Nostalgia e determinazione. Due qualità necessarie in qualsiasi professione, due valori che Nunzia Zagaria ha dovuto far propri per sfuggire alla condizione di emigrata.

Infermiera di prim’ordine, Nunzia, nel mezzo del cammin della sua vita, ha preso coscienza dei suoi trentatré anni e ha intrapreso il percorso inverso. Pardon, non si svela l’età di una donna, ma la citazione dantesca serve a definire il ritorno alle origini di una lavoratrice che, paradossalmente, ha ritrovato nella base infernale, da cui è partita, paradisiache distese di radici mai estirpate. A proposito di 1 maggio…

Ciao, Nunzia. Sei una delle pochissime professioniste ad aver fatto la scelta desueta di lasciare la metropoli milanese per tornare qui al Sud. Cosa ti spinse, allora, a partire e cosa, oggi, a tornare?

Sono partita nel 2008 dopo la mia prima laurea magistrale in biologia perché all’epoca la mia voglia di lavorare fuori per avere soddisfazioni era tanta e, dopo aver vinto un concorso di dottorato, iniziai a lavorare come ricercatrice all’università di Milano. Dopo un anno mi resi conto che guadagnavo 1000 euro al mese e che nessuno ti riconosceva nulla, solo sacrifici da parte mia, e presi la decisione di dimettermi e iniziare un percorso nelle aziende farmaceutiche. Trovato lavoro, dopo 2 anni e più decisi di iscrivermi a Infermieristica, a 29 anni, spinta da un’inspiegabile voglia di svolgere questa professione. Ho fatto il corso di laurea durato 3 anni sempre a Milano e dopo la laurea ho iniziato a lavorare subito come infermiera nei migliori, se cosi vogliamo definirli, ospedali di Milano con tutti i diritti che un lavoratore dovrebbe avere (parlo di contratto e stipendio). Purtroppo col passare degli anni, 33 l’anno scorso, mi sono resa conto che ero infelice nonostante le soddisfazioni lavorative perché mi mancava la mia Puglia, il mare, la gente, il dialetto, le tradizioni e soprattutto la mia famiglia. Immaginavo che i miei genitori invecchiando avrebbero avuto bisogno di me e io da lontano mi sarei trovata a non poter soddisfare i loro bisogni e poi pensavo che mai avrei fatto crescere i miei figli a Milano. Quindi ad agosto ho dato le dimissioni e sono tornata in Puglia, pur non avendo lavoro. Per fortuna oggi riesco comunque a lavorare come libera professionista, vita dura, visto l’ambiente ostile, ma la mia tenacia e il mio coraggio mi permettono di andare avanti. 

Infermiera, un lavoro che, se interpretato come missione, richiede uno sforzo empatico nei confronti dei pazienti. Credi che lo stereotipo secondo cui il calore pugliese contribuisca a stringere legami umani, rappresenti solo un cliché o esiste davvero un solco emozionale rispetto al Settentrione?

Non è uno stereotipo, in effetti entrare nelle case dei pugliesi è diverso, un calore che crea rapporti umani molto più forti. Quando entravo a Milano nelle case delle persone meridionali mi sentivo a casa, mi è capitato anche che alcune famiglie non volessero infermieri meridionali, pur competenti (ride). Ovviamente non generalizzo perché mi sono capitate anche famiglie settentrionali che mi hanno accolta con affetto. 

Casa è, spesso, sinonimo di certezza. Alla luce delle difficoltà burocratiche e occupazionali che hai incontrato, una volta rientrata, ti sei pentita della scelta, considerandola, persino, un passo indietro?

Mai pentita della mia scelta anzi, nonostante la mia terra mi renda il lavoro molto complicato, non ho mai pensato di tornare indietro. A volte le difficoltà mi rendono ancora più testarda e combattiva. 

I vari decreti legislativi hanno, sicuramente, accentuato la “questione meridionale”. A quali miglioramenti regolamentari può ambire la nostra Città o, in senso più ampio, la nostra Regione, e quali insegnamenti può, invece, offrire, ad esempio, alla più schematica ed emancipata Lombardia? 

Tra Puglia e Lombardia c’è un abisso. A Milano chiunque ha diritto alle cure domiciliari anche per cose banali che si potrebbero gestire in autonomia, qui anche il più povero e malato grave non ha diritto a nulla, praticamente se non hai i soldi per pagarti l’infermiere privato molto probabilmente morirai. Mi chiedo perché esista questo divario, la faccenda mi ha sconvolto. 

Il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, sostiene che il nostro sistema sanitario non abbia troppe pecche. Se avessi potere decisionale, cosa cambieresti lungo le corsie degli ospedali italiani? 

Prima di tutto porterei la Lorenzin a lavorare con me una settimana. Purtroppo le pecche sono immani, sia nelle corsie che sul territorio. Basterebbe poco per risolvere le cose in maniera più semplice e senza grande dispendio economico, serve solo più competenza ai vertici. Il problema è che non si risolvono per ovvi motivi personali dei politici. 

Progetti futuri?

Il mio progetto è lavorare sempre e comunque per il bene del paziente impegnandomi sul territorio, e non nelle corsie degli ospedali, come Infermiera di Famiglia, una specializzazione frequente al Nord, ma, ahimè, sconosciuta dalle nostre parti. Sembra un ritorno al passato, ma è sempre meglio dell’incertezza del futuro.

Quasi dimenticavo! 1 maggio, festa del lavoratore! Auguri a tutti: specie a chi il lavoro non ce l’ha ancora…

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Miky Di Corato
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.

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