Sibi vacare è una forte esortazione che Seneca rivolge ad ogni uomo.
È un invito a trovare del tempo per sé. Un invito a liberarsi dal fatidico: “Scusa, non ho tempo!”, già noto ai tempi del celebre autore latino. È un invito a rinunciare al mondo e ai suoi schemi, per dedicarsi in maniera esclusiva alla ricerca interiore e ad un personale percorso di perfezionamento del proprio io.

Tale rinuncia va ad abbracciare diversi livelli della dimensione uomo: secondo Seneca, infatti, il sibi vacare – cioè lo “svuotare se stessi” – non consiste semplicemente nel liberarsi da ogni soffocante impegno del quotidiano, ma anche nell’accogliere con dedizione e costanza il cammino verso il raggiungimento della sapientia e dell’autarkèia ovvero la capacità di “bastare a se stessi”.
Non a caso il precettore di Nerone, poi morto suicida proprio su ordine del suo ex allievo, è passato alla storia come il “filosofo dell’individualismo”: il suo è un culto del singolo nel quale, spontaneamente, dovrebbe sorgere il desiderio di nutrire il proprio io, rifiutando e distaccandosi da tutto ciò che è effimero e caduco.

La cultura del sé, che esorta l’uomo a conoscere se stesso – riprendendo l’insegnamento socratico del gnôthi sautón – è strettamente collegata al tema del tempo: si poggia fondamentalmente sulla modalità attraverso cui l’uomo, nella sua più totale libertà, sceglie di vivere la sua quotidianità.

Lo scrittore latino focalizza la sua attenzione in particolar modo su due figure, attraverso le quali è possibile descrivere ogni singolo uomo che, in ogni epoca e in ogni luogo, ha abitato questo pianeta: il modello del sapiens e quello dell’occupatus. Quest’ultimo si configura come colui che, abbandonandosi a frivolezze e a distrazioni superficiali, perde il valore del tempo, vivendolo quindi come krònos – che, etimologicamente, viene inteso come incessante scorrere dei secondi – e non come kairós, ovvero il continuo susseguirsi di opportunità per la crescita e la maturazione della persona (e che successivamente, con l’avvento del cristianesimo, assumerà il significato di “occasione attraverso cui si manifesta l’azione divina”).

La figura dell’occupato si contrappone a quella del sapiente, il quale fa principalmente del kairós il proprio stile di vita.
La speculazione senecana sembra, dunque, assumere un valore davvero attuale, quasi prefigurando il mondo d’oggi, i suoi schemi, il suo culto della persona: un filo rosso che unisce due epoche, quella latina e quella contemporanea, così lontane eppure così vicine, così diverse eppure simili.

Tuttavia, fotografando quello che è il mondo del 2014, i due modelli proposti dall’autore assumono oggi delle connotazioni piuttosto diverse da quelle dell’età latina.
Quella dei nostri giorni è una società dai ritmi estremamente frenetici, che obbligano gli uomini a dividersi fra mille occupazioni e ad avere costantemente l’agendina gremita di impegni, senza alcuna pausa o attimi di respiro.

I momenti in cui l’uomo può dedicarsi alla riflessione, al dialogo e alla conoscenza di se stesso sono ridotti al massimo esponente, se non sono addirittura completamente inesistenti. Il tempo dedicato alla coltivazione del rapporto con il proprio io viene azzerato, portando inevitabilmente – e inconsapevolmente – alla perdita dell’identità personale.

L’“io devo” viene reso assoluto protagonista, mentre l’”io voglio”, il “desidererei” e l’”io ho bisogno di” hanno perso ogni valore, venendo sacrificati senza il minimo scrupolo. Sembra quasi che l’uomo contemporaneo sia talmente bloccato negli ingranaggi di questa inarrestabile macchina di produzione da non avvertire più l’esigenza di rispondere alle richieste della propria sfera intima e individuale.

La cultura del sé – che abbraccia varie dimensioni interiori della persona, da quella affettiva a quella culturale a quella spirituale e religiosa – non trova posto fra gli appuntamenti di uomini sempre più in corsa verso qualcosa che li opprime e li sopprime dentro.
Gli affetti, la propria casa, la conoscenza, la cura e l’introspezione, la pausa, il riposo e, volendo, la preghiera rappresentano aspetti che, soprattutto in un contesto come quello attuale, fanno da porto sicuro in cui rifugiarsi, le uniche fonti di nutrimento per la persona. Proprio per questa ragione meriterebbero posti privilegiati nelle nostre classifiche d’importanza.
Estremamente significativo in tal senso è il racconto di Marta e Maria, tratto dal decimo capitolo del Vangelo di Luca. Le due sorelle rispecchiano chiaramente i due modelli senecani del sapiente e dell’occupato. Marta viene dipinta affannosamente concentrata nelle faccende domestiche, Maria invece è assorta nell’ascoltare ciò che il Cristo vuole dirle, rigenerando se stessa e rispondendo ai bisogni intimi del suo cuore. Ella, ascoltando le Sue parole, riscopre il suo io, ci dialoga, arriva a conoscere angoli remoti della sua umanità di cui non era neppure a conoscenza. Stupenda è la frase di Cristo verso la donna occupata: ”Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno”.

Parafrasando l’episodio evangelico, è quindi possibile riscontrare lo stesso messaggio che Seneca consegnò duemila anni fa e da cui ogni uomo – di ogni età, sesso, epoca, estrazione sociale, religione – viene provocato.

“Ma io cosa ne faccio del mio tempo? Che valore assumono e che importanza do ad ogni singolo aspetto del mio quotidiano? Ma io chi sono? Quanto mi conosco, per cosa batte e a cosa anela il mio cuore?”: sono questi gli interrogativi che ci vengono proposti.

Ognuno di noi è invitato a fermarsi almeno per cinque minuti, a donarsi cinque minuti, lasciando tutto il mondo fuori, per guardarsi dentro e magari darsi, in tutta sincerità, la risposta di cui ha profondamente bisogno.

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Antonio Granata
Solo una cosa mi descrive perfettamente: un irrefrenabile istinto verso la scoperta e la conoscenza di me stesso, nelle situazioni e nei contesti. Le mie radici traggono quotidianamente nutrimento da Cristo, dalla musica e dal cielo, in qualunque sfumatura questo decida ogni giorno di mostrarsi a me. Un po’ come il Piccolo Principe di De Saint-Exupery, peregrino di pianeta in pianeta, scoprendo, vivendo, osservando, arricchendomi e mettendomi sempre in discussione. Il mio cuore, però, appartiene solo alla mia rosa. Ricerco e ascolto. Dove andrò? Non lo so…

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