La papirologia, scienza che studia gli antichi papiri, si occupa di questioni quali la loro decifrazione e datazione, è una disciplina in continua evoluzione. Nel corso del XIX e del XX secolo sono state fatte in questi campi scoperte molto importanti per quanto riguarda lo studio delle Sacre Scritture e dei classici della letteratura greca e latina.

I reperti scritti più antichi del Nuovo Testamento che oggi sono noti partono tutti dal II secolo in avanti. La peculiarità di questi papiri è che sono stati ritrovati tutti in Palestina o in Egitto, luoghi caratterizzati da un clima molto secco, ideale per la conservazione dei papiri anche dopo duemila anni.

Questi antichi frammenti sono tutti scritti in greco, la lingua “ufficiale” del Nuovo Testamento. Un’altra caratteristica peculiare è che tutti i frammenti più antichi del Nuovo Testamento che oggi si conoscono sono scritti su codice. Il codice è un formato editoriale che ha sostituito il rotolo in modo massiccio soltanto a partire dalla fine del III secolo d.C. in poi. Soltanto da questo periodo in poi tutte le opere letterarie “classiche” sono state copiate su codice, prima abbiamo un numero relativamente basso di frammenti di codice, i più antichi sono della fine del I secolo d.C. o al più del II secolo d.C. Nel caso dei testi cristiani assistiamo, invece, curiosamente a un fenomeno opposto: si tratta di documenti antecedenti di 100-150 anni il periodo di diffusione massiccia del codice.

Kotsifou, un papirologo tedesco, dimostra che i libri cristiani erano usati e copiati sia per l’uso personale sia per l’utilizzo nelle comunità monastiche, ma anche per le persone che li commissionavano al di fuori dei monasteri. Essi venivano copiati per esercizio letterario, ma anche soprattutto spirituale.

Molto interessante sono le figure delle calligrafiche, donne che assumevano il compito di copiste, nelle biblioteche e nei centri di diffusione cristiani. Una delle figure più importanti è stata quella di Melania, una calligrafa a servizio della grande biblioteca di Origene, uno dei padri della Chiesa, famoso per i suoi studi esegetici, la quale ricopiava e leggeva le Sacre Scritture tre volte l’anno.

Le finalità stesse e la rapidità della loro diffusione e circolazione fra le diverse comunità cristiane si conciliano bene con un supporto da tempo presente nell’orizzonte librario romano, ma che solo i cristiani seppero individuare come adatto particolarmente alle loro esigenze, tanto da renderne quasi naturale la promozione a modello pressoché unico di libro.

Si tratta di linee di tendenza e di orientamenti di carattere generale, giacché nella produzione libraria cristiana dei primi secoli non mancano certo i rotoli di papiro, rappresentati in percentuali superiori a quelle del codice di pergamena. Troviamo specialmente su papiro scritti patristici, omiletici e agiografici, raccolte di salmi, inni, preghiere, ricette di vario genere insieme all’affermarsi di pochi e selezionati e ben definiti modelli grafici, le cosiddette scritture canonizzate, che sostituiscono ai livelli più alti della produzione libraria la grande varietà di stili grafici da secoli precedenti.

È proprio in relazione alla dicotomia tra papiro/pergamena che sono mancati studi intesi a valutare il fenomeno e tentarne la giusta collocazione nella complessità degli scenari storico-culturali. È un dato indubbiamente positivo che questi materiali ci restituiscano parti seppur residue della produzione grafico libraria tardo-antica e protobizantina che non filtrano dai meccanismi ulteriori di selezione e di conservazione bibliotecaria. Però dobbiamo affermare che siamo ancora lontani dalla magnificenza e dalla sontuosità di certi codici biblici dell’avanzato IV secolo, sebbene non si possa negare che il libro cristiano abbia ormai trovato una sua dimensione strutturale e formale perfettamente funzionale all’uso che se ne intendeva fare: maneggevolezza del formato, nitidezza e leggibilità delle forme grafiche, sobrietà dell’impianto bibliologico, sono tutti elementi che parlano in favore di uso pratico, quotidiano e individuale o collettivo del libro e anche di una sua diffusa circolazione.

Il codice sia esso di papiro o di pergamena è adatto a favorire aggregazioni testuali, la cui logica può essere di volta in volta diversa, o meglio, non più opere dello stesso autore seleziona in base a criteri che potremmo definire tematici, ovvero opere di autori diversi, ma accumunate da più o marcate analogie di contenuto, bensì anche testi apparentemente disomogenei, la cui aggregazione può dipendere da fattori non sempre facilmente individuabili e talora tanto sfuggenti da sembrare frutto di giustapposizioni meramente casuali.

Nei contributi che seguiranno, si offriranno considerazioni sui frammenti greci del Vangelo di Giovanni sia dal punto di vista filologico che paleografico.

 

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Giuseppe Volpe
Giuseppe Volpe è nato nel 19/04/1986 ad Andria. Ha conseguito nel 2010 la laurea triennale in Lettere classiche con una tesi in Didattica del greco sugli epigrammi erotici di Paolo Silenziario, poeta bizantino, conseguendo nel 2013 la laurea magistrale in “Filologia, letterature e storia dell’antichità” con una tesi in Paleografia greca. Pubblica nel 2006 la sua prima raccolta di poesie, “La natura dei simboli”, e nel 2008 la seconda raccolta poetica, “Il fuoco”, e poi nel 2013 la terza, “Piccolo Canzoniere, poema d’amore tra l’anima e Dio”. Ha partecipato a vari concorsi letterari ottenendo ottimi risultati, collaborando anche con artisti locali per la produzione di spettacoli teatrali.

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