Undici anni fa, il 12 Novembre 2003, la missione italiana di soccorso umanitario in Iraq subiva uno dei più tragici avvenimenti del dopoguerra. Davanti alla base MSU sede dei carabinieri italiani, un camion suicida causò una esplosione nella quale persero la vita 19 tra carabinieri e civili. Erano tutti impegnati nell’operazione Antica Babilonia, con la quale furono disposte misure per garantire la sicurezza della popolazione nel dopo Saddam, la ripresa delle attività e la rinascita dello Stato iraqeno.
Ma non andò così per gli italiani; e quella mattina, con una facilità sorprendente, un camion carico di esplosivo percorse tutta la via principale di Nasiriyah per andare a colpire la postazione italiana dei carabinieri.
A distanza di undici anni, molte ombre ed interrogativi rimangono su quella tragedia, sollevati soprattutto dai supersistiti. Uno in particolare, il più tenace, Riccardo Saccotelli, all’epoca maresciallo dei carabinieri, da tempo conduce una vera e propria crociata perché vengano riconosciute le gravi colpe di chi aveva responsabilità, nonchè il comportamento offensivo dello Stato nei confronti delle vittime. Con Saccotelli cerchiamo di ricostruire i momenti più importanti di quella tragedia e di capire i motivi del lungo e indignato atteggiamento dei superstiti, molti dei quali, tra l’altro, si sono costituiti parte civile nei processi contro i Generali Lops e Stano e il colonnello Di Pauli.

Riccardo, di quei momenti quali ricordi hai conservato?
Tutto. Ero morto per tutti e per i miei amici più cari al di là dell’Eufrate non c’era possibilità che alcuno si fosse salvato. Mi davano per spacciato e leggevo la mia morte nelle lacrime dei colleghi che non riuscivano neppure a guardarmi negli occhi. Tantomeno dei medici che non avevano il coraggio di dirmi delle mie reali condizioni fisiche.
Fui salvato e portato in ospedale, piangendo, da due Iraqueni che la sera dell’attentato riportarono in ospedale anche il mio portafogli pieno com’era di documenti militari, soldi (molti soldi) e qualche piccolo ricordo personale! Non avevano toccato nulla. Raccolto da terra, quella mattina, sull’ingresso dell’ospedale civile di Nasiriyah da una pattuglia dell’esercito di passaggio, tornai in Animal House da dove proprio quei due Iraqueni mi avevano raccolto dalle macerie seppellito sotto un muro di breccia crollatomi addosso e l’edificio ancora avvolto dalle fiamme. Con un’ambulanza fui poi trasferito nel Museo dall’altro lato del ponte. Erano saltati tutti i vetri alle finestre, frantumati per terra e il medico che non mi parlava e non rispondeva alle mie domande, disse a qualcuno di ricoverarmi urgentemente in ospedale trasportandomi con ossigeno e medicina in vena. Ero grave ed in fin di vita.

I primi soccorsi ?
I documenti agli atti del processo e della mia causa di servizio parlano di: “prontamente soccorso (però dagli iraqueni) ed immediato trasferimento in ospedale” (ma forse erano passate ore) dove fui, quindi, uno degli ultimi ad essere ricoverato. Lì a Tallil nell’ospedale da campo della Croce Rossa. L’ultimo, non essendoci più posti liberi.
Li, è vero, le cure furono immediate. Nemmeno aperte le porte dell’ambulanza fui completamente spogliato nudo e camminando scalzo sul sangue di cui il pavimento era pieno, andai su un letto dove provarono a farmi un elettrocardiogramma ed una prima visita generale.

Le autorità italiane, immagino, siano intervenute prontamente?
Ebbi visita in ospedale dal ministro Martino che con gli occhi sbarrati accennò un sorriso sommesso e stretto tra i denti quando gli raccontarono che volevo tornare di guardia e insieme con il generale Liberati dei carabinieri e comandante del Cocer assicurarono che “la massima assistenza” era stata già predisposta in Italia e che ero stato proposto per la “medaglia d’oro al valore militare”. Di fidarmi di loro e di non preoccuparmi di nulla: avrebbero pensato loro a tutto.
Il generale Liberati poi si soffermò per garantirmi che anche dal punto di vista assicurativo avevano già attivato tutta una rete di tecnici che ci avrebbero assistiti senza lasciarci mai soli (e invece il dott. Vallesi incaricato del Ministero della Difesa per curare le nostre pratiche, tutto ciò che fece fu convincerci e spingerci ad accettare la proposta di liquidazione dell’assicurazione perché tanto non avremmo mai ottenuto nulla di più e procurandomi tra l’altro una perdita economica di circa altri 200.000 euro. Questa fu la massima assistenza).

Poi, la degenza?
Presi coscienza completa dell’accaduto quando, rimasto solo sulla lettiga, decisi di alzarmi e mantenendomi al bastone che reggeva la flebo, raggiunsi il bagno e potetti vedere in uno specchio come fossi ridotto. Ero sfigurato e gonfio come un pugile dopo un combattimento, sangue dappertutto e capelli bruciati. Sputavo sangue dalla bocca, che usciva anche dagli occhi, dal naso e dalle orecchie. Poi mi spostarono su una brandina da campo dove rimasi per i giorni successivi.
Continuavo a chiedere solo due cose: dove fossero i miei amici, dove fosse Andrea, dove fosse Daniele, dove fosse Ivan. E poi chiedevo che ora fosse perché la sera dovevo montare in turno di guardia e dovevo tornare in caserma in tempo. Ero molto serio nelle mie intenzioni e molto lucido al di là dei sorrisini ebeti di qualche mio superiore nel sentire questo racconto. Hanno impiegato davvero poco tempo a darmi del matto.

