GLI AUGURI DI ODYSSEO A TUTTE LE “MAMME IMPERFETTE”…

Nessuno ti dice com’è diventare mamma. Ti mettono in braccio un bambino, “un alieno”, che sai che è tuo, solo perché in ospedale, dopo il parto, te lo poggiano sul petto e, da quel momento, sono cavoli tuoi.

Ti accorgi dopo qualche giorno che i tuoi sogni, costruiti sulle pubblicità, s’infrangono miseramente di fronte alla realtà. Quella mamma bionda, bella come il sole, con il volto sognante e teneramente sorridente, mentre guarda il suo bambino, non sei tu.

Tu sei brutta, hai le occhiaie , il viso gonfio, lo sguardo inebetito, i capelli arruffati,  l’andatura goffa, la pancia come se non avessi mai partorito, il pigiama perenne. Tu sorridi perché reciti una parte. La parte della mamma felice e felice lo sei, a tratti, ma non come avresti creduto.

Dentro di te convivono due te. Una innamorata persa della sua creatura. L’altra, una slot-machine dell’umore. Ti senti persa dietro i tuoi ormoni e allora monta la tua rabbia verso chi non ti aiuta mai abbastanza; verso il tuo bambino , che sceglie strade sue senza controllo; verso di te, che sapevi e ti sei immolata ugualmente a seguire l’istinto  di maternità; verso la miriade di parenti che ti viene a trovare mentre tu vorresti fare una strage di massa; verso gli obblighi domestici, gli impegni; verso quella persona che eri e che non sai quando mai potrai ritornare ad esserlo; verso i tuoi seni prodighi, che nutrono sopportando dolori e sofferenze; verso la poltrona dell’ immolazione che ti vede costretta a stare lì, seduta, a volte per ore, ad allattare e cullare il tuo bambino, mentre tu vorresti essere altrove; verso quel pianto penetrante, stridulo, impaziente, che devi calmare se vuoi continuare a sopravvivere.

Nessuna mamma ti dice questo. Nessuna ti dice mai abbastanza, nemmeno la tua, perché non vuole sembrarti snaturata, indegna e allora finisce che ti senti indegna tu, perché credi di essere la sola a provare tanto amore e tanto rifiuto contemporaneamente.

Sei sola nella mareggiata della tua vita mentre hai il tuo bambino in braccio e … nuoti. Nuoti disperatamente perché non sai far altro e non puoi far altro. Perché lo devi salvare. Ti devi salvare e … piangi, perché almeno quello ti riesce bene. Le tue lacrime ti consolano. Ti fanno sentire più umana e chiedi a Dio di darti un cuore nuovo, perché il vecchio non lo riconosci più.

Poi, piano piano, il mare si calma e rivedi le tue mani, il tuo corpo, i tuoi piedi, le tue braccia, che hanno tanto nuotato, e ti riconosci, e ti perdoni, anche se mai abbastanza.

Sei stata la madre imperfetta, ma la migliore che potevi essere in quel momento. Sei stata una madre, non la madre.

Non importa! Ci hai provato e ci riproveresti sempre perché, dal momento in cui un figlio nasce, i tuoi palpiti saranno eterni e, solo in lui, li sentirai.

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