Una torrida mattinata di mezza estate. Il sole brilla alto nel cielo. Niente nuvole all’orizzonte, solo un’infinita distesa di blu, un blu intenso che a furia di guardarlo si finisce per perdersi dentro.

La dolce melodia che suonano le onde del mare nei desolati pomeriggi invernali è stata sostituita da una sinfonia nuova: “La-la-la, i dare yoùùù…”, canta Shakira; “Francesco, vieni qui!”, “Davide, non entrare in acqua: è fredda!”, “Elisa, esci subito, ti ho detto!!!”.

Piccole, tenere canaglie alle prese con il mare, bianche mummie imbalsamate di crema, deliziosi nei loro costumini colorati , sfidano quel immenso mostro d’acqua con i loro braccioli di gomma!

Giovani galletti che scorrazzano qua e là, in cerca di qualche pollastrella.

Ultrasettantenni rimbambite che, allo scoccare delle 12, si precipitano in acqua per la sessione giornaliera di yoga, fanghi fai da te, acquagym e balli di gruppo stile limbo e ola ola!

“Occhiali, braccialetti, orecchini. Bella, vuoi comprare?”

Nome: venditore ambulante, per i più colti. Vucumprà, u marukkéin (il marocchino), per il popolo.

Nazionalità: U Maròk. Per “l’italiano medio”, il Marocco è la patria dei vucumprà rompiscatole, è il calderone dove ficcarci tutti gli extracomunitari di colore. Non importa se sei indiano, egiziano, pakistano, senegalese, thailandese, rom: per l’italiano medio, sarai solo e soltanto “u marukkéin”. Ottima come idea, un solo termine, tante etnie diverse! Gente, questo si che è risparmio! Una vera e propria economia della parola!

Segni particolari: uomini-bancarella, formiche colorate, si aggirano lente tra i nostri ombrelloni, con il loro enorme chicco di grano dietro le spalle!

“Occhiali, braccialetti, orecchini. Bella, vuoi comprare?” Un “no grazie “ conciso, freddo, distante, secco!

Calore: un fascio di piacere proiettato sul mio corpo, sulla pelle dorata lucente, pelle gusto cocco, sale, alghe, mare, estate, libertà! Sdraiata sul lettino, stringo tra le mani l’ultimo acquisto! Un mattone di carta pesante mille pagine! Continuo immersa nella mia lettura, con gli occhi che rincorrono le lettere nere, le labbra che sussurrano i nomi, i personaggi , i luoghi!

In una manciata di secondi una combriccola di piccole pesti, inseguite dai loro genitori, accorre nei paraggi del mio ombrellone! “Mamma, ti prego, mi compri questo?!” – “Scusa, ragazzo, quanto costa? Ehi, tipo! Sto parlando proprio a te!”

È inutile, ci rinuncio! Decido di abbandonare il mio Murakami! Chiudo il libro con un colpo netto! Lo ripongo nella borsa mare e inizio ad osservare…

Taresh è un giovane venditore ambulante! Avrà all’incirca 22-23 anni!! Occhi grandi e intensi, neri come la pece, belli e profondi. Ciglia lunghe e sopracciglia folte costituiscono la cornice perfetta per quei due dischetti di carbone. Labbra carnose, denti perfetti, bianchi come mandorle acerbe! Il suo volto mi ricorda tanto quello degli affascinanti attori indiani stile Bollywood. Lui, però, non porta il turbante bianco come loro, la piccola formica colorata ha sul capo una pila di cappelli da donna color pastello, incastrati l’uno sull’altro per non cadere. Del tilak nemmeno l’ombra, il suo puntino rosso è la gocciolina di sudore, il rigagnolo che gli solca la fronte, quello che gli ricorda quant’è amara la vita. Il suo corpo non è avvolto da abiti sgargianti e colorati, le sue mani non sono colme di fiori esotici, dal profumo intenso e pungente.

Taresh indossa un paio di jeans scoloriti dal tempo, una maglietta di cotone bianco con qualche macchiolina sparsa qua e là. Un paio di infradito ai piedi dello stesso colore. Le sue braccia sono cariche di occhiali, braccialetti, collane, orecchini, una fiera di cianfrusaglie che percorre in lungo e in largo in lungo la spiaggia.