Allora, parliamo delle ingiustizie morali e, se ci sono, anche di quelle materiali che seguirono il rientro in Patria.
Ad oggi, nessun membro delle istituzioni si è mai fatto carico dei problemi di salute ed anche ed ancora amministrativi tuttora irrisolti.
Insomma non potevamo allora e non possiamo tuttora essere, come le leggi invece hanno previsto, grandi invalidi di guerra e benché meno eroi. Perché per la destra politica eravamo in una missione di pace (anche se hanno concesso un’onorificenza di guerra ad uno degli indagati/imputati nel corso del processo penale in cui si scelse di applicare il codice penale militare di pace e non di guerra). E credo sia opportuno rilevare che tale onorificenza “di guerra” fu concessa in una solenne cerimonia di Stato dal Presidente della Repubblica e che, pertanto, si riconosce unilateralmente come unico eroe – ad oggi – di quella strage, non chi ha difeso con il proprio corpo ed il proprio sangue quell’ultimo lembo di territorio italiano in terra straniera, bensì chi non fece nulla per impedire il prezzo di quell’inutile sangue versato.
Come è ovvio che fosse, altre ed alte onorificenze, giustamente furono concesse anche agli altri due Comandanti, seppure imputati, e sempre in pubbliche e solenni cerimonie, perché fosse chiaro e pubblico quanto per lo Stato italiano questo significasse.
Non potevamo insomma essere vittime di guerra, perché per la sinistra italiana non eravamo servitori dello stato ma occupanti e mercenari al servizio della nuova destra nazionalistica.
Non restava che una sola cosa da fare: dimenticare la missione a Nasiriyah e l’Iraq.
A parità di condizioni fisiche sono stati liquidati decreti di pensione di serie A e decreti di pensione di serie B. Nel profondo del mio animo sono convinto che il forte silenzio lungo lo scorrere di questi undici anni da parte di vedove, genitori, figli e di quei feriti che solo ultimamente fanno sentire le loro rivendicazioni economiche e non di giustizia, la dica lunga su quanto questo possa essere costato. Una logica, matematica, voluta e abusata suddivisione all’interno della stessa categoria di vittime e di quella grande famiglia che senza un briciolo di vergogna i vertici vogliono che io continui a chiamare “la grande famiglia dell’arma dei carabinieri”.

Mi sembra di capire che le ferite che hanno fatto più male e che a tutt’oggi non si rimarginano, sono state quelle dovute alle nostre istituzioni.
Il rammarico più profondo che non riesco ad accettare ancor oggi è quello per cui fui obbligato a vestire l’uniforme per partecipare al funerale di Stato, fui obbligato a restare in piedi (non furono previsti posti per i decantati eroi… ma solo per gli appartenenti alle istituzioni e per le soubrette televisive) ma non fu mai permesso di avvicinarmi alle bare dei miei amici. L’ultimo ricordo che porto con me, forte, è quello dei minuti precedenti all’attentato e poi neanche una bara su cui piangere. Già, “i carabinieri non piangono”! Ridotti ormai ad un livello di umanità tribale e di regressione ai tempi delle caverne.

Sappiamo che la tua richiesta di giustizia non si è fermata mai ed ha portato la tua battaglia anche in tribunale nelle inchieste sulle responsabilità delle mancate misure di sicurezza, per cui sono stati indagati e poi prosciolti in appello tre pezzi grossi dell’Arma; il tutto poi è stato rimesso in discussione dalla Cassazione ma solo per la sede civile (quella penale intanto si era prescritta). Ma in questo vortice ed alternarsi di drammatiche delusioni, quale conclusioni ha tratto da tutta questa tragica vicenda?

Sbagliato. Innanzitutto non sono stati mai assolti! E non è detto che sia finita: la corsa a nascondere le prove ne ha create altre ben più grandi ed incancellabili ma non posso dire cose su cui l’autorità giudiziaria sta ancora effettuando accertamenti. Ti dico solo che molte altre prove stanno venendo fuori così come gli immancabili giri di tangenti e nei prossimi mesi ne vedremo delle belle! Concludo però che sarebbe soltanto divertente sentirmi ripetere ancora una volta, come più volte pubblicamente avvenuto sugli organi di stampa, che lo Stato ha sempre e più volte dato la massima assistenza alle vittime tentando ulteriormente d’invertire l’ordine logico delle circostanze, dei fatti riguardanti la mia vita di questi ultimi undici anni. Porto con me la sterilità di una Patria in menopausa che sul suo altare partorisce ormai solo mostri deformi. Io a Nasiriyah c’ero per davvero, li fuori per strada e porto con me la storia, la memoria e la verità di ciò che quel giorno accadde. Porto con me il ricordo di Nasiriyah che per quanto lontana, è l’unica terra in cui possa sentirmi ancora italiano.

Da tempo Riccardo Saccotelli ha lasciato l’Arma e vive tra Andria e Gorizia da dove continua a portare instancabilmente all’attenzione dell’opinione pubblica, questa surreale ma drammatica vicenda umana, e soprattutto, una inquietante rappresentazione della realtà delle nostre Istituzioni della cui correttezza e credibilità pare sia rimasto ben poco.

Aldo Tota

 

 

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Aldo Tota
Aldo Tota Un’esperienza giovanile nel giornalismo sportivo (Corriere dello Sport), laurea, master in comunicazione e giornalismo e, quindi, un lungo periodo di lavoro nella pubblica amministrazione. Nel corso del quale ha diretto vari servizi e, tra l’altro, quello relativo alla comunicazione e alle relazioni. Una collaborazione con la Casa Editrice EtEt, della quale è stato anche socio fondatore. Infine, iniziative culturali e volontariato con l’Associazione Andria Futura.

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