1992.
Era una sera come tutte le altre nella stazione di Bucarest, buia, fredda, tutt’attorno un’atmosfera sinistra, quando a Miloud Oukili, dopo un interminabile viaggio in treno da Parigi, accadde qualcosa che cambiò inevitabilmente la vita. Clown di strada di origine franco-algerina, si stava recando in Romania come volontario per “Handicap International”, un’associazione che lavorava sul territorio lottando per affrontare quotidianamente terribili situazioni umanitarie.

Un incontro, lì nella stazione, poche battute lo sconvolsero irrimediabilmente: una ragazza, giovanissima, forse fra gli undici e i tredici anni, con un piccolo sacchetto di colla da sniffare fra le mani, gli si avvicinò chiedendogli poche monete in cambio di prestazioni sessuali. Egli rimase freddato, turbato da quella terribile richiesta.

Ebbene, di ragazzini come lei la Romania – tanto quella dei primi anni Novanta che quella di oggi – ne è purtroppo piena. Vengono chiamati boskettari, si tratta di piccoli fanciulli, tra i quattro e i sedici anni che, in fuga da orfanotrofi o da terribili situazioni familiari, vivono nella povertà più crudele e indicibile. Essi – spesso manipolati da adulti che speculano sulle loro misere esistenze – per vivere scelgono di intraprendere strade come la prostituzione, il furto e l’illegalità. Non hanno casa né famiglia e per ripararsi dalle gelo delle notti rumene vivono ammucchiati nelle fogne e nei sotterranei della città, dove il grado di igiene è decisamente sotto lo zero e il livello di dignità umana forse è ancora più basso. Sniffano in continuazione vernice o colla, altamente tossiche; le ragazze, invece, sono spesso obbligate ad abortire, a causa dei numerosi rapporti concessi a pagamento non protetti.

Di fronte a quella ragazzina Miloud capì che doveva fare qualcosa, che doveva in qualche modo intervenire. Scelse di seguirla nelle fogne, la sua casa e quella di tanti altri come lei, per trascorrere una notte con quei relitti umani e provare ad essere come loro, a vivere, almeno per una notte come loro.
Pian piano, passo dopo passo, con il suo nasone rosso da clown e le sue palline da giocoliere esperto, Miloud riuscì a conquistarli. Non fu facile entrare nel cuore di quei ragazzi, diffidenti anche di una persona che li guardava sorridendo. Per quei poveri Cristi, abituati ai ceffoni della vita di ogni giorno, fu spiazzante quella pallina rossa di plastica sul naso di quell’uomo, l’assurdità dei suoi gesti e delle sue parole, la meraviglia dei suoi numeri di clownerie.

Oukili insegnò loro il rispetto. Non solo quello reciproco, ma anche e soprattutto a quello verso se stessi, aiutandoli e stimolandoli a guardarsi come degli esseri umani e non come miserabili accattoni. Giocò con loro fingendo di stare in una grande casa immaginaria e, con i sui modi giocherelloni di fare, spiegò loro come ci si comporta a tavola, in bagno, sotto la doccia. Al posto di comprare egli stesso da mangiare per tutti, scelse di affidare a ciascuno qualche moneta, affinché entrassero da soli nel negozio e si comprassero autonomamente il cibo. In seguito li aiutò a liberarsi dalla colla. Riuscì ad entrare nel loro cuore, diventando per loro quello che nessuno mai lo era stato: un amico.

Le difficoltà per Miloud non furono poche. Dovette far fronte alle minacce e alle false accuse di pedofilia da parte di quegli uomini che, avendo sempre speculato su di loro, non vollero che ai piccoli fosse insegnato il significato delle parole ‘libertà’ e ‘rispetto’.

Fu proprio in quel momento che nacque “Parada”. A poco a poco quello che sembrava un progetto quasi utopico per togliere i bimbi dalla strada e dalla fogna diventò sempre più reale e concreto: Oukilì decise di avviarli all’arte circense, istruendoli, ad esempio, a usare il monociclo, le clave da giocolieri e a realizzare la piramide umana.

Nella notte di Natale del 1992, nella piazza di fronte all’Università di Bucarest, lo spettacolo di “Parada” andò per la prima volta in scena, riscuotendo un enorme successo che portò il gruppo a esibirsi in tutta Europa. Nel 1996 nacque ufficialmente la “Fundatia Parada”, che ha da allora realizzato molti progetti per togliere bambini dalle strade ed educarli, sia fornendo loro l’istruzione elementare sia offrendo tutte le opportunità per esprimere le proprie doti artistiche. Attualmente con la fondazione collaborano tantissimi operatori, in diverse zone del continente – in particolar modo, Francia e Italia -, fra cui alcuni ragazzi che da essa sono stati un giorno accolti. “Parada” col passare degli anni è sempre più grande, grazie, oltre che all’assiduo impegno degli operatori, anche ai contributi e ai fondi donateli dall’Unione Europea.

È forte il messaggio che Miloud Oukilì con la sua storia ci ha lasciato: ogni vita ha un valore talmente inestimabile da superare i limiti dell’opportunismo, dello sfruttamento, dell’indifferenza, dell’adeguamento passivo alla situazione di divario fra fortunati e miserabili che la logica del mondo vuole far passare come normale.

Non solo, ma se si offre a qualcuno la possibilità di esprimere se stesso e le proprie doti, se gli viene data fiducia, i frutti della fatica e del lavoro, oltre ad essere meravigliosi, portano gioia e gratificazione personale. L’uomo acquista consapevolezza di sé, scopre la propria identità.

Miloud ancora oggi insegna ad essere partecipi della sorte dell’altro. A non rimanere chiusi nel nostro piccolo mondo fatato, dove l’altro che sta male fa pena, causa dispiacere e poi basta. Già Seneca, nel I sec. d.C., riflettendo sul valore della solidarietà, aveva fatto sua un’affermazione del commediografo latino Terenzio, che recita: “Sono un uomo e niente di ciò che è umano lo giudico a me estraneo”. Al di là di qualsiasi orientamento politico, ideologico o religioso.

Quella di “Parada” è indiscutibilmente una storia straordinaria, testimonianza della possibilità di cambiare il mondo a partire anche da realtà piccole come una ventina di poveri bambini rumeni, per arrivare gradualmente a costruire qualcosa di grande. Anche noi, se ci guardassimo attentamente attorno, nel nostro piccolo potremmo fare qualcosa per rendere questo pianeta un posto migliore.

CONDIVIDI
Articolo precedenteSilenzio e parola
Articolo successivoGiasone: ma soprattutto Medea!
Antonio Granata
Solo una cosa mi descrive perfettamente: un irrefrenabile istinto verso la scoperta e la conoscenza di me stesso, nelle situazioni e nei contesti. Le mie radici traggono quotidianamente nutrimento da Cristo, dalla musica e dal cielo, in qualunque sfumatura questo decida ogni giorno di mostrarsi a me. Un po’ come il Piccolo Principe di De Saint-Exupery, peregrino di pianeta in pianeta, scoprendo, vivendo, osservando, arricchendomi e mettendomi sempre in discussione. Il mio cuore, però, appartiene solo alla mia rosa. Ricerco e ascolto. Dove andrò? Non lo so…

LASCIA UNA RISPOSTA