Con il Natale alle porte, ci si impegna a non essere prevedibili e banali nello scrivere, per non omologarsi ad una letteratura spesso scontata e sdolcinata, o che si compiace nel dissacrante per poi ricadere nella stessa vuota retorica.

C’è un modo certo per essere leali con se stessi, ed è quello di raccontare di quegli uomini che vale la pena guardare in faccia ed ascoltare, e che con il loro comportamento (non è un luogo comune) ti riconciliano con la vita. Uno di questi è un prete, di quelli che non fanno cose eccezionali, eroiche, fuori dalla portata dell’umano; ma vivono semplicemente nel modo che la Chiesa, quella vera, quella che Francesco sta da tempo chiamando a gran voce, dovrebbe normalmente agire. Questi è Geremia, vive nella Città di Andria e come molti suoi colleghi, porta la sua testimonianza e le sue forze al servizio di poveri, extracomunitari e disperati. Ogni giorno lo si può incontrare e vederlo spesso disperarsi per un mondo di fame e miseria che gli ruota intorno, al quale a volte non può dare risposte risolutive con le limitate risorse che ha disposizione. Conduce una Casa di Accoglienza (Santa Maria Goretti) che, con l’aiuto di tanti volontari, assicura pasti, assistenza medica e legale a tanti bisognosi; ma in un mondo fortemente condizionato da un livello di vita alto, frenetico e travolgente, questo non basta più.

Ci sono famiglie che vivono ai margini della vita, scavando ogni giorno tra le proprie misere risorse per rimanere in una angusta e antigienica abitazione; malati che abbandonati a se stessi non hanno più la solidarietà che un tempo famigliari e vicini di casa offrivano. Disoccupati che non hanno più ammortizzatori sociali per sostenere almeno le necessità più elementari dei bambini.

Tutto questo e tanto altro, ogni santo giorno della settimana, fluisce davanti agli occhi di don Geremia, il quale per il solo fatto di ascoltarli e di impegnarsi per piccoli immediati interventi, dona ad essi un spiraglio di luce che impedisce l’evolversi della situazione in gesti più gravi.

Con chi prendersela? Chi incolpare per questa umanità che sta dissolvendosi inesorabilmente verso rapporti d’argilla, o inconsistenti ed inesistenti ? Non si può certamente sperare nel teatrino della politica nazionale e locale che, con consumata ipocrisia e faccia tosta, pontifica sul sociale, mentre sta pensando a ben altri interessi che ormai tutti conosciamo.

Allora grazie a questi “missionari urbani” che affrontano un duro quotidiano confronto con la realtà dei poveri, c’è ancora una barlume di luce per gli emarginati. Da lontano non si possono apprezzare queste situazioni: bisognerebbe andare solo per un giorno in via Quarti e sedersi ad osservare i volti di coloro che vengono a cercare un aiuto, non per capire quanta fortuna e benessere abbiamo avuto (e sarebbe troppo comodo adagiarsi in questo bel sentire!), ma per vedere in faccia la disperazione di chi non ha nulla, lo schifo ed il vuoto che circondano spesso le nostre giornate.

Darei a tutti, in particolare ai giovani, l’obbligo di soggiorno in una struttura di accoglienza perché, al di là di tutte le stupide considerazioni salottiere, possa finalmente arrivare, nelle loro menti e nei loro cuori, la comprensione della ingiustizia e della violenza di questa società; di come, altresì, non ha alcun futuro un sistema che vivacchia del piccolo ormai logoro orticello personale.

Le parole di don Geremia per gli auguri natalizi sono estremamente significative:”Se il presepe è la rappresentazione della nascita di Gesù, il povero è la ‘ripresentazione’ reale ed attuale della sua presenza nel mondo. L’attesa del Natale sia dunque inquieta! Il nostro cuore batta forte per desiderare ardentemente la serenità di chi soffre, si sforzi di pensare piccole e grandi azioni per il bene dei poveri e degli ultimi. Auguro che in questo periodo di Natale, oltre a visitare i presepi nelle piazze e nelle chiese delle nostre città, possiamo recarci laddove Cristo nasce ed è presente davvero: nella carne dei poveri. Buon Natale.”

E buon Natale anche a te, Geremia.

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