Taresh,”inzuppato” di sabbia, sudore, sale, infelicità, stanchezza si ferma. In un batter d’occhio, monta su il suo piccolo negozietto mobile, espone la sua merce, ci invita ad acquistarla.

Una ragazzina si avvicina incuriosita, vuole una cavigliera colorata: “Scusa, amico, quanto costano le cavigliere?” – “ 1 euro per la cavaliera, 1 euro per la cavalleria”. Una risata fragorosa e improvvisa pone fine a quel vociare confuso: “Ué, marukkéin! Si dice cavigliera e non cavalleria!”, urla un ragazzetto lì vicino. “Me lo dai a cinquanta centesimi?!” – “ No, cinquanta solo porta fortuna, vuoi portafortuna?” – “ Senti, marukkéin, se il tuo porta fortuna non mi porta fortuna, allora io ti spacco la testa!” – continua un altro dodicenne. “Stai attento che ti rubo la merce, se non mi dai il braccialetto a cinquanta”.

Ridono a crepapelle, loro, ridono di un giovane ragazzo che chiama cavalleria e non cavigliera un pezzo di stoffa colorato da legare al piede, ridono perché le loro vite non conoscono il bisogno, quello vero che si impossessa del tuo volto senza preavvisi e come un artista maldestro lo modifica brutalmente, ridono perché forse non sanno che per Taresh quell’ euro, quella monetina di zecca, non sono la cavigliera il bracciale, l’orecchino; quei pochi spiccioli che giacciono nel fondo del suo marsupio sono tutto ciò che questo ragazzo ha! Non immaginano forse che anche Taresh un tempo era un ragazzino spensierato che correva a piedi nudi per le strade con il cielo blu che gli sfrecciava sopra il capo e la terra bruna e arida sotto che faceva a gara con lui. Nella sua magica India, calda, colorata, con il profumo delle spezie, dei fiori, del naan appena sfornato dal tandoor, tra le stradine affollate piene zeppe di uomini dai grandi turbanti seguiti da vacche bianche e scarne, tra le donne dagli abiti sgargianti con grandi ceste tra le braccia, correva quel bambino, correva felice, con il vento che gli accarezzava dolcemente il volto, correva verso una nuova vita, verso un destino che non ammette nessun “vissero tutti felici e contenti!”

E lo immagino mentre avrò ascoltato la parola “Italia” per la prima volta, quando avrà deciso di abbandonare il suo mondo per trasferirsi in un pezzo di globo lontano dal suo, quando avrà stretto tra le braccia sua madre, i suoi fratelli, le sue sorelle, vicino al cuore per l’ultima volta; quando in silenzio, nella notte più buia e più profonda, avrà alzato gli occhi ad un cielo trapunto di stelle e avrà pianto con la luce pallida della luna riflessa nelle pupille, quando all’alba di un giorno nuovo avrà volto lo sguardo alla sua amata India per l’ultima volta, avrà respirato quell’aria carica di magia, di odori , avrà udito suoni e parole a lui famigliari.

Si sarà allontanato sempre più e il mondo nel quale egli aveva sempre vissuto in una manciata di minuti avrà lasciato il posto al profilo delle montagne, linee verdi e irregolari , inghiottite da un cielo blu intenso, tanto che a furia di guardarlo ci si perde dentro come in quello di oggi, in questa torrida mattinata di mezza estate, in questo mondo che non combacia con i suoi sogni, in questo istante nel quale la dignità di un giovane ragazzo viene a dissolversi completamente, come una goccia d’inchiostro in un bicchier d’acqua.

Una vita carica di emozioni, sentimenti, vittorie, sconfitte annullate da un’etichetta: vucumprà!

Un “Ciao, amico!” mi riporta alla realtà…

Taresh riparte. Lo attendono ancora tanti chilometri di costa…

“Occhiali, braccialetti, orecchini. Bella, vuoi comprare?”

Enza Keci


[Foto: Filippo Galentino]

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Enza Keci
Studentessa presso un liceo scientifico. A dire il vero, ai numeri preferisco di gran lunga le lettere e le parole! Amo sognare. Amo viaggiare. Mi indigno davanti all’umanità ferità. Gioisco dei sentimenti condivisi. Qualcuno dice che dovrei volermi più bene. Forse ha ragione...

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