«Sono la classica vittima di vecchi retaggi culturali della società palestinese. Un figlio disabile è in tutto e per tutto uno scandalo. Lo è per diverse ragioni. Può essere considerata una punizione divina per una colpa pregressa della famiglia, o più semplicemente perché un disabile nella mia terra è solo un peso di cui farsi carico. Lo “Stato” non aiuta in alcun modo, né dal punto di vista economico, né sanitario, i disabili. I parenti allora hanno paura di doverti mantenere a vita, fratelli e cugini poi temono di non riuscirsi a sposare poiché la gente li eviterà essendoci io come consanguineo, terrorizzati all’idea di avere figli disabili a loro volta. È così che i primi 11 anni della mia vita li ho passati chiuso nella mia stanza in una casa nel campo profughi del Deisheh, a Betlemme, tenuto nascosto a vicini e parenti».

A parlare è Hamdan Jewei, palestinese di 32 anni, nato con gravi malformazioni agli arti inferiori e divenuto uno dei più convinti e combattivi attivisti per i diritti dei disabili nella sua terra. Hamdan cammina a fatica, con le stampelle, gli viene presto l’affanno, la sera è pieno di dolori, ma da quando è uscito dalla sua stanza non si è più fermato. «In Palestina i disabili sono il 7%, secondo stime al ribasso», mi spiega. «Il 70% di questi ha malattie congenite, mentre il 30% è disabile a seguito di violenze o scontri armati. Le leggi a nostra tutela in realtà ci sono, ce n’è una del 1999 e una convenzione Onu sottoscritta dall’Autorità Palestinese nell’aprile 2014, ma è difficile, per un motivo o per l’altro, farle rispettare. Tutto è difficile per un motivo o per l’altro quando si è sotto occupazione militare. Circa il 50% dei palestinesi disabili non sa né leggere né scrivere: le scuole non sono attrezzate per accoglierci e manca personale competente. Spesso si fanno classi solo di disabili, cosa che rende tutto più difficile».

«Tu come hai imparato a leggere e scrivere?»

«Ho preso ad andare a scuola solo dopo gli 11 anni, quando è finita la mia segregazione. Per fortuna sono abbastanza sveglio e riuscii a recuperare in fretta quello che mi ero perso. Anche perché, nel limite delle mie possibilità, avevo provato a imparare da solo, senza che i miei lo sapessero. Poi le lingue straniere le ho imparate dopo, grazie ai miei soggiorni all’estero, grazie alle infermiere e ai volontari che ho incontrato. Oltre all’arabo parlo inglese e italiano».

Copia di vittorio hamdanHamdan in compagnia di Vittorio Arrigoni

La notte di Natale tutti gli abitanti di Betlemme e dintorni, cristiani e musulmani, si radunano nella piazza antistante la Basilica della natività. I cristiani per prendere parte alla funzione più importante dell’anno, i musulmani per curiosità e per passare una serata diversa. L’appuntamento è talmente carico di significato che di solito si svolge alla presenza del presidente palestinese: negli anni passati Arafat, oggi Abu Mazen. Come se la storia della sua vita non fosse già abbastanza fiabesca, in una notte del genere, quella del 2007, Hamdan fa l’incontro che gli cambia la vita.

«Quella notte incontrai il dottor David Leighton, inglese, poi diventato mio amico. Ascoltò la mia storia e si prese la responsabilità di portarmi in Europa per curarmi. Andammo prima in Germania alla ricerca di terapie per me, ma non fummo fortunati. Poi un altro amico, Filippo Lamancusa, ci disse di raggiungerlo in Italia. Andammo a Bologna, ma niente. Infine a Roma dove incontrammo il dottor Faissal Al Hayek, italo-siriano, che mi fece curare nell’ospedale dove lavorava. Sono rimasto a Roma tanto tempo, mesi e mesi, ospite di Filippo, Enrica, Maria e molti altri amici italiani verso cui non sarò mai abbastanza grato».

Oggi Hamdan è tornato a vivere in Palestina e con la sua famiglia ha un rapporto bellissimo. Io non resisto a chiedergli come ha fatto a perdonarli: «Alla fine siamo esseri umani e la mia famiglia era semplicemente vittima dei pregiudizi della società nella quale era cresciuta e viveva. Mi sono detto che non era colpa loro se mi avevano trattato così e ho lavorato per eliminare dal più profondo del mio cuore qualsiasi forma di risentimento. Anche perché da quando sono libero, ho girato il mondo, ho una vita mia, il loro atteggiamento nei miei confronti è cambiato completamente».

Quella di migliorare le condizioni di vita dei disabili nel suo Paese è diventata per Hamdan una missione. Nel corso degli anni ha lavorato per diverse organizzazioni, nei più svariati contesti, tentando qualunque via. Tutt’oggi è parte di una grossa campagna di supporto ai palestinesi con problemi fisici e mentali, nonché sostenitore di progetti di solidarietà. Quello che tuttavia stupisce più di tutto è sentire del suo attuale lavoro. Si potrebbe fare il gioco del “colmo”. Qual è il colmo per uno che ha difficoltà a camminare? Fare la guida turistica.

Copia di hamdanHamdan al lavoro

Hamdan oggi è una guida turistica, ennesimo miracolo della sua forza di volontà. Non una guida turistica ordinaria, bensì “an alternative tour guide”, come si definisce lui stesso: «Accompagno gente da tutto il mondo in visite ai campi profughi e ai luoghi più rappresentativi del conflitto israelo-palestinese. Mostro loro la vera vita dei palestinesi sotto occupazione, parlo loro della nostra cultura, del nostro cibo, della nostra lingua e, per forza di cose, di tutto il mondo della gente disabile». Chi volesse può contattarlo tramite la sua pagina facebook “Hamdan’s Alternative Tours”.

Copia di hamdan bimboHamdan e la sua stampella…

È per via di questo suo lavoro, infine, che Hamdan ha avviato il suo crowdfunding: «Quando faccio le uscite resto in giro tutto il giorno, sforzandomi molto per stare al passo con i gruppi che sono con me. Vista la mia situazione motoria non dovrei farlo, ma non posso permettermi di smettere. La sera spesso sono tutto indolenzito e affaticato, per questo ho pensato che uno scooter elettrico mi aiuterebbe molto da questo punto di vista: potrei condurre i gruppi a passo d’uomo, senza stancarmi. Costa 4000 mila euro e io ovviamente non ce li ho, così ho pensato di ricorrere al crowdfunding di modo che chiunque, con una donazione libera, può aiutarmi a migliorare la mia vita. Ringrazio già da ora, e infinitamente, chi vorrà contribuire».

E noi di Odysseo volentieri facciamo nostro l’appello di Hamdan.  

Per contribuire serve la carta di credito o un conto PayPal, ecco come fare:

  • cliccare su questo link https://www.produzionidalbasso.com/project/uno-scooter-per-lavorare/
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