L’Homo neanderthalensis ci ha lasciato un’eredità capace di condizionare il colore della pelle, quello degli occhi e persino i ritmi del sonno e del nostro umore, oltre che l’accumulo di grasso laddove proprio non vorremmo!

Mettetevi l’anima in pace, tutti voi che sognate i vostri addominali scolpiti a tartatuga: la pancetta è una tara congenita, una eredità che ci discende nientemeno che dall’uomo di Neanderthal! Tanto vale farsene una ragione, checché ne dicano dietisti e personal trainer.

Scherziamo, naturalmente, ma non troppo, visto e considerato che non solo il colore dei capelli o della pelle, o malattie come la schizofrenia, ma anche la conformazione della nostra pancetta discenderebbe dal nostro venerabile avo.

È quanto hanno concluso gli scienziati di ben tre differenti ricerche pubblicate sull’American Journal of Human Genetics. I ricercatori hanno analizzato approfonditamente le mappe del DNA dell’uomo di Neanderthal tirando conclusioni analoghe in percorsi condotti in modo del tutto autonomo e distinto.

Tra gli esperti, il noto biologo svedese Svante Paabo, un vero pioniere in questo campo. Il dottor Paabo lavora presso l’Istituto Max Planck per l’Antropologia Evoluzionistica, a Lipsia, e si deve a lui la scoperta della relazione di parentela tra l’Homo Sapiens e l’uoo di Neanderthal.

Nell’occasione, Paabo è stato in grado di analizzare il DNA di Vindija, una donna Neanderthaliana, vissuta più o meno 52.000 anni fa nell’odierna Croazia. Grazie a questo studio Paabo ha concluso, su Science, che i primi “incontri” tra Sapiens e Neanderthal risalirebbero ad un periodo risalente a 130.000/145.000 anni fa. Non solo: a quanto risulta, le attuali popolazioni non africane avrebbero una percentuale di Dna dei Neanderthal che oscilla tra 1,8 e 2,6%, ben maggiore delle precedenti stime, che si aggiravano tra l’1,5 e il 2,1%.

Si tratta di geni capaci di influenzare i livelli di plasma, colesterolo e vitamina D, ma anche l’accumulazione di grasso lungo la fascia addominale, la classica “pancetta”, nonché di provare malattie quali l’artrite reumatoide e la schizofrenia o la resilienza a farmaci antipsicotici.

Analoghe le conclusioni del prof. Janet Kelso, anche lui dell’Istituto Max Planck.  A suo giudizio, l’Homo neanderthalensis ci ha lasciato un’eredità capace di condizionare il colore della pelle, quello degli occhi e persino i ritmi del sonno e del nostro umore.

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