** FILE **An Italian Army soldier reacts next to the barracks building which was destroyed by a car bomb, in the Italian camp in Nasairiyah, Iraq, in this Nov 12, 2003 photo. (AP Photo/Anja Niedringhaus/files)

12 novembre 2003, ore 8.40, a Nasiriyah un camion bomba si lancia contro la base MSU sede dei carabinieri italiani. Muoiono in 19, più 9 iracheni. Salta in aria anche Riccardo Saccotelli, che sopravvive e inizia la sua battaglia più dura…

Riccardo si è già raccontato una volta su Odysseo. Ma abbiamo voluto intervistarlo di nuovo. Perché si fa sempre troppo presto a dimenticare.

Riccardo, so che ti chiediamo di riaprire una ferita mai cicatrizzata, ma vuoi raccontarci del tuo 12 novembre?

Il mio 12 novembre è un giorno come gli altri. Un giorno ordinario, normale ed identico. È un giorno senza memoria. È sicuramente il giorno dell’anno meno appropriato alle parole, ai minuti di silenzio e alle baracconate politiche che assumono per me il tono di uno sputo in faccia alla storia.

C’è una novità quest’anno: alcune vedove, fratelli, figli hanno provato a contattarmi dopo 14 anni di silenzio tombale. Sarà mica perché sono l’unico che ha ottenuto una sentenza di condanna civile definitiva dello stato italiano?

Nasiriyah: c’è quello che ci raccontano e poi tanto altro … la tua verità?

La verità è semplice, matematica: lo Stato italiano sapeva della strage e dopo non aver fatto nulla per salvaguardare la nostra inutile vita, ha adottato inesaustivamente ogni sforzo per assolversi e lasciare indenni i corresponsabili della strage. Lo Stato centrale ha responsabilità po-li-ti-ca, la responsabilità penale è dei vertici militari. La responsabilità disciplinare dei comandanti sul posto.

La colpa morale però è di tutti voi: glielo avete permesso e moralmente per me siete complici.

Le ferite che ti fanno più male sono quelle che si vedono o quelle che ti porti dentro?

La ferita più grande è la certezza che non ne è valsa la pena: servire l’italia (i minuscola), sacrificarsi per gli altri, essere un buon cristiano. Forse un Dio a Nasiriyah c’è stato, ma dopo si è dimenticato di noi. Se penso ai miei amici, per quanto mi dispiaccia, oggi sono arrivato alla consapevolezza che non avrei mai voluto essere al loro posto. Con tutto quello che ho passato, so per certo che della mia morte questo paese non ne è degno. E l’assurdo è che credevo esattamente il contrario e avrei dato tutto me stesso per salvare anche solo uno di loro. Non considero più nemmeno colleghi, quelli morti senza che li conoscessi. Ci ha accomunato, ormai, solo una casuale coincidenza.

Dopo Nasiriyah è solo peggiorato tutto e grazie a Nasiriyah oggi ci sono 1500 soldati in Iraq a Mossul in operazione militare senza nessun passaggio parlamentare. Nasiriyah ha segnato la perdita della verginità delle Forze Armate italiane. Oggi i vostri figli possono morire ovunque nella vostra stessa patetica indifferenza e negligenza. È persino inutile ricordare l’art. 11 della Costituzione.

Quest’anno, però, hai voluto scrivere al Presidente Mattarella: perché e cosa ti aspetti

Ho scritto al Presidente perché le istituzioni vanno smascherate. Non devono avere alibi. E tutti quelli e ogni volta che qualcuno parla di Kabul, Sarajevo, Pristina, Nasiriyah, ogni anniversario deve servire a prendere coscienza che essi mentono e le loro sono menzogne quando non hanno la coerenza delle azioni. Penso spesso ai terremotati, a Matteo Vanzan, il più giovane ragazzo ucciso in Iraq.

Ho scritto a lui perché non voglio arrendermi all’idea che questo paese faccia così schifo. Per questo mi aspetto che almeno lui, almeno il suo ruolo mi restituisca dubbi. Questi 14 anni sono più di una prova che se dilaga il senso di nausea nelle strade è perché le più alte istituzioni italiane nell’ultimo periodo hanno perso completamente il loro senso del dovere e del realismo critico. E scusa se è poco, per loro, giurare, come ho giurato anch’io: “di essere fedele alla repubblica italiana, di osservarne la costituzione e le leggi e di adempiere con disciplina ed onore tutti i doveri del mio stato per la difesa della patria e la salvaguardia delle libere istituzioni”.

Quello che vorresti gridare al mondo?

Al mondo non voglio gridare niente. Molti pensano sia arrabbiato, ma non sanno che sono disilluso e ironico. Mi rimane solo l’ironia di guardarlo questo mondo e capire dove sta andando. Non dirò mai a un ragazzo di non credere nei propri sogni. Ma gli dirò che se si arrende è un vigliacco di cui questo mondo convenzionale e bipolare ha davvero bisogno.

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Paolo Farina
La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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