Ero fermo al binario numero 2 della stazione ferroviaria di Barletta. Ero stato qualche giorno ad Andria e aspettavo il treno di ritorno a Pescara, il Lecce-Torino del primo pomeriggio. Mi guardavo in giro per capire se ci fosse un viaggiatore abituale per quel treno. Mi aveva colpito una bimbetta di sei-sette anni, allegra e vivace, che la nonna non riusciva ad arginare. La ragazzetta saliva sulla panchina e riscendeva con un salto, si avvicinava e si allontavana dalla linea gialla, poneva alla nonna domande che non sempre avevano risposta.

Mi ero seduto su una panchina per meglio osservare la scena. Lei, la bambina, si era sentita osservata e forse anche protetta, e si era avvicinata per porre a me le domande che le frullavano nel cervello. Perché non si devono attraversare i binari? Perché c’è la striscia gialla? Perché quei ragazzi li avevano attraversati, i binari?

Io avevo cercato di rispondere con l’imbarazzo che provano gli adulti davanti all’innocenza, all’ingenuità.
La bimba, come se non aspettase che il momento opportuno, aveva di colpo deviato il nostro gioco fra sconosciuti, per dirmi che era lì per andare a trovare il suo papà. Dove? A Torino. La mamma aveva aggiunto una giornata al ponte festivo, lei aveva saltato la scuola, sognava ad occhi aperti il suo papà e Torino.

La nonna, a quel punto, ci teneva a darmi delle spiegazioni, come a giustificare la gioia infantile di Claudia (la chiameremo così). Dunque, il papà di Claudia era un operaio della Fiat di Melfi in mobilità. L’azienda gli aveva offerto di lavorare tre-quattro giorni la settimana a Torino, prendere o lasciare. Pendolare fra Melfi e Barletta non è la stessa cosa che pendolare fra Barletta e Torino, ma il papà non aveva altro da fare che accettare. Aveva accettato, senza piangersi addosso. Il lavoro è il lavoro.
Poco prima della partenza del treno, era arrivata anche la mamma di Claudia, carica di bagagli e di generi di conforto. La famiglia si metteva in viaggio per il ponte da passare a Torino, città nobile ma grigia quant’altre mai.

Ero salito con loro, posto assegnato nella stessa carrozza. Avevo chiesto a un passeggero di cambiare il suo posto con il mio, in modo che io potessi continuare a curiosare nella storia di Claudia. Origliavo senza pudore. Una volta al mese. la famiglia di Barletta saliva sul treno per andare due-tre giorni dal papà, che abitava un minuscolo appartamento. Due-tre giorni di felicità, per la mamma, per la nonna, per la ragazzina. Poi sarebbero passati altri quindici giorni, e il papà sarebbe andato due-tre giorni a Barletta, ancora per qualche giorno di felicità.

Ho ripensato a Claudia e al suo papà in questi giorni di polemiche per i trasferimenti dei maestri assunti a tempo indeterminato. I giornali che parlano di “deportati” sono davvero fuori dal mondo. Capisco il disagio. Sarebbe stupido e crudele sottovalutare la sofferenza di chi deve cambiare vita, allontanarsi dalla sua terra, mettere in gioco l’organizzazione della famiglia. Ma un paese è anche bisogno collettivo, scelte per il futuro. Meglio precari a casa che stabilizzati lontani da casa? Perché questa è stata l’alternativa fino ad oggi. Ma non è colpa di nessuno se la domanda di insegnanti viene dal Nord e l’offerta viene dal Sud. Vogliamo “deportare” gli alunni al Sud? E poi dov’è la novità? Il flusso è sempre stato questo, con l’aggravante che prima partivano i precari armati di fame e di speranza.

Non voglio andare ai tempi dei nostri nonni, quando emigrare alla ricerca di un pezzo di pane era la regola. La nevicata della primavera del 1956 costrinse migliaia di andriesi a lasciare la loro casa, per andare a Roma in cerca di fortuna, magari un posto da portinaio o di spazzino. Dice: fu la nevicata, non il governo. Vero, ma il risultato non cambiò di molto per loro.

Forse chi oggi protesta, talvolta per abitudine, dovrebbe pensare a Claudia e a suo padre. Operaio in mobilità che prende il suo fagotto e va dove lo chiama il dovere. Senza neanche la certezza di ritrovare il suo lavoro nella pienezza dei diritti. Mi sembra più “deportato” lui. O no?

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Antonio Del Giudice
Pugliese errante, un po’ come Ulisse, Antonio del Giudice è nato ad Andria nel 1949. Ha oltre quattro decenni di giornalismo alle spalle e ha trascorso la sua vita tra Bari, Roma, Milano, Palermo, Mantova e Pescara, dove abita. Cominciando come collaboratore del Corriere dello Sport, ha lavorato a La Gazzetta del Mezzogiorno, Paese sera, La Repubblica, L’Ora, L’Unità, La Gazzetta di Mantova, Il Centro d’Abruzzo, La Domenica d’Abruzzo, ricoprendo tutti i ruoli, da cronista a direttore. Collabora con Blizquotidiano.  Dopo un libro-intervista ad Alex Zanotelli (1987), nel 2009 aveva pubblicato La Pasqua bassa (Edizioni San Paolo), un romanzo che racconta la nostra terra e la vita grama dei contadini nel secondo dopoguerra. L'ultimo suo romanzo, Buonasera, dottor Nisticò (ed. Noubs, pag.136, euro 12,00) è in libreria dal novembre 2014. A settembre scorso è stato pubblicato "La bambina russa ed altri racconti" (Solfanelli Tabula fati). Un libro di racconti in due parti. Sguardi di donna: sedici donne per sedici storie di vita. Povericristi: storie di strada raccolte negli angoli bui de nostri giorni.

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