte le decisioni cruciali tenevano conto del punto di vista israeliano.

La crisi petrolifera, Clinton, i Bush

Nel 1973 i paesi arabi esportatori di petrolio interruppero bruscamente il flusso di oro nero, ufficialmente come ritorsione per la guerra dello Yom Kippur (Israele contro Egitto e Siria). Tuttavia quasi subito gli Usa capirono che la mossa fu dovuta ad ottenere l’aumento del costo del greggio, più che ad aiutare i palestinesi. Una volta che i prezzi si stabilizzarono, dunque, quei paesi, intrapresero una politica filoamericana, mentre gli Usa ebbero la certezza di poter ottenere petrolio arabo senza mai risolvere la questione in Palestina.

A fine anni ’80 per una serie di convergenze positive, sotto la presidenza di Bush senior, le ragioni dei palestinesi tornarono ad avere una certa importanza per Washington. Dal 1948 per la prima volta un gruppo palestinese fu trattato da interlocutore alla pari. L’Aipac reagì con delle campagne di demonizzazione rivolte sia verso la leadership moderata palestinese, che verso l’appoggio degli Usa all’Iraq (concesso in funzione anti-Iran). Nel 1993 Clinton corteggiò il voto ebraico per vincere le elezioni, di conseguenza adottò una politica – nei fatti – esplicitamente filoisraeliana. Gli esperti che nominò, ad esempio, per stendere i documenti di preparazione agli Accordi di Oslo furono per lo più ebrei.

Quando toccò a Bush junior, il neopresidente provò a non avere ruolo particolarmente attivo sulla problematica. A seguito degli attentati del 2001 tuttavia, consigliato da esperti del Near East Policy (l’istituto di ricerca dell’Aipac) come Cheney, Rumsfeld o Wolfowitz, intraprese la sua crociata contro l’Islam. La guerra in Iraq del 2003 fu presentata agli americani come una guerra per difendere Israele dalle armi “micidiali” di Saddam Hussein. Obama nonostante abbia mostrato in questi anni a più riprese la sua insofferenza verso Netanyahu e la politica estera israeliana, non ha mai fatto niente che andasse direttamente a vantaggio dei palestinesi.

Per concludere (si fa per dire)

Questa breve e, certamente incompleta, esposizione si è basata sulle ricostruzioni dello storico israeliano Ilan Pappé. Affidiamo alle sue stesse parole le conclusioni. “Dal 1949, gli Stati Uniti hanno dato a Israele più di 100 miliardi di dollari di sovvenzioni e 10 miliardi di prestiti speciali. […] Si tratta di una cifra più grossa di tutta la somma di denaro trasferita dagli Stati Uniti al Nord Africa, al Sud America e ai Caraibi messi insieme, la cui popolazione ammonta a più di due miliardi di persone, mentre quella di Israele è di 7 milioni. Nel corso degli ultimi vent’anni Israele ha ricevuto 5,5 miliardi di dollari per spese militari. Relazioni bilaterali del genere non hanno precedenti, perciò non c’è bisogno di esagerare le implicazioni che una politica simile ha per i palestinesi e per le possibilità di pace in Medio Oriente”.

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Andrea Colasuonno
"Andrea Colasuonno nasce ad Andria il 17/06/1984. Nel 2010 si laurea in filosofia  all'Università Statale di Milano con una tesi su Albert Camus e il pensiero meridiano. Negli ultimi anni ha vissuto in Palestina per un progetto di servizio civile all'estero, e in Belgio dove ha insegnato grazie a un progetto dell'Unione Europea. Suoi articoli sono apparsi su Nena News, Lo Straniero, Politica & Società, Esseblog, Rivista di politica, Bocche Scucite, Ragion Pratica, Nuovo Meridionalismo.   Attualmente vive e lavora a Milano dove insegna italiano a stranieri presso diversi enti locali".

6 COMMENTI

  1. Bell’articolo, documentato e informato. Un solo appunto. Parlare di Israele e dimenticarsi del nazismo e dello sterminio lascia un’ombra sinistra anche sulle più puntuali ricostruzioni storiche. A me fa questo effetto.

    • Grazie per l’apprezzamento. Non ho parlato dello sterminio perché non mi sembrava direttamente funzionale alla ricostruzione. Ad ogni modo, a pensarci, una menzione non avrebbe guastato.

  2. Per Antonio: “a me fa questo effetto”. Cosa significa l’ “effetto”? Israele è uno Stato, i cittadini di questo Stato hanno opinioni diverse. Le opzioni politiche e culturali dei cittadini di Israele sono molteplici e antitetiche. La Shoah è un fatto storico col quale si confrontano tutti i cittadini di Israele (e tutti gli abitanti di questa Terra, in verità) e questo confronto dà luogo ad esiti molto diversi tra loro. In Israele domina solo un esito di questo confronto: il sionismo (che ha zittito e fagocitato tutte le altre voci). Il sionismo è razzismo e violenza. E’ il sionismo il problema.

  3. No, non sono d’accordo. La Shoa spiega la storia di quel popolo nell’ultimo secolo. Israele commetterà pure i suoi tragici errori, ma non ha mai avuto ideologie di distruzione degli altri popoli. Distruggere Israele è invece l’obiettivo dei paesi musulmani che lo considerano un corpo estraneo. L’antisionismo troppo spesso coincide con l’antisemitismo. È una foglia di fico inaccettabile.

  4. E poi, scusa, non ti pare mostruoso che la Shoa possa sortire “effetti molto diversi”. Lo sterminio è stato lo sterminio, punto e basta. Non è un’opinione diversamente interpretabile.

  5. Purtroppo il male subito (la Shoa) non “termina” nel momento in cui si arresta “fisicamente”. Lascia tracce che continuano a “lavorare dentro”. Ho letto proprio ultimamente “I sommersi e i salvati” di Primo Levi: una testimonianza -oltre che una grandissima opera letteraria- che ci fa vivere dall’interno ciò che succedeva nei campi di sterminio. La Shoa è stato certamente un “fatto storico, uno sterminio punto e basta, ma l’ “elaborazione” di una esperienza così tremenda ha dato esiti diversi, valutazioni diverse (anche queste diversità sono un fatto storico, non è che me le sto “inventando” io). Abbiamo dimenticato -ad esempio- l’omicidio di Rabin? Non tutti, in Israele, si chiamano Netanyahu o Ariel Sharon. Per quanto riguarda la “minaccia” di distruzione di Israele, mi sembra davvero una “foglia di fico” per giustificare la mostruosità criminale dell’attuale “politica” sionista

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