Un anziano signore cammina tutto solo in autostrada. Vuole raggiungere il Nebraska, per andare a riscuotere il suo premio da un milione di dollari. Parte dal Montana. E il suo è un premio farlocco.

Si apre così Nebraska di Alexander Payne, il più grande escluso dall’ultima edizione degli Oscar. Un piccolo grande film dedicato a un piccolo grande pubblico. Un film nel quale efficacia fa rima con scarnezza: dalle musiche (Mark Orton) ai colori – solo due in realtà, il bianco e il nero – per lasciare spazio all’immensità dei personaggi, fortemente caratterizzati e magistralmente interpretati da attori più che capaci. Woody Grant – l’ottantenne protagonista – è il meraviglioso quanto spettinato Bruce Dern, suo figlio minore la sorpresa Will Forte e sua moglie la travolgente June Squibb.

Non c’è glamour, non c’è alcuna star scintillante stavolta per il regista Alexander Payne. Un profilo basso per raccontare l’impresa proletaria nell’utero di mamma America, sterile nella sua provincia distante dal sogno di cui spesso la sentiamo portatrice. Nella provincia disadorna di Nebraska si decostruisce quest’idea di America, assieme a quella tradizionale dell’istituzione familiare. Sì perché Woody, nel suo viaggio assieme al figlio David – che alla fine cede e decide di accompagnarlo nel suo simbolico “congedo alla vita” – attraversa la desolazione, lontana dal luccichio delle metropoli, e si ferma nei luoghi del suo passato, riassaporando vecchi ricordi d’infamia e gloria, rispolverando una famiglia di strambi soggetti alquanto alieni all’idea di affetto.

Nebraska del road movie ha solo il pretesto – come i precedenti Paradiso amaro e Sideways, in effetti – perché Payne percepisce la strada come luogo della formazione, del cambiamento, dell’interiorità. E ogni volta per rappresentarlo crea un confine sottile tra commedia e tragedia, tenute insieme dal filo di quella comicità aspra e cinica, un amaro che fa ridere, vergognare di aver riso, e poi pensare.
La storia asciutta di Nebraska apre la strada a sentimenti inesplorati, genera un simbolico cordone ombelicale tra padre e figlio che prima non c’era mai stato, ricrea una scena familiare quasi del tutto inesistente fino ad allora. Woody vede nella vincita l’unica potenziale maniera che ha di riscattare la propria figura di padre ubriacone e distante, e di lasciare qualcosa ai suoi figli.

Alexander Payne prende la sceneggiatura e i dialoghi affilati dell’esordiente Bob Nelson e li trasforma in un film dalla regia pulita e concreta, più vicino alla storia cinematografica europea che a quella hollywoodiana. Ci regala così Nebraska, un film dalla delicatezza distratta.

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Marica Di Teo
Studentessa di Interpretazione a Roma, nata ad Andria nel 1991. Scherzosamente dico che il mio principale interesse è interessarmi; difatti ogni mia azione è spinta dalla fame di conoscere, mi piace informare e informarmi e cogliere i migliori insegnamenti dalle persone con cui mi rapporto. Mi muove una passione viscerale per le lingue – in particolare quella spagnola – e per le culture diverse dalla mia. Da viaggiatrice instancabile, passione ereditata dai miei genitori, ho capito che la mia casa è ovunque e in nessun posto e che amo raccogliere ogni granello di bellezza e verità che ogni angolo del mondo possa offrirmi. Bellezza e verità che vedo negli occhi dei bambini, con cui mi piace lavorare e passare il tempo. Sono una cinefila incallita e, nel tempo che mi resta, amo “ridare un senso alle parole”, da lettrice e da scrittrice (ci provo!).

1 COMMENTO

  1. Recensioni migliori su questo film non ne ho lette. Il mio punto di vista sulla pellicola è lo stesso di quello di Marica. Complimenti vivi ! 😉

